Kaden e le Fontane di Luce/22

Capitolo 22

Taider era molto sicuro di vincere, Jakob non gli sembrava una grande minaccia.

Gli sarebbe bastato dare fondo a tutte le tecniche che conosceva, e avrebbe vinto.

Lo chiamavano il Cavaliere Corrotto, per via dei suoi trascorsi al servizio del sovrano. Poi si era ravveduto, e stava cominciando ad amare anche una popolana senza arte né parte.

Per questo non vedeva l’ora di riabbracciarla e farle vedere che non era un codardo, magari portandole anche la testa di Jakob, il terzogenito degli Hesenfield.

Tutto era pronto, Jakob nella sua armatura scintillante e Taider con la sua veste strappata in molti punti e mancante di una gamba.

Qualcosa tuttavia li bloccò. Era troppo importante prendere la prima mossa, perché avrebbe dato loro un immenso vantaggio.

Si spostarono lentamente come dei granchi pronti a combattere, senza smettere di fissarsi.

Nel frattempo, un leggero vento freddo lambiva la pelle.

Nessuno di loro due si conosceva, se si escludeva ovviamente la vista di sfuggita che avevano ottenuto quando Jakob era riuscito a trovare il Mangiacuore e portarlo con sé a Villa Hesenfield. Pertanto, sarebbe stata una novità assoluta, in cui uno o l’altro sarebbe perito sotto i colpi dell’avversario. Era più che mai fondamentale, dunque, mantenere il sangue freddo e dimostrare il più assoluto cinismo, perché era così che si vincevano le guerre. Non certo con i sentimenti, e non certo pretendendo che l’altro fosse disposto a cuor leggero ad abbandonare i propri compagni al loro destino e unirsi alla causa, malvagia o giusta che fosse.

Quindi, entrambi avevano intenzione di eliminare l’altro con un colpo solo, e sarebbe andata come avrebbe voluto il destino.

Jakob era sicuro di vincere, l’esperienza che aveva ottenuto sul campo di battaglia lo metteva al riparo da qualsiasi tensione.

Taider era sicuro di vincere, l’importante era prendersi la prima mossa, e così avrebbe fatto.

Improvvisamente, quando notò che Jakob aveva cominciato ad abbassare la guardia sbattendo le palpebre, si avventò contro l’armatura e provò a colpirlo con un potente calcio, subito bloccato dai riflessi del figlio di Abraham, che dunque  prese con entrambe le mani la gamba sinistra del Cavaliere Corrotto, facendogli perdere l’equilibrio.

Taider aveva dimenticato che si stava appoggiando con un pezzo di legno. Lo aveva conficcato grazie alla misericordia di Caleb, che lo aveva trovato durante il viaggio e lo aveva donato a Taider, quindi in quel momento si ritrovò in svantaggio.

La prima mossa era andata male, dunque dovette sorbirsi la risata divertita del nemico, il quale non riusciva a credere a tanta fortuna. Dopotutto, quello scontro non sarebbe durato a lungo.

Dopo quella risata acuta e penetrante, Jakob disse: “Sei menomato nei movimenti! Non ti conviene mettere lo scontro sulla fisicità! Sei un mago ma non usi la Magia? Allora dillo che vuoi perdere!”

Detto quello, Jakob sollevò il corpo del Cavaliere Corrotto come un fuscello e lo lanciò lungi da lui, come se stesse partecipando a una gara di lancio del disco, con un uomo al posto dello strumento.

Taider era stato uno stupido, e anche lui se ne rese conto, lo pensò quando sbatté la faccia sul suolo ruvido del Labirinto. Fra tutte le prime mosse che poteva scegliere, proprio un calcio?

Avrebbe potuto usare qualsiasi tecnica per metterlo alle strette, tuttavia la foga del momento lo aveva tradito, e dire che lui era famoso per il suo sangue freddo.

Ma il dolore alla gamba non  gli permetteva di ragionare, e in più il pensiero per Klose, Kaden e Mary gli occludevano anche l’altra parte del cervello, non permettendogli dunque di concentrarsi con lucidità.

E intanto Jakob gli si avvicinava, procedendo a passi lenti ma inesorabili, con la propria spada posta davanti la sua faccia, come se stesse salutando.

Taider non riusciva ad alzarsi, con una gamba sola e l’altra che non rispondeva a nessun comando era difficile farlo. Per quanto tentasse, risultava proprio un verme strisciante, lui che aveva assunto il comando dell’Armata pur non avendo mai esercitato.

Così decise che, a mali estremi, estremi rimedi, avrebbe combattuto da seduto. Avrebbe aumentato l’epicità della sua vittoria, siccome era sicuro di vincere.

Preparò dunque entrambe le mani per lanciare contro il proprio avversario una serie di palle di fuoco, tanto per vedere come se la cavava con i riflessi, e dovette ammettere che Jakob era davvero preparato.

Una, due, dieci: con la sua spada, deviava tutti i colpi, ma la lama inspiegabilmente non riusciva a prendere fuoco, nonostante la magia.

E rise di scherno, Jakob, giusto per irritare il proprio derelitto avversario. “Non riuscirai mai a dare fuoco a Inverno! L’ho fatta forgiare con una lega immune al fuoco, dunque non hai speranze!”

Il suo tono era gelido più del vento che stava cominciando a spirare sempre più forte. Il Vento della Morte.

Taider seppe che stava dicendo la verità, l’aveva visto lui stesso. E nel frattempo Jakob era sempre più vicino. Stava per entrare nell’orbita della spada. Ancora pochi passi e l’Hesenfield avrebbe potuto tagliargli la testa.

Quindi, gli ultimi secondi di vita. Della sua vita.

Era sicuro di vincere… adesso, quei pensieri lo facevano solo ridere. Non  era neanche in grado di rialzarsi senza sostegno! Adesso avrebbe potuto solo accettare la morte.

Jakob era arrivato, ma con suo stupore girò la spada e conficcò la lama verso terra, poggiando le mani sul manico.

“Sarebbe facile mozzarti la testa” dichiarò. “Eppure voglio darti un’ultima possibilità. So bene che con entrambe le gambe mi avresti dato filo da torcere, quindi desidero dirti che con una buona operazione riavrai la tua gamba, i tuoi amici usciranno da questo labirinto e potranno fare quello che vogliono. Quello che ti chiedo è accettare la mia causa. Diventerai Lord di qualsiasi territorio tu desideri, una vita felice e immense ricchezze. Rifiuta pure, ma morirai qui, solo e dimenticato da tutti. Mi sembra ovvio come risponderai, no?”

Taider considerò per la prima volta quella proposta. Certo, qualche minuto prima aveva rifiutato, ma d’altro canto chi voleva morire?

Poi gli tornò in mente il tentativo di bacio che aveva dato a Mary. Ecco perché non poteva tradire i propri amici: Jakob Hesenfield si era schierato apertamente contro di loro e quindi unirsi alla sua causa sarebbe bastato a quella ragazza per non guardarlo più in faccia, e nemmeno avrebbe potuto biasimarla.

Così, con la morte nel cuore, parlò come un uomo che accetta il proprio destino.

“No, Jakob. Uccidimi ora, se lo ritieni giusto. Meglio morto che non poter più guardare Mary”

A Jakob tuttavia dava fastidio uccidere un guerriero valoroso. Non era mai successo che uno dei suoi soldati gli avesse detto “no” quando proponeva qualcosa. Ma quelli erano i bei tempi in cui comandava assieme ad Isaiah e Caleb, adesso era solo e con una gamba tremolante.

Taider se ne accorse. “Ti trema la gamba sinistra. Ti hanno forse colpito?” lo chiese, e forse poteva approfittare per trarne vantaggio.

“No, lascia perdere. Non ti riguarda affatto” tagliò corto Jakob, anche lui con la morte nel cuore. Non era facile sapere che il proprio genitore faceva due pesi e due misure, meno che mai accettarlo. “Ti basta sapere che in questo scontro non solo tu sei menomato”

“Scontro che è finito, e tu sei morto!” esclamò Taider, che concentrando tutte le forze sui palmi delle mani unì i polsi e sparò una fortissima onda d’urto invisibile che colpì in pieno il terzogenito di Abraham, che quindi cadde lungi da lui.

“Sei un idiota a non finire i tuoi avversari!” Taider notò la spada conficcata sul terreno, così si rialzò aiutato da quella, e poi la estrasse.

“Le parti si sono invertite”

Non poteva crederci. Jakob aveva la vittoria in pugno, eppure non solo non era riuscito ad ucciderlo, ma Taider poteva volgere le sorti dello scontro a suo favore, con una spada nuova in mano.

“Di’ addio a questo mondo. Gli Hesenfield avranno una bocca in meno da sfamare”

Jakob capì che il suo avversario stava facendo sul serio, ma per fortuna riuscì a evitare il peggio, scansandosi all’ultimo momento e lasciando che la sua fidata arma fendesse la terra piuttosto che lui.

“Maledetto!” Taider colpì ancora e ancora, ma Jakob gli sfuggiva, e alla fine, scansando un altro fendente, Jakob riuscì a bloccare il braccio dell’avversario e, applicando una vecchia tecnica di combattimento, portò Taider sulle spalle e lo capovolse, portandolo invece davanti a sé, facendogli sbattere la schiena a terra, già martoriata dal fendente di poco prima.

Jakob ottenne anche il risultato di riottenere l’arma, e la puntò sul petto del nemico.

“Avrei avuto pietà di te, e l’ho dimostrato in due occasioni” disse, non riuscendo a nascondere il profondo rammarico. “Tu invece ti sei dimostrato un combattente senza pietà. Non dico che il mio comportamento sia stato sempre corretto, ma perlomeno il rispetto della vita umana non dovrebbe mai mancare… ah, già, comunque tu sei corrotto, no? Ad ogni modo, ecco la mia sentenza. Io, Jakob Hesenfield, terzogenito di lord Abraham, Re attendente della terra australe, coi miei poteri di Principe ti condanno a morte per aver disobbedito a un ordine dello stesso”

Alzò la propria arma al cielo. “Che Dio possa avere pietà delle nostre anime”

Taider alla fine si rese conto di non poter più fare appello alla fortuna.

Ciò che aveva seminato, avrebbe raccolto. Aveva avuto l’ultima possibilità di uccidere Jakob, ma non aveva avuto abbastanza sangue freddo e l’altro lo aveva giocato con una mossa di un’arte ormai perduta nei secoli.

La spada tranciò il capo di John Taider con un colpo secco, netto, come se non avesse aspettato altro dall’inizio; e la testa del Cavaliere Corrotto rotolò indifferente ai piedi del figlio di Abraham, che da quel momento in poi avrebbe avuto l’anima spezzata di un assassino.

“Bene, e anche questa è fatta” si disse Jakob Hesenfield. “Adesso vorrei seppellirlo, ma perché vietare carne fresca a tutte le creature che vivono qui, nella Porta di Servizio?”

Così tornò in Villa, proseguendo nel suo proposito mortifero. Neanche dieci secondi, e il corpo di John Taider, il Cavaliere Corrotto, divenne proprio preda dei Plexigos e dei Demoni, che banchettarono con gli organi interni, strappando ogni singola parte commestibile.

Aveva ucciso un uomo… indifeso, menomato ad una gamba, e non solo: lo aveva lasciato in pasto alle creature che popolavano quel luogo spettrale.

Sir John Taider… aveva molto sentito parlare di lui, e non lo aveva affrontato nel pieno delle sue forze. Ciononostante, lo aveva ucciso, invece di medicarlo comunque.

Dove poteva finire la dignità di un Cavaliere? Era giusto che quello scontro avvenisse pur sapendo in partenza di una sua vittoria? Era come affrontare un bambino, dopotutto, e quello era sbagliato.

Quindi non era giusto nemmeno affrontare chi aveva difficoltà a sostenere un combattimento vero, né tantomeno fargli fare quella fine.

Forse suo padre avrebbe approvato, ma la sua anima? Che cosa erano diventati gli Hesenfield? Una Casa cinica che non guardava in faccia niente pur di ottenere tutto oppure erano la voce del popolo affamato, e quindi in attesa di regnare com’era giusto che fosse?

Tante domande e nessuna certezza. Da quando Abraham gli aveva mostrato la pistola, Jakob non era più sicuro di poter essere sempre fedele alla sua famiglia. Non se questa gli imponeva di uccidere tutti senza alcuno scrupolo.

Ne avrebbe parlato con Caleb, sperando in una buona risposta da parte sua. E con quella speranza, aprì la porta d’uscita come aveva fatto Klose qualche minuto prima.

Ma, si disse, era giusto anche parlare e confidarsi con Caleb? Quello era accecato dalla devozione che aveva per il loro padre, era stato persino disposto a rinunciare al campo di battaglia e rimanere a casa piuttosto che seguire Isaiah nei territori dell’Ovest.

Escludendo Josafat, suoi fratelli erano Isaiah, Caleb e Isabel, e nessuno di loro due avrebbe potuto né voluto dargli una mano.

E parlarne con Isabel? Non la vedeva da quando aveva dieci anni, che ne sapeva di quello che succedeva in Villa?

Eppure, proprio per quel motivo era l’unica parente conosciuta alla quale poteva parlare. Già, proprio Isabel, l’oca per eccellenza.

Tanto valeva fare un giro per il Labirinto che farle capire qualcosa. Jakob sbuffò nel vederlo proprio sotto i suoi occhi, tramite le grandi vetrate della Villa.

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