Su di me: Sonata Arctica

Aaaah, i Sonata Arctica. Dico subito una cazzata: sapete che all’inizio storpiavo il loro nome? Li chiamavo “Sonata Artica”, non so perché.

Ad ogni modo, adesso mi sono corretto e quindi sono pronto ad affrontare questa semi recensione, che è anche un sondaggio a me stesso per vedere quanto sono bravo a descrivere.

I Sonata nascono nelle terre gelide e piene di laghi, in mezzo ai Lupi e al sole di mezzanotte. Sembra un paesaggio fantasy ma è in realtà solo la Finlandia.

Sin dai loro primi lavori, Tony Kakko e soci fanno già vedere il loro carattere, volendo distaccarsi dai padri del Power finlandese che rispondo al nome di Stratovarius, ma quindi di fare una cosa tutta loro. Mai scelta fu più azzeccata e vediamo perché.

Il primo album (uscito recentemente in re-release, ovvero fare lo stesso lavoro a distanza di anni che è secondo me una cosa MEH) si intitola Ecliptica, è uscito nel 1999 e conta dieci pezzi, undici nell’edizione giapponese, ché poi non capisco come mai il mercato asiatico è così avvantaggiato, visto che è una cosa comunissima pubblicare tracce in più per i nostri amici con gli occhi a mandorla. Che palle!

Ma tralasciando queste polemiche, Ecliptica è un grande album. Un. Grande. Album.

“8th Commandment”, “Fullmoon”, “Destruction Preventer”… insomma, tutte perle da ascoltare, riascoltare e urlare a squarciagola stuprando le proprie corde vocali!

Dopo questo album, ci si aspetta molto da questa band, no? E allora…

Beh.

“It truly makes the most beautiful music”

Quando un album comincia così, sai per certo che si è di fronte al capolavoro, alla pietra miliare, all’album più bello del decennio e oso dire che starebbe bene in un’ipotetica top five degli ultimi vent’anni.

Da solo, il Silence meriterebbe un articolo a parte, ma cercherò di essere breve perché non interessano a nessuno i miei fanboyeggiamenti (?) ma già sento il pubblico che fa “Facce ride!”, e allora, come dicevo, il secondo album dei Sonata è forse il disco più bello del suo genere, dalla sua prima nota alla sua ultima; toccando il suo picco molte volte e davvero, mi riesce difficile citare anche solo una canzone, ma se proprio devo sbilanciarmi, dico “The end of This Chapter”: sfido chiunque a non emozionarsi anche solo al pezzo al piano finale.

Dopodiché, arriva il Winterheart’s Guild, un altro ottimo lavoro, ma un pochino sotto secondo me i primi due: e bisogna anche capirlo, sono umani e oggettivamente era quasi impossibile fare meglio o mantenere quel ritmo, soprattutto dopo soli due anni dall’uscita del Capolavoro. Comunque sia, trovo che la prima traccia (“Abandoned, Pleased, Brainwashed, Exploited”) e l’ultima (“Draw Me”) salvino capre e cavoli e valgano il prezzo del cd.

Passano appena dodici mesi circa e arriva un altro botto, intitolato Reckoning Night. Caspita, questo sì che è un album! Ottimo, sorprendente e pieno di mistero, a partire dalla copertina che ritrae un’onda marina a forma di lupo che minaccia una nave: spettacolare!

Anche questo album è pieno di tracce dedicate al mercato asiatico e persino una al mercato messicano: MEH, dico io. Ma è mai possibile che nessuno si ricorda di noi italici? Per fortuna si tratta di cover…  ma a parte questo, è un album fenomenale e come nel Silence ho difficoltà a scegliere una canzone simbolo, tant’è vero che se non ci fosse il capolavoro, “Reckoning Night” sarebbe al primo posto come album prodotti finora. Direi che da ascoltare obbligatoriamente sarebbe “White Pearl, Black Oceans” (che testo! CHE TESTO!), quindi filate dritto ad ascoltarla e apprezzarla.

Adesso, dopo il Greatest Hits e un secondo album live, passano tre anni. Tre anni in cui solo la band sa cosa sia successo, ma probabilmente non volevano commettere lo stesso “errore” del “Guild” e quindi meglio aspettare che produrre un album che stona un po’ con le perle.

Ecco quindi che arriva “Unia“, che vuol dire “sogni” in finlandese e quindi è l’unica parola che conosco in questa lingua. Poco per imbastire una discussione con le gnocche nordiche, nevvero?

Nel complesso, è un buon album, ma forse lo trovo poco “armonico”, nel senso che le tracce sembrano slegate… non so, ho quella strana sensazione che, presi singolarmente, sono ottimi pezzi, ma che in un album sono messi un po’ alla rinfusa. Dovrei provare un po’ a stravolgere la tracklist ufficiale e verificare se è vero.

Da ascoltare assolutamente sarebbero a pari merito “Under Your Tree” e “Caleb”, ma la traccia TOP è, GUARDA CASO, una del mercato giapponese, “They Follow”, ché se non avessi cercato su You Tube non ne avrei mai scoperto l’esistenza.

Però è anche il momento degli addii: Jani, storico chitarrista del gruppo e a detta del fandom “l’altra” colonna portante dello stesso, lascia. Io ho cominciato a seguire i Sonata dal 2010, quindi ormai Jani aveva lasciato, ma venirlo a sapere è stato comunque un lutto dal quale non mi sono ancora ripreso. Comunque sia, in bocca al lupo per tutto e grazie per “My Selene”. (cuore)

È perfettamente umano che, vuoi per questo addio, vuoi perché a un certo punto si “cresce”, Tony e i suoi decidono di cambiare definitivamente corso e melodie, allontanandosi dal Power Metal che abbiamo apprezzato finora. È il turno di “The Days Of Grays“, un album molto dark, notturno, malinconico e a lungo molto osteggiato dalla mia persona, ma che comunque sto rivalutando e adesso lo accetto per quel che è: un nuovo inizio nella timeline del mio secondo gruppo preferito. Le canzoni “antologiche” sono due: “Breathing” e “In the Dark” , la quale ha fatto da accompagnamento a una mia recente composizione. (seeeh, e chi sei? Leopardi? LOL)

E arriviamo finalmente ai tempi recenti, ovvero il primo album “da fan”, nel senso che ne ho seguito lo sviluppo e atteso con ansia la nuova uscita!

Eh beh.

Mi spiace tantissimo, ma dopo l’entusiasmo iniziale, “Stones Grow Her Name” non mi ha preso più di tanto, forse perché non è proprio il genere che mi aspettavo, forse perché alcune tracce non le ho capite, ma sta di fatto che MEH.

Pochi pezzi si salvano, e secondo me sono “Alone in Heaven” e il pezzo giapponese “Tonight I Dance Alone”, ché sinceramente non ho capito perché non è stato inserito direttamente, ma comunque.

Arrivo quindi, alla notizia di un album successivo con un po’ di apprensione: Tony è la stessa persona che mi ha regalato il “Silence” o è stato rapito dagli alieni come il bassista dei Beatles?

Con soddisfazione, devo dire che “Pariah’s Child” cancella con un colpo di spugna le incertezze ed è un timido richiamo alle origini. Impossibile non cantare “The Wolves Die Young” o “Blood”, e poi “Larger Than Life” è una piccola perla che chiude l’album in maniera dignitosa. Ottimo lavoro!

E adesso siamo in attesa del nuovo album. È stato un lungo viaggio, i dischi in studio sono stati molti e spero che non vi abbia annoiato, nel caso ci sia qualche fan dei Sonata sono pronto ad accoglierlo!

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4 pensieri su “Su di me: Sonata Arctica

  1. Molto gradevole devo dire…White Pearl,Black oceans…ahahahah stuprare le corde vocali…non ti facevo così brutale…..hai un’aria decisamente “allazzato” in questo articolo aahahah sounds good passa da me xD

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  2. Non hai citato LA canzone dei Sonata XD quella che se vai a un qualsiasi concerto DEVONO cantare (e lo fanno): Fullmoon.
    Tra le mi preferite non hai citato Tallulah, Replica e My dream’ss but a drop of fuel for a nightmare e The vice XD poi ci sono tutte le altre, ma mi piacciono quasi tutte, quindi diventa infattibile elencarle tutte XD
    Per Stones Grow her names niente di più vero… però ha I have a right che è splendida, le altre sono carine ma non raggiungono i livelli precedenti, anche se al mio ragazzo è piaciuto per via del mix di tonalità (a volte mi pareva musica da discoteca mischiata al metal… ma di musica non ci capisco nulla, quindi è solo un’impressione mia XD)
    Per Pariah’s Child, per fortuna sono tornati i Sonata che conosco ^^

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