Le avventure della grammatica/46

Capitolo 46 – la c che piange e si scioglie

“Ma stai zitta, C del cavolo!”

Ehi… ma che brutte parole, di prima mattina. Che poi ho solo fatto notare alla “è” che oggi dovrebbe essere col verbo essere, dato che la frase in cui siamo recita “Il broccolo non e un cavolfiore”.

Appunto, c’è scritto cavolfiore, quindi la “è”, per insultarmi, mi ha dato del cavolo. E io… non ce la faccio.

Sono molto triste. Mi viene da piangere… voglio le coccole (che comincia per c), ma nessuno me le farà.

Ecco che piango. Una piccola lacrima scende per il foglio e…

“Ehi, c! cos’è questa lagna! E poi perché ti è venuta la cediglia?”

Perché piango, U! Piango spesso, quando mi si offende la persona! Anche se poi la frase diventa il broççolo non e un çavolfiore non mi interessa!

“Chi ti offende la persona? Chi si è permesso?”

Indico alla U la “è” senza accento e quindi la U estrae una mazza e le si avvicina.

“Tu! Che hai fatto! Ti senti scaltro a insultare la povera C?”

Noto che la vocale non è minimamente imbarazzata, anzi sono sicura che è convinta di avere ragione. Infatti mette un sigaro in bocca e comincia a fumare addosso alla povera U.

“Non posso farci niente, questo è il mio hobby: irritare le persone. E adesso sparisci, che devo fumare”

La U non si scompone minimamente, mentre io continuo a piangere diventando una ç senza senso. Anzi, la Vocale curva estrae un grosso idrante e fa volare via la E travolgendola con la forza dell’acqua, che però bagna il foglio. Si sa, l’acqua bagna la carta, così come la carta vince sul sasso, e a sua volta il sasso batte la forbice.

“Bene, missione compiuta, adesso puoi smetterla di piangere” afferma la U, ma continuo lo stesso a singhiozzare.

“Il fatto è che adesso siamo senza verbo essere” faccio notare, ma la U si mette due dita in bocca per fischiare come si fa con le pecore ed ecco arrivare il Verbo Essere, in tutta la sua interezza.

“Eccomi, sono il Verbo essere. In cosa posso essere utile?”

“Piazzati qua e non rompere le scatole!”

Il verbo Essere si lamenta alquanto. “Ma a me piace rompere le scatole, guarda!” prende un martello e distrugge una scatola spuntata dal nulla. E poi un’altra, e poi un’altra ancora.

“Sai” dico alla U. “Mi sa che adesso comincerò anche io a rompere le scatole”

“L’importante è che tu non pianga”

Così io e il verbo Essere cominciamo una partita a rompere le scatole, e chi se ne frega della frase, che non aveva neanche senso.

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2 pensieri su “Le avventure della grammatica/46

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