L’autobus/3

 

Previously in The Autobus…

Oh no! Mia sorella è paralizzata dalla paura e non fa che parlare del suo gruppo favorito! ma gli alieni non demordono e vogliono cibarsi di noi aggiungendo un po’ di maionese dopo averci cotti al forno! Che fare? 

Comunque.

Naturalmente il vucumprà tentò di vendere i pericolosi fazzoletti Tempo agli alieni, e miracolosamente questi accettarono, perché il loro odore richiamava loro un’arma di distruzione di massa che usavano i loro alieni rivali del pianeta Scarabocchius VII.

Invece loro erano del pianeta BellaGrafia XII.

L’unica a non venire rinchiusa era la signora Vincenza, la quale ricevette un trattamento di favore e persino le venne concesso di riporre gli acquisti della spesa nei speciali frigoriferi.

Aspettammo ore ad attendere questo fratello, il quale più passavano i minuti (lì un minuto durava cento secondi) più si mitizzava.

Si diceva avesse ripulito il quartiere più sporco della mia città in un solo pomeriggio, mangiandosi anche i rifiuti inorganici, amianto compreso, che per gli alieni è una proteina fondamentale.

Ciò spiegava dunque il mestiere del fratello di Bjozorf, il quale dal canto suo abitava col suo costume di essere umano in un altro quartiere, gestendo un Mc Donald.

Mettendoci le prelibatezze aliene, tutte a base di succo di ratto morto e di amianto, e per quello non si era mai fatto sgamare.

E finalmente eccolo arrivare, Mjungdberg.

“Ah, fratello mio”, e corse ad abbracciarlo: gli abbracci alieni consistevano nel fare uscire la lingua del ginocchio destro e farle incontrare, perché quella lingua era anche dove si depositavano i dati inutili, quindi era per questo motivo che quella razza non si perdeva mai in chiacchiere.

Mjungdberg guardò prima la signora Vincenza, poi con un altro occhio noi prigionieri.

Poi propose a Bjozorf “Fratello, io direi di farli precipitare nell’iperspazio, non credi anche tu?”

L’alieno femmina (lo si capiva dalla voce, in quanto era esattamente uguale agli altri due) disse “Sì, che bello! Io voglio i telefani di tutti però”

Non si poteva pretendere che sapessero perfettamente la lingua.

“Attenta Kaxandrash: lo sappiamo la tua voglia di telefani, però non è che poi ci esce un figlio potentissimo?”

“Tranquillo, Mjungdberg: userò le dovute precauzioni anche stavolta”, lo disse in tono stufato, perché per loro le precauzioni consistevano in una barriera protettiva che partiva dalla bocca centrale, e siccome le femmine di quella razza con quella bocca ci parlavano soprattutto, era alquanto scomodo. Inoltre, si riproducevano coi telefoni umani, soprattutto quelli a rotella li consideravano molto sexy.

Ma per Kaxandras era un sacrificio necessario.

Così aprì un portellone che dava all’esterno e creò istantaneamente un buco nero, poi si rivolse a noi “Forza, entrate”

Così io le chiesi, raccogliendo il coraggio a due mani “Mi scusi, Cassandra”

“Kaxandrash, ignorante”

“Ma come mai parlate pure voi in italiano?”

Kaxandrash non rispose, si tolse dalle orecchie a punta una specie di apparecchio come quello che si mettono i sordi e poi cominciò a parlare di nuovo “Ogesbvefhe, fvbd flgnr< n gwrpojgwq… rtf!yga àòààgg @## / fkebj!”, poi si rimise gli apparecchi e mi chiese “Secondo te che cosa ho detto?”

Quando mi fanno una domanda che non so, tento a guardare ovunque tranne che dalla parte dell’interessata in questo caso, comincio ad arrossire e la voglia di andarmene aumenta, così non risposi ed urlando mi buttai dentro il buco nero, e al diavolo le conseguenze.

Kaxandrash, vedendo tutto questo, poi disse a mia sorella “Certo che tuo fratello è un ragazzo strano, nevvero?”

Mia sorella disse “Sì. Ma che cosa avevi detto poco fa?”

“Che ore sono, nel dialetto della città di Sgorbius”

“Aaaah, molto bene allora”

“CHE COSA HAI DETTO, SCUSA?” chiese l’aliena, una vena di pazzia ben visibile.

“Molto bene, allora…” ripeté mia sorella, titubante.

“Come osi?”, la prese per i folti capelli ricci e la gettò nel buco nero di peso.

Il distinto signore le chiese “Che cosa significa “molto bene, allora” nella vostra lingua?”

“Grassa, e io NON sono grassa”, ma in quel momento ingrassò tanto da sembrare un pallone da spiaggia verde.

Così tutti entrarono in silenzio nel buco nero, perché se si fossero lasciati sfuggire qualcosa magari poi avrebbero subito supplizi peggiori.

Essendo stato io il primo ad entrare nel buco nero, mi resi subito conto che c’erano diversi sentieri da prendere, tutti però nella scrittura del pianeta Sgorbius.

Quindi è plausibile quello che stareste pensando, che fossi nei guai.

E invece no, o lettore.

Perché si dava il caso che la mia scrittura in stampatello corrisponde esattamente ai carattere ivi riportati, e così mi bastò anagrammare quello che c’era scritto nei cartelli per prendere la direzione giusta, lasciando dei bigliettini con la traduzione corretta per gli altri. Avevo anche la carta, fidatevi.

Beh, se non mi credete i bigliettini li presi strappando pezzi di nero dalle pareti del buco.

E fu così che ritornai, autobus compreso, oltre l’incrocio alieno, pronto per una nuova sfida.

Mentre aspettavo gli altri e che si riscaldava il motore del bus, pensavo a quali probabili torture ero scampato.

Non lo seppi mai, e probabilmente fu meglio così.

FINE

THE END

FIN

L’articolo è finito.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...