Kaden e le Fontane di Luce/6

Capitolo 6

Kaden rinvenne, ma non seppe mai quanto tempo fosse stato svenuto.

Aprì gli occhi, ma ciò che vide non era rassicurante. Dai muri di pietra tutt’attorno, illuminati da torce che a intervalli regolari erano affisse agli stessi, il ragazzo pensò di essere dentro una caverna. Era legato ad un palo, e ai piedi diversi fasci di legna, che continuava ad essere ammucchiata.

Non aveva mai assistito ad un rogo, ma non gli ci volle molto a capire che stava per venire arrostito.

E a quel che pareva erano i Plexigos stessi ad ammucchiare i fasci.

Allora non attaccavano tutti indiscriminatamente, si disse con astio.

“Maledetti. Aiutate la Rivoluzione, piuttosto che ostacolarla!” disse, anche se non era del tutto sicuro che capissero la sua lingua.

Poi una voce parlò.

“Oh, finalmente ti sei svegliato! Vorrei fare quattro chiacchiere con te prima che te ne vada”

La voce era calma, rassicurante, così diversa da uno che voleva uccidere. Ma Kaden non si fece fregare.

“Suppongo che quando dici che me ne sto per andare, tu ti riferisca…”

“All’inferno, sì” completò l’uomo a cui apparteneva quella voce. Kaden lo vide, slanciato, sopra la sua testa, dietro un balcone di pietra. Purtroppo c’era troppa poca luce per vedere bene in faccia che aspetto avesse, quindi il ragazzo vide solo un’ombra. Considerata quella posizione, capì addirittura di trovarsi sotto terra, se quell’uomo si trovava così in alto. Quegli proseguì:

“… ma non siamo certo qui per decidere dove tu debba andare. So per certo che sei stato tu ad aprire la Fontana di Luce che ha posto fine al dominio di Re Walter. Sì, so che Re Walter Argonath è morto, poiché i tafferugli che stanno accadendo a Perth non hanno precedenti nel suo regno. Puoi anche prendere in considerazione la possibilità che Perth venga distrutta. Rispondi dunque, e io ti ucciderò. Non rispondere, e ti ucciderò comunque”

Kaden non vide vie d’uscita, inoltre gli cadde il mondo addosso. Perth distrutta? Ma allora, i suoi genitori? Aveva bisogno di altre informazioni, ma non vedeva come poterle ottenere, dato che Shydra stava andando dai Centauri. Infine, lui stesso era legato e pronto a morire carbonizzato. L’unica a cui poteva appigliarsi era perdere tempo. “Come sai che la Fontana aperta ha ucciso uno dei Tre? A quel che so…”

“Come ho detto, a Perth la situazione è precipitata, da quando si sono messi a  cercare un ragazzo dalla pelle scura” disse l’uomo. “Poi, sono arrivati ad una casa molto malconcia, probabilmente il tuo indirizzo, e non hanno trovato nessuno. Ma non hanno avuto tempo di proseguire le indagini, perché Perth è stata invasa dai Rivoluzionari e la guerra è arrivata anche lì. Al che, ho pensato che volesse dire solo una cosa. Adesso è la Regina Margareth a governare, chiunque sia il fantoccio che ha messo al posto di lord Walter. Se ti consegno a lei, probabilmente mi sposerà, ma d’altro canto preferisce e preferiamo vederti morto. Non sai che danni hai combinato aprendo quella Fontana”

“Chi dice che sia stato io? Può essere stato chiunque!” rispose Kaden.

“Sei un ragazzo dalla pelle scura, no? E te ne vai in giro col Cavaliere Corrotto! Non offendere la mia intelligenza!” tagliò corto l’uomo.

“E sai chi abbiamo anche catturato, oltre sir John Taider? Klose Von Metternich, abile arciere e macchiatosi di vari attentati in tutto il regno dell’Ovest. Insomma, il vostro viaggio è finito. Chissà che cosa dovevate fare…”

Kaden rimase perplesso. Non aveva ancora capito che il potere di ciascun Re derivava dalle Fontane, o forse aveva capito che era valido solo per Walter? In ogni caso, Kaden era preoccupato per la sua famiglia. Se non erano più a casa, cosa Shydra aveva deciso per loro?

“Inutile dire che non mi sprecherò per tagliuzzarti a fettine, preferisco vederti bruciare e consegnare le tue ceneri a Margareth, che magari mi sostituirà al fantoccio quando troveremo il modo di richiudere la Fontana”

Richiudere la Fontana? Era possibile richiuderla? O era solo un modo per fiaccare la sua resistenza?

Ad ogni modo, non capiva dove fossero finiti i suoi compagni, e l’uomo inoltre non aveva mai menzionato Mary. “Che ne è stato di coloro che mi accompagnano?”

Amalec sbuffò. “Se ci tieni, vuol dire che ti stavano scortando davvero. E dov’è che stavate andando? A Kashnaville per aprire l’altra Fontana? E poi a Sydney? Beh, vi è andata male, ragazzo. I miei hanno preso i due uomini, e verranno impiccati. Ma tu, tu verrai abbrustolito, così com’è ordine del sovrano dei territori centrali, Lady Margareth. Vedi?” Kaden notò un piccolo quadrato sventolare accanto all’uomo. “Ricercato, vivo o morto, quindi…” l’uomo vociò parlando in una lingua incomprensibile. “Eintracht dat faiar!”

Quelle parole rimbombarono per tutta la caverna, ed evidentemente i Plexigos capirono, perché un fuoco venne appiccato. Kaden capì che era tutto finito.

Improvvisamente, una voce femminile riempì la caverna. “Maledetto bastardo!”

Kaden riconobbe Mary in quella voce, e fu sollevato, e cominciò a chiamarla. “Mary! Mary! Aiutami!” urlando, però, Kaden  tossì violentemente.

Mary sentì Kaden e, atterrita, vide che era legato a un rogo. Poi si rivolse all’uomo. “Lord Von Friedrich!” esclamò. “Morirai qui ed oggi!” ed estrasse la sua Tenebra.

“Oh, ma cosa vedo?” disse il sindaco della città al vedere la spada. “Sai che cosa maneggi? Quella è Tenebra, la gemella di questa” ed estrasse la sua.

“Io la chiamo Olocausto. Tenebra e Olocausto sono state forgiate dallo stesso stampino, ecco perché sono sorelle. Tenebra è finita nelle mani sbagliate, Olocausto appartiene ancora a me, Amalec Von Freidrich, l’ultimo della sua Casa e governatore di questo lembo di terra” spiegò.

“Non me ne frega niente! Klose! Taider! Salvate Kaden, io mi occupo di questo pazzo!” detto quello, Klose e Taider si lanciarono verso Kaden e lei cominciò a duellare sul piccolo spazio offerto dal balcone.

“Certo che Mary è stata grande!” esclamò Klose, atterrano troppo dolcemente per essersi lanciato da quell’altezza, imitato da Taider.

“Già. Ha rotto i sigilli della cella con Tenebra e ci ha salvati da chissà quale tortura. Le dobbiamo molto” rispose Taider, ed insieme salvarono Kaden, slegandolo e tenendo a bada i Plexigos.

Rimaneva ancora Amalec da affrontare, e a quello ci stava pensando Mary, che impegnata era costretta a difendersi dai fendenti di Olocausto.

“Non senti lo sfregare delle lame?” chiese a un certo punto Amalec. “Non senti come si cercano, si trovano e sbattono una contro l’altra? Sono davvero sorelle, e io mi sto esaltando! Fra poco morirai!”

Mary sentì che l’avversario aveva ragione, ma non volle dargli quella soddisfazione, continuando a tenerlo a bada, parando i colpi sempre più frequenti, che ebbero fino a quel momento solo l’effetto di far vibrare la lama.

La situazione si stava facendo sempre più pressante, e Mary si costrinse a dire: “Voi scappate, idioti! Io cercherò di raggiungervi appena posso!”

Amalec rise sprezzante. “Non andranno da nessuna parte!” Ma nel momento in cui schioccò le dita per chiudere le porte, Mary riuscì a tranciare la mano con cui lo stava per fare, annullando l’incantesimo.

La mano cadde a terra con un tonfo atono, e Amalec atterrì guardando il sangue scorrergli verso terra con fare indifferente.

“Fa niente. Mi costa una mano riottenere Tenebra? E sia!” commentò il sindaco di Chevanton e di altri piccoli villaggi. Poi riprese a combattere, maneggiando Olocausto con una mano sola. Il sangue, tuttavia, continuava a scorrere, e Amalec cominciava a perdere le forze e la sua vista si stava annebbiando. Di lì a poco, sarebbe certamente morto.

Mary, presa com’era dallo scontro e bene attenta a parare tutti i colpi che sempre più violenti le pervenivano, non capiva perché il suo avversario considerasse Tenebra sua, ma non le interessava. L’importante era accertarsi che i suoi compagni fossero scappati. Non aveva sentito nessun rumore di passi, ma probabilmente il caos della stanza aveva coperto i rumori minimi. C’erano i Plexigos che li stavano inseguendo, il fuoco del rogo che nessuno aveva spento, e il rimbombo di due spade pesanti, che ad ogni urto producevano scintille.

Si girò un attimo e sorrise. Non vi era più nessuno, a parte il rogo vivo.

Ma sorridendo perse una frazione di secondo di troppo, e lei sapeva bene che attendere una frazione di troppo si pagava sempre.

Amalec infatti, approfittando di quell’attimo, tranciò l’orecchio sinistro della ragazza, che cadde poco distante dalla mano. Tuttavia, non del tutto, poiché la foga, la vista annebbiata e il riflesso istintivo di Mary aiutarono ad attutire il danno, separando così la sola cartilagine.

Mary urlò dal dolore, ma tenne gli occhi bene aperti per parare quello che doveva essere il “colpo di grazia”, anche se, a guardare bene l’aspetto pallidissimo del suo avversario, forse non ne aveva nemmeno bisogno. A terra c’era un lago di sangue, tutto prodotto dal braccio tranciato.

Le due lame si tennero ferme a vicenda. Poiché Mary si era inginocchiata oppressa com’era stata dal dolore, Tenebra era tenuta in orizzontale, Olocausto in verticale.

Era divenuta una sorta di braccio di ferro fra i due duellanti, nel quale avrebbe prevalso la spada migliore.

“Secondo te, chi è meglio? Tenebra od Olocausto?” sibilò Amalec, in pieno delirio. “La Spada che ha ucciso più di ottocento Plexigos con un solo fendente o colei che è stata vagabonda e in mano a una dilettante?”

Dilettante? Mary? Non sapeva con chi aveva a che fare. Era vero che non aveva ancora compiuto imprese eroiche e si era limitata a fregare Tenebra a un tizio ubriaco, ma era molto più giovane di un lord capriccioso che probabilmente non combatteva seriamente da anni e per di più aveva perso una mano. Tuttavia, la forza che riusciva ancora ad imprimere alla sua spada erta invidiabile.

Alla fine, nonostante tutto, Amalec si accasciò a terra e non si mosse più. Accadde all’improvviso, ma Mary capì che chiunque avesse una mano mancante avrebbe dovuto curarsi subito, piuttosto che attardarsi.

Mary tolse non senza fatica Olocausto dal pugno serrato del suo rivale e andò a cercare i propri compagni, che comunque l’avevano aspettata all’esterno del palazzo, ed insieme si recarono all’ospedale, per curarsi tutti e tre.

“Cavolo” commentò per prima cosa la ragazza, non più in grado di muovere un dito, mentre si curava la perdita dell’orecchio alla casa di guarigione del villaggio. Si trovavano adesso in una delle sale bianche come il latte, adornate di piante e ciascuno era posto in un lettino, mentre ricevevano cure avanzatissime. “Siamo arrivati qui per la sua istruzione, ma non ha fatto un accidente. Cosa dobbiamo fare con te, eh?”

Kaden si sentì in colpa. Non se l’era cavata molto bene: era stato rapito dai Plexigos e legato ad un rogo, e solo l’abilità dei tre guerrieri l’aveva salvato da morte certa. Tuttavia, presentava due bende molto vistose ad entrambe le braccia.

“Alla fine, come hai sconfitto Amalec, Mary?” Chiese Klose, disteso sul suo letto e anche lui coperto di bende.

“Be’” disse lei, non riportando ferite molto gravi. “È morto dissanguato. Ha perso una mano e, dopo qualche minuto, è caduto. Gli ho rubato la spada, è di ottima fattura”

“Comunque, non essere troppo dura con Kaden” disse Klose. “Ce ne andremo subito da qui, non appena sarete tutti in condizioni di viaggiare. Inutile dire che andremo a piedi, ormai. Forse proseguiremo più lentamente ma almeno avremo maggiori possibilità di nasconderci nel caso qualcuno ci segua. Dobbiamo affrontare la strada più lunga ed impervia, che ci condurrà nella seconda sosta di questo viaggio, ovvero il Reame dei Centauri, i quali speriamo vivamente che si uniscano alla nostra causa. Chissà Shydra cosa avrà detto loro”

Kaden provò un moto di gratitudine per Klose, ma in mezzo a tutti i suoi pensieri, adesso sulla coscienza aveva anche le ferite di chi lo stava accompagnando.

“Kaden, se ti diciamo di impegnarti lo diciamo per il tuo bene. In questa missione potremmo anche morire, ma tu non puoi permettertelo. Devi superarci in potenza”

Taider tradusse a parole ciò che stava pensando.

Una volta ricevuto il permesso di uscire dall’ospedale, i tre presero dunque la strada del Deserto, una strada che sembrava interminabile e, come previsto da Klose, tutta da percorrere a piedi.

Kaden si rese conto di dove stessero andando quando il terreno sotto i suoi piedi cominciò a diventare sabbioso.

“Sappiamo dove stiamo andando, vero? Ci saranno delle oasi? E villaggi?”

Ma nessuno lo stava ascoltando, presi com’erano dalla lunga marcia. Kaden era in ansia e stette in ansia per tutto il percorso.

Passato un giorno, e non si vide nulla. Passati due giorni, col caldo insopportabile, furono illusi due volte dalle allucinazioni, ma alla fine trovarono un’oasi vera, dove rimasero per tutto un giorno e, una volta pronti a ripartire, fecero razzia di tutta l’acqua che poterono.

Passati tre, Kaden svenne per il troppo caldo. Passati quattro, incontrarono un’altra oasi e nel tardo pomeriggio si imbatterono nelle rovine di una città sommersa da una tempesta di sabbia.

Rimaneva poco o nulla.

“Questa dev’essere la città di Merredin” commentò Taider, gli occhi sulla mappa. “Accidenti, che puzza!”

Kaden, ancora molto debole dopo essere svenuto il giorno prima, sentì alle narici quell’odore fortissimo. “Non può essere stata… solo la sabbia” disse lentamente.

Improvvisamente, sentirono Klose urlare. “Oh, mio Dio! Venite a vedere!”

Preoccupati, salirono la duna sulla quale era salito anche Taider ma che non aveva commentato niente a differenza dell’arciere.

Kaden trattenne un conato.

Oltre la duna, centinaia di corpi legati ognuno ad un palo come lo era stato Kaden, con la differenza che loro erano già in putrefazione.

Ognuno di quei corpi presentava un buco in direzione del cuore, oltre il quale si vedeva il legno sporco di sangue.

Kaden poteva scorgere ancora in alcuni lo sguardo terrorizzato, non in tutti, perché gli animali spazzini non banchettavano sempre con lo stesso metodo.

Era un cimitero sconfinato e Kaden si chiese chi potesse essere stato.

“Il Mangiacuore è stato qui” sentenziò Taider, come se avesse letto nel pensiero del ragazzo.

Il Mangiacuore… non aveva ancora capito chi fosse esattamente, se un uomo  un animale, ma sentì che non sarebbe stata buona norma curiosare. E nel momento in cui si chiese che aspetto avesse potuto avere, uno schiocco lo fece voltare spaventato, quando in realtà era solo un ramo secco che sbatteva contro una casa semi distrutta.

Nel frattempo, Jakob Hesenfield stava cercando suo fratello senza sosta, con una fitta di apprensione nel cuore.

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