Kaden e le Fontane di Luce/24

Capitolo 24

Caleb ricordava bene l’infanzia sua e dei suoi fratelli a Villa Hesenfield.

Jakob ad esempio non sarebbe dovuto nascere, i medici avevano detto a Lady Katrina che non sarebbe arrivata al sesto mese di gravidanza. Eppure ora era giunto fin lì, a rivendicare il suo posto nel mondo, assieme a lui e Isaiah, più piccolo di Caleb di dodici minuti.

Ecco a cosa stava pensando il primogenito della Casa quando aveva finito di leggere una missiva del terzogenito che comunicava la morte del padre.

Una volta c’era stata una giornata in cui lui, Isaiah e Jakob erano andati col padre a caccia. In quell’occasione, fu il solo terzogenito a catturare un cinghiale con le proprie mani e Abraham lo aveva guardato con occhi di predilezione.

“Siete i primogeniti eppure vi siete lasciati battere” osservò Abraham, ridacchiando. “Sarebbe anche ora di prendere il posto che vi compete. Vero, ragazzi?”

“Uffa, ma padre! I cinghiali sono pericolosissimi!” aveva protestato Isaiah, e lui stesso si era difeso con “Sì ma io stavo puntando al cervo”

“Però ti è scappato” lo aveva canzonato Jakob. “Chi arriva ultimo alla villa cambia il pannolino a Josafat!”

Siccome il piccolo Josafat era uno di quei neonati che odiava essere anche solo toccato e tuttavia produceva quantità industriali di feci, nessuno voleva arrivare ultimo, e fra le risate generali Jakob, con in  mano la vittoria, si ritrovò ad inciampare proprio sul finale.

“Che giochi stupidi” borbottò Abraham, mentre Isaiah e Caleb sghignazzavano.

Ed ecco, Caleb si riscosse dai suoi ricordi notando una macchia umida sulla lettera scritta di fretta.

“Mio signore…” esordì una delle serve, che si occupavano dell’accampamento militare situato a sud dell’Australia, che ormai aveva conquistato l’intera città di Adelaide.

“Il posto in cui devo essere è quello che ho appena lasciato” rispose Caleb con voce rotta e, alzandosi in preda allo sconforto, prese il volo diretto alla Villa.

///

Intanto, nel Labirinto, Klose l’arciere si riscosse dal torpore, infastidito dalla pioggia battente che lo aveva infradiciato. Aveva sentito delle esplosioni e un urlo provenienti da dentro la villa… che cosa era successo? Perché gli Hesenfield dovevano essere tutti degli spostati?

Klose decise dunque di tornare sui suoi passi per andare a riprendere Kaden, quindi tornare dentro il Labirinto e fuggire da quella Villa maledetta, già probabilmente bagnata col sangue di un uomo. Si era appena reso conto di non voler sapere cosa il Labirinto nascondeva e se ci fosse davvero un oggetto da recuperare per aprire le Fontane. Una volta giunti a Kashnaville, poi, avrebbero riflettuto sul da farsi.

Il problema era che il Labirinto era molto ampio, a parte i Plexigos, i Demoni e le magie architettate per scoraggiare l’intruso, le biforcazioni e gli inganni non si contavano, quindi anche l’idea di recuperare Kaden si presentava ai limiti del possibile.

Tuttavia, non vide nulla. Klose si ritrovò la strada spianata più e più volte, senza nemico alcuno ad attentargli la vita. E fu così che vide Kaden e Mary dopo qualche minuto, a diversi metri da lui, intenti a fuggire dal Mangiacuore, che avido di sangue era sulle loro tracce. Era spaventoso e orribile alla vista, figuriamoci cosa stessero provando i suoi amici.

Così, gli venne in mente solo una cosa da fare, la soluzione più razionale. Aveva ancora una freccia nella faretra, così incoccò e mirò alla spalla del più piccolo fra i figli di Abraham.

Il Mangiacuore venne colpito, ma non era certo un colpo che lo avrebbe ucciso, tuttavia si limitò a fuggire spaventato, lasciando così Kaden e Mary vivi ma in stato di shock.

“Sono… stanchissima. Questo Labirinto è un incubo” disse Mary, fiatoni. Klose si guardò attorno e notò che non c’era più davvero nessuno. Poco prima aveva sentito un urlo e un’esplosione, e si vedeva del fumo nella parte sinistra della Villa. Che cosa voleva dire?

“Secondo me non abbiamo più niente da temere” disse dunque. “Innanzitutto ho risolto il labirinto arrivando al traguardo, poi tornando indietro per salvarvi ho notato che non ho incontrato difficoltà, il che mi fa pensare parecchio”

“Non ne ho idea” disse Mary, alzandosi, poi ebbe un conato di vomito.

“Oddio, Mary!” esclamò Kaden, parlando per la prima volta. “Dobbiamo assolutamente uscire da questo inferno! Davvero hai risolto il Labirinto? Andiamo, allora!”

Presero la ragazza sulle loro spalle e proseguirono lentamente, chiedendosi per quanto tempo il Mangiacuore sarebbe rimasto nascosto. Nel frattempo la spadaccina ripercorse con la mente quei terribili momenti in cui era stata preda di Josafat Hesenfield.

Il suo fetido odore di morte e sangue… non avrebbe mai dimenticato quegli occhi vuoti e quei capelli unti, e quella man o che così tante volte aveva ucciso, e la disperata fuga dalle sue grinfie che l’aveva ridotta in quello stato.

“Lo vedo… lo vedo…” disse in perda al delirio, preoccupando i due amici.

“Sai dove cazzo è finito Taider?” chiese Kaden. “È scomparso senza lasciare traccia, e uno come lui dovrebbe avere risolto il Labirinto, no?”

“Stanno succedendo un sacco di cose strane, Kaden” si limitò a rispondere Klose. “Ce ne dobbiamo andare”

“Ti riferisci a ciò che hai sentito? Io non mi sono accorto di niente“ disse lui. “E vorrei vedere, con il Mangiacuore alle calcagna e il tuo stesso cuore che fa tipo la lavatrice!”

Klose annuì. “Molto vero” e alla fine notò il corridoio in cui si era addormentato. “Eccoci arrivati, vedi quella porta in ferro battuto?”

“Sempre questo simbolo di merda” commentò Kaden. “Va bene, adesso entrerò e prenderò questo coso”

Detto quello, spalancò la porta, mentre un altro tuono riempì le sue orecchie. Al suo interno non c’era altro che una stanza fatta di muri d’erba illuminata da due candele poste ai lati della stanza, con al centro un piccolo altare che sorreggeva nient’altro che una manopola da lavandino a forma di croce, con al centro incastonato un piccolo globo smeraldino.

Sotto di esso, un paio di righe scritte a mano:

Se la Fontana devi aprire, questa manopola, e non altre, devi inserire.

“Ma no, davvero?” chiese sarcastico Kaden alla scritta, così la prese e la intascò, per poi uscire.

“Allora? Che c’era dentro?” chiese Klose. Kaden mostrò l’oggetto e l’arciere sbuffò.

“Tutto questo casino per una manopola” commentò. “Chissà cosa ne pensa Taider…”

Una volta nominato il cavaliere Corrotto, Kaden e Klose si guardarono tristi e rassegnati, come se l’ineluttabilità della vita non avesse poi bisogno di tante parole. Poi rivolsero lo sguardo a Mary, che stava piangendo tutte le sue lacrime, mentre si confondevano con quelle del cielo.

“È morto” disse singhiozzando. “È morto… e n-niente potrà r-riportarlo i-indietro, vero?”

Né Klose né Kaden risposero. L’arciere, tuttavia, sentì una fitta al cuore: Mary avrebbe amato per sempre l’idea del Cavaliere, e non lui.

///

Intanto Caleb era entrato in Villa spalancando la porta, così non si accorse che c’era anche Isaiah, che teneva sulle spalle un Josafat ferito al braccio, e curato con una fascia grezza macchiata di sangue rappreso.

“Che dannazione è successo in questa casa?” chiese Caleb, furibondo, al gemello incolpevole, che si limitò a scrollare le spalle come a dire “ne so quanto te”.

I due dunque salirono le scale diretti allo studio del padre, aperta la porta, trovarono l’apocalisse.

Tutto era sconquassato, pieno di polvere di calcinacci, muri crepati e pagine di libri svolazzanti, e i lampadari di cristallo frantumati, e il pavimento si era allagato a causa della pioggia, che era entrata perché i vetri non erano più. La scrivania era ridotta a pezzi, ma ciò che i due notarono per primo era il cadavere di loro padre coricato prono, esibendo una vistosa ferita da spada lungo la parte sinistra della schiena, lì dove dall’altra parte c’era il cuore.

Davanti a lui, giaceva l’arma del delitto, ancora scarlatta e infine i gemelli videro un ragazzo seduto rannicchiato intento a piangere tutte le sue lacrime, col volto nascosto fra le gambe.

Un altro tuono rimbombò nelle vicinanze.

“Jakob…” chiamò Caleb, mentre Isaiah poggiava Josafat in un altro angolo. Era la prima sentenza che emetteva da capofamiglia, ma non voleva essere troppo duro. “Hai ucciso nostro padre, vero?”

“NON È NOSTRO PADRE!” si ritrovò a urlare Jakob. In realtà non sapeva neanche lui perché si era messo a piangere. “Perlomeno, quest’uomo non è mio padre… se sapeste… se sapeste cosa ha fatto…”

“Tuttavia l’hai ucciso” interloquì Isaiah. Caleb vide il gemello per la prima volta con l’espressione seria. Non l’aveva mai riservata, nemmeno per le battaglie. “Caleb adesso deve ucciderti, lo sai, vero?”

Caleb sentì d’un tratto un peso enorme piombare sulle sue spalle e un rivolo di sudore freddo tutto sulla pelle. Uccidere uno dei suoi fratelli? Pazzesco! Ma che stava succedendo? E che cosa era saltato in testa ad Isaiah?

Poi capì. Toccava esattamente a lui, adesso, riparare agli errori dei suoi familiari e, per inciso, l’omicidio di un consanguineo negli Hesenfield prevedeva la morte.

Jakob, sapendo anche lui tutto questo e avendo comunque deciso che la scelta giusta era quella di allontanarsi dalla famiglia e assumere il cognome della madre, si alzò, con gli occhi ancora gonfi di lacrime, tuttavia sembrava determinato ad andare fino in fondo nella sua opera folle.

“E se fossi io a eliminare lui? Ci giochiamo l’eredità, va bene?”chiese, raccogliendo la spada ancora sporca da terra.

Caleb estrasse la sua e annuì. “Va bene. Oggi si deciderà il destino di questa Casa”

Le due spade si toccarono esplodendo in un fragore assordante. Entrambe le lame rifiutavano di ferire l’altro, come se sapessero che i due possessori erano legati da un legame di sangue. Entrambi i fili stridevano, l’uno sull’altro.

Sia Caleb che Jakob digrignavano i denti, con le lacrime agli occhi. Erano così simili, in quel momento.

Eppure, così diversi. Diversa la posizione sociale, diverso il carattere.

“Hai ucciso nostro padre” borbottò Caleb. “Devo punirti, lo capisci? Mi perdonerai?”

“E tu mi perdonerai dopo che ti avrò sconfitto? Non costringermi ad abbassare la mia spada contro di te anche se sei uno dei miei fratelli. Non farmelo fare, te ne supplico” disse Jakob, scoprendosi ancora legato affettivamente ai gemelli e a Josafat.

Caleb tuttavia era più furioso che disperato e rispose nervoso: “Eh, certo! Dopo aver ucciso nostro padre non ti farai scrupoli ad uccidere un altro membro della tua famiglia? No, Jakob, non funziona così!”

E, con un grande sforzo, spinse a terra il fratello minore.

Gli puntò Mezzanotte alla gola, in modo che non potesse rialzarsi.

“Ti offrirò un’altra via, Jakob. Pentiti e cambia cognome, in quanto tu non sei più degno di rappresentare la Casa, né tantomeno me . Sei solo un egoista, non avendo voluto ascoltare le ragioni che nostro padre avrebbe voluto darti, per fare qualsiasi cosa abbia fatto. Pentiti, dunque, e compiremo le ultime volontà di nostro padre. In questo modo l’onore degli Hesenfield sarà salvo e io diventerò un Re senza macchia”

Jakob rise amaramente. “Certo. Adesso che l’ho ucciso tu diventerai Re, vero? Non vedevi l’ora, sin da quando eri piccolo. Dicevi sempre quando sarò Re, quando sarò Re… ma in realtà sei solo uno sciocco viziato, che non ha mai amato nessun…”

“BASTA!” urlò Caleb, infilzando Mezzanotte nella gola del fratello. “Basta” ripeté Caleb, tenendo ancora in mano al spada mentre la vita di Jakob si spegneva.

Isaiah distolse lo sguardo e guardò Josafat. Per fortuna, il fratello più piccolo si era addormentato, e non poteva essere testimone di quell’atto così crudele. Isaiah si rivolse a Caleb. “Perché è diventato pazzo? Che cosa abbiamo sbagliato?”

Caleb non rispose nulla, prorompendo in lacrime amare, poggiandosi sul petto del fratello appena ucciso.

“Io vado a vedere che fine hanno fatto quelli delle Fontane” disse Caleb. “Tu che farai?”

Isaiah scrollò le spalle. “Ho bisogno di sfogarmi. Tornerò dai Centauri, stavamo conquistando l’Ovest, una volta” e detto quello, volò in quella direzione.

Dopo averlo visto sparire fra le nuvole nere, anche Caleb si diresse verso Kaden, Klose e Mary, i quali erano ancora fermi nel Labirinto, che stavano discutendo sul da farsi.

Il primogenito degli Hesenfield atterrò e li guardò tutti e tre. Un momento, erano tre? Dov’era Taider, il Cavaliere Corrotto?

Poi si ricordò che Jakob si era ribellato a suo padre e ne dedusse che quel suo colpo di testa doveva essersi esteso anche a quei tre viaggiatori innocenti quanto ingenui. Essere arrivati in quella Villa… che scelta triste.

Kaden e gli altri osservarono il nuovo arrivato e attesero che dicesse una parola, che non arrivò, piuttosto la pioggia scendeva sconvolgendo gli animi, senza però purificarli.

“Non ho parole per la condotta di mio fratello” esordì infine Caleb. “Sono cose che non sarebbero dovute accadere…”

“E invece sono accadute!” esclamò Mary, correndo verso Caleb con l’intenzione di picchiarlo con l’unico braccio rimasto. Batté violentemente sul torace di Caleb, senza però spingerlo o fargli male, per poi smettere piangendo ancora, ed inginocchiandosi davanti a lui disperata.

“L’unica cosa che posso dire” continuò “è che per farmi perdonare, vi accompagnerò a Kashnaville, tanto stiamo percorrendo la stessa strada. Spero che abbiate comunque perso l’oggetto di cui parlava… mio padre”

Kaden notò che Caleb aveva esitato parlando di suo padre, tuttavia non fece domande, sapendo anche dei sospetti di Klose. Non poteva negare a se stesso che, se fosse morto Abraham, aveva fatto un favore all’umanità. Comunque rispose: “Sì, Caleb, lo abbiamo”

“Bene” disse lui. “Adesso andiamo”

Tuttavia, invece di prendere l’uscita, Caleb rientrò nel Labirinto, sgombro di qualunque nemico o trappola magica. Era surreale quella calma, interrotta solo dal costante rumore della pioggia sul terreno inzuppato e fangoso.

Infine, i tre viaggiatori si resero conto che Caleb era proprio andato in un punto preciso del Labirinto, nel punto in cui loro avrebbero fatto i conti con la verità concreta.

Il cadavere di Taider giaceva lì, dormiente, ignaro ormai delle sorti del mondo.

“Direi di seppellirlo” disse Caleb, scavando una fossa semplicemente agitando la terra con l’arte magica.

Lui e Klose depositarono Taider delicatamente e, dopo aver bloccato Mary che era corsa ad abbracciarlo un’ultima volta, sembrava che dormisse mentre il tumulo che lo avrebbe coperto per sempre si accumulava.

Grazie all’arte magica della terra era possibile anche creare fiori dal nulla, e Caleb regalò al Cavaliere Corrotto un grazioso prato. Poi gli venne in mente che non aveva fatto la stessa cosa né a suo padre, né a suo fratello. Si disse che la loro immagine era insopportabile da vedere e, taciuta la coscienza, fece cenno ai tre compagni di mettersi in marcia, verso Kashnaville.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...