Kaden e le Fontane di Luce/16

Capitolo 16

“Che cosa?”

L’urlo della regina Margareth rimbombò per tutta la sala.

Doveva controllarsi, lo sapeva, eppure il suo cuore cominciò ad accelerare in maniera inopinata.

“Sì, mia signora. Gli Hesenfield, guidati da un loro capitano, hanno conquistato il Sud e adesso Lord Isaiah ha ottenuto l’alleanza dei Centauri e stanno per attaccare Perth, capitale dell’Ovest, già ampiamente provata dopo la dipartita del nostro… sovrano” disse un ambasciatore.

Margareth si accasciò sul suo trono, col cuore che rimbombava in preda all’ansia. Bisognava fare qualcosa per riprendersi i territori perduti, o gli Hesenfield avrebbero avuto in mano una vasta porzione di terra, troppo vasta per poter rovesciarli una seconda volta. Erano immortali, sì, lei ed Anthony, ma non invincibili, evidentemente.

Purtroppo però non le venne in mente niente. Aveva poche truppe, e quelle che aveva erano impegnate a sedare le rivolte a Nord dei suoi territori e inoltre si erano aggiunti anche i Draghi.

Margareth, in un primo momento, aveva approvato caldamente l’opzione proposta dal figliastro a tal punto da dimenticare ogni rancore, ma quando poi aveva capito che lui stava usando i Draghi come suoi alleati attaccando invece il suo regno, tutto il rancore dimenticato tornò prepotente.

Non trovava proprio via d’uscita e sospirò. Forse aveva fatto il passo più lungo della gamba quando aveva rivendicato il Trono, quasi un secolo prima. A quell’ora sarebbe dovuta morire, invece aveva la stessa età di quando chiuse la sua Fontana.

E in quel momento, dopo oltre cento anni da quegli avvenimenti, il peso della guerra le coprì le spalle meglio dei mantelli di pelliccia che ordinava.

“Non rimane che una sola carta da giocare” considerò alla fine. “Dovremmo assediare Villa Hesenfield e occuparla. Non mi pare ci sia altra soluzione”

“Andare alla tana del lupo? Ma lo sapete che vuol dire?” chiese il consigliere.

“Certo: vuol dire avere tutta la truppa di Abraham addosso. Plexigos, i Mannari, i Vampiri e il Mangiacuore; tuttavia dobbiamo farlo. Anche sorpassare il labirinto che nessuno ha mai risolto”

“È una follia, siamo senza truppe” considerò il consigliere di Margareth, che, dopo aver sentito quella frase, si afflosciò su se stessa, delusa.

“Hai ragione” disse. “Ma che possiamo fare… che posso fare? Il mio popolo sta morendo, e probabilmente è solo colpa mia! Se fossi stata un po’ più avveduta in tutti questi anni, nessuno si sarebbe mai ribellato! Invece adesso il mio potere si sta deteriorando e saremo costretti fra un po’ a esiliare! Altro che Fontana!”

Ma ormai, era in ballo, e avrebbe ballato. Non avrebbe più consultato Anthony, voleva riuscire da sola.

“Bene, non possiamo più tollerare questo andazzo. Faremo una Contro Rivoluzione, sopprimendo tutti i dissidenti e facendo un’ottima propaganda a favore del regno! Innanzitutto, abbasseremo le tasse e innalzeremo gli stipendi! Con le Casse dello Stato che ci ritroviamo, sono sicura che non ne risentiremo!”

In effetti, vi era un bilancio in attivo da decenni, e tuttavia il popolo moriva di fame ugualmente.

Nonostante i malumori, l’editto venne varato ad effetto immediato, e a Margareth non rimase che vederne gli effetti.

 

Nel frattempo, a Villa Hesenfield, protetta dal labirinto che copriva le Fosse Demoniache, vi era tutt’altra aria.

Jakob era finalmente tornato a casa. Fu con immensa nostalgia che vide le alte e austere mura e poi in basso il grande portone. Il cielo era nuvoloso e ogni tanto i raggi del sole lambivano quel luogo triste.

“Visto, Josafat? Visto che bella? È casa nostra” si rivolse al fratello, che sordo non avrebbe mai potuto sentire. Eppure sembrava felice dal suo sguardo, visto che sorrideva.

Ed entrarono, una volta bussato tre volte, come imponeva la tradizione.

“Ciao, Frederick. Ancora qui…” e gli strinse la mano.

“Già. Sono contento che il signorino Jakob sia tornato. E c’è anche il signorino Josafat, che onore, che onore. In tutto il Triregno non si fa che parlare di voi”

“Già. Adesso conducimi da mio padre” disse Jakob.

Salirono una rampa di scale posta in fondo la Sala d’Ingresso e voltarono a destra, laddove a sinistra vi erano le camere da letto. Invece lo studio era ubicato oltre la porta in fondo a quel corridoio intrapreso.

Lo stesso studio che aveva visitato qualche giorno prima per ricevere l’ordine di catturare Josafat, loro fratello minore. Il Mangiacuore, lo chiamavano… ma che ne sapeva la gente? Il dolore che avevano passato?

Frederick bussò alla porta.

“Sì?” chiese una voce dall’esterno.

“Sono arrivati i vostri figli Jakob e Josafat, mio signore”

“Falli entrare, muoviti” si notava una certa emozione nel tono di Abraham.

E così entrati, il padre sorrise sinceramente sia al terzogenito che al ragazzo conosciuto col nomignolo di Mangiacuore, il quale non sembrava essere capace di stare dritto con la schiena e aveva continuato a gattonare per tutto il tempo.

“Bentornati, figli miei. Naturalmente dovrai far lavare tuo fratello, puzza in una maniera indicibile” ordinò a Jakob. “E gli donerai vestiti nuovi dal tuo armadio. A proposito, perché ci hai messo così tanto?”

Jakob rispose contrito: “Non è stato affatto facile. Le voci su di lui si rincorrevano, è vero, tuttavia è più veloce di un fulmine e laddove compiva gli atti efferati di cui si è macchiato, era già molto lontano dal luogo precedente. Ecco perché non riuscivo a trovarlo. Fortunatamente quattro viandanti lo avevano rallentato e sono riuscito ad afferrarlo”

Abraham si sentì risuonare un campanello in testa.

“Quattro viandanti? Non saranno mica gli Incaricati a cui stiamo dando la caccia?”

“Potrebbero essere loro come no” rispose Jakob. “Non ho chiesto”

Abraham si innervosì, causando una certa agitazione in Josafat.

“E secondo te quante persone al mondo fanno i raminghi senza motivo? Devono essere stati per forza loro, e TU hai impedito di velocizzare il processo che ci porterà a conquistare il nostro Trono. Forse non hai capito quanto sono importanti quelle persone per i nostri piani? Spero che Caleb li stia portando qui, visto che dovevano recarsi al Reame dei Centauri. Ma tu meriti una punizione. Hai ostacolato i piani della famiglia, quando invece avresti potuto anticiparli.”

Estrasse da un cassetto un’arma da fuoco.

“Sai cos’è questa?” chiese Abraham, col tono spento di chi si rammarica di quanto sta per succedere.

“Non ne ho idea, padre” rispose Jakob con la voce spezzata.

“La chiamano pistola… è un oggetto rarissimo, credo che ne esistano pochi esemplari al mondo. Si tramanda da generazioni e adesso la userò contro di te”

Bang.

Abraham aveva appena sparato a suo figlio, colpendolo a una gamba, la sinistra.

“Lo sai, un minimo errore e lo paghi” disse Abraham alterandosi, vedendo il figlio trattenere a stento le lacrime per il dolore. “Non avresti dovuto lasciarli andare. Mi hai deluso. Ma non solo me, hai deluso i tuoi fratelli, tua sorella, tua madre e i tuoi avi. In breve, hai deluso questa Casa. Qual è il nostro Motto? Su, avanti, dillo! O il prossimo proiettile te lo ficco in testa!”

“T… totus tuus” mormorò Jakob, mentre Josafat gli leccava la ferita come un cane.

“Sì. Totus tuus. Tutto tuo. Tutto nostro. Ma devi meritarlo. Il nostro cognome è antichissimo e pretende gloria, in cambio lui ti restituisce il centuplo e la vita eterna”

Quei discorsi li aveva sentiti decine e decine di volte, lui e i suoi fratelli erano cresciuti a pane e storia. Però, la storia appare nelle famiglie nobili solo quando queste sono relitti di ciò che erano stati.

“Adesso alzati e rimuovi la pallottola. Poi porterai Josafat a pulirsi e a vestirsi, il tanfo è insopportabile”

Era incredibile come pochi secondi in quella casa facevano rimpiangere la vita che fino ad allora aveva compiuto. Lontano da quella villa, si era liberi di fare ciò che si voleva, forti del proprio cognome; invece, lì dentro, in quelle stanze che sapevano di muffa, erano loro stessi a dover servire il cognome troppo pesante.

Jakob non ricordava nemmeno se suo padre avesse mai detto “Mi dispiace”. Forse una volta, a Caleb, il suo primogenito. Quell’infame, il quale era tutto suo padre, stratega, opportunista e calcolatore come pochi. Dov’era finito lo spirito di fratellanza? C’era mai stato? A Caleb sarebbe dispiaciuto se avesse saputo dello sparo?

No, si rispose convinto, mentre con sommo dolore si faceva rimuovere dall’infermiera di casa la pallottola.

Jakob invece doveva sopportare di essere il terzo, poiché Isaiah, quell’idiota,  aveva avuto la faccia tosta di essere nato gemello di Caleb.

Isaiah era una tale faccia di bronzo, sin da quando era piccolo… e non l’aveva mai persa, comunque. E infine, si ritrovò persino ad odiare Josafat, al quale stava pulendo personalmente la schiena, compito che di solito toccava alla servitù.

E Isabel? Lei non aveva mai mosso un dito per nessuno, figuriamoci. Era troppo impegnata a farsi corteggiare, anche da bambina, e a coccolare il giovanissimo quartogenito, prima che diventasse pazzo.

La Lady Impossibile, la chiamavano a quanto aveva sentito… si metteva a ridere al solo sentire quel nomignolo. Solo un’oca con la puzza sotto il naso, ecco chi era sua sorella.

 

Nel frattempo, a Caleb scappò uno starnuto.

Era un nuovo giorno, in un punto imprecisato delle grandi steppe dell’Australia.

“Bronchite? Polmonite? Allergia?” chiese Klose, una volta ridestatosi dopo una lunga notte di sonno.

“No… credo che qualcuno mi stia pensando lanciandomi anatemi” rispose vago Caleb. In effetti, aveva un sacco di nemici ed era perfettamente plausibile che qualcuno parlasse male di lui.

“Comunque non sono affari vostri ciò che mi capita” aggiunse sbrigativo e burbero. Non aveva chiuso occhio per tutta la notte, avendo compiuto un turno di guardia lunghissimo. Ciononostante, non sentiva sonno.

“Proseguiremo il viaggio fino alle Fosse, dovremmo arrivare domani sera, se ci mettiamo di buona lena” concluse il discorso.

“Chiedo scusa… perché non mettiamo una protesi al povero Taider? Non vedi come soffre? E poi, anche Mary ha bisogno di una protesi” chiese Kaden, notando che Taider, dopo aver accettato controvoglia di farsi installare un ramo invece della gamba, soffriva ad ogni passo stringendo i denti.

“Come vi ho già spiegato” rispose pazientemente Caleb, “non possiamo fermarci perché qualcuno di noi sta male. Vivi o morti, devo portarvi tutti a Villa Hesenfield… e poi c’è qualcosa che mi preme chiedervi”

“E cosa?” chiese Kaden.

“Avete… insomma, avete nel vostro viaggio incontrato un essere che gattona e non parla e gira a torso nudo?”

Tutti i suoi interlocutori repressero un brivido. “Sì, perché?” chiese Klose.

“Si tratta di mio fratello, il Mangiacuore, come viene chiamato… ma si chiama Josafat e vi prego di non giudicarlo da quello che fa. Mio fratello Jakob lo sta cercando e…”

“Sì?” incalzò Kaden.

“Niente, non ti preoccupare” tagliò corto Caleb. “Come mai siete vivi?”

“Be’, sai, abbiamo proprio voglia di respirare!” esclamò sarcastico Taider. “In ogni caso, è stato rapito da uno dei tuoi fratelli proprio mentre stava per attaccarci”

“Ah! Quindi Jakob è tornato a casa! Meno male” Caleb si sollevò. Era talmente preoccupato per le sorti dei suoi fratelli che era per quello che non aveva dormito. Non riusciva ad immaginare la sua reazione se li avesse saputi morti. Era vero che, essendo l’erede, era per forza lui il preferito, ma se gli altri avessero saputo cosa era costretto a passare a causa di quel fardello… forse il giudizio di Jakob sarebbe stato meno severo.

Caleb sapeva che Jakob era invidioso, di lui e di Isaiah, ma gli voleva bene lo stesso e immaginava che, una volta divenuti principi, tutto si sarebbe risolto pacificamente. O quantomeno, lo sperava.

In ogni caso, dopo essere scappati da un Drago che riconobbero come Kraken l’Angusto e aver sconfitto facilmente una banda di cacciatori di taglie, che cercavano Kaden in quanto ricercato, finalmente arrivarono alle Fosse Demoniache, dopo svariati giorni di cammino.

Queste erano il ricordo delle bombe nucleari che avevano colpito l’Australia nel lontano Diecimilaquattro, devastando molte aree della zona centrale, lasciando come eredità un’enorme voragine, la quale venne sfruttata dal primo Hesenfield, di cui si era persa la memoria, per costruire la propria casa, che allora era solo una capanna. Col passare degli anni divenne una Villa, visibile ma minuscola all’orizzonte, circondata da spesse nubi, dovute al clima sempre pesante.

“Siamo già qui…” borbottò Kaden. “Alla Tana del Lupo”

“Non siamo certo Lupi, noi” ribatté Caleb, scandalizzato. “Siamo Grifoni, qualcosa di più leggendario” e sorrise estatico al solo pensiero.

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