Kaden e le Fontane di Luce/25

Capitolo 25

“Solo una cosa non capisco” disse Kaden a Caleb. “Come mai nel Labirinto non c’è più nessuno?”

“Il Labirinto risente dei lutti in famiglia, così come risente dei periodi di forza” rispose Caleb. “È un posto sacro, ricoperto di magie antiche e incomprensibili a noi moderni. Degli Hesenfield, molto si è perduto e altrettanto si è guadagnato, sempre con  l’obiettivo costante di rimanere alti e temibili, in accordo col nostro motto”

Seguì un momento di silenzio e Klose infine chiese: “E quale sarebbe il vostro motto?”

Totus Tuus, che vuol dite tutto tuo in una delle lingue arcaiche ormai perdute” rispose Caleb, ripercorrendo con la mente la prima volta che aveva sentito quel motto.

Aveva più o meno otto anni, forse sette o nove, non ricordava. Stava giocando con Isaiah con le spade di legno nell’ampio giardino della Villa, dove in quel periodo il sole ancora risplendeva, per quanto lo permettesse la Fontana Kashna chiusa. Villa Hesenfield era infatti sotto la giurisdizione di quella Fontana, e la regione risentiva pertanto della povertà e del clima freddo, persistente da un secolo a quella parte.

“Caleb! Isaiah! Vostro padre vi chiama” vociò dall’ingresso lady Katrina, madre di cinque figli e moglie di lord Abraham, che in quel periodo stava radunando un esercito personale per poter combattere i tre Re.

Caleb guardò il gemello e sogghignò. “Facciamo che chi arriva ultimo cambia i pannolini a Josafat?”

“O a Jakob? Ahahahah!” rise di gusto Isaiah, ma Caleb era già partito sfrecciando per i corridoi di marmo. Ciò nonostante, Isaiah lo raggiunse e, percorrendo le scale a due a due, arrivò persino prima del maggiore.

“Ora laverai i pannolini a Jakob e Josafat!” esclamò Isaiah, col fiatone, mentre Caleb, scuotendo la testa, bussò la porta. “E comunque, solo perché è il terzo non vuol dire che sia un infante stupido, Jakob” osservò Caleb.

“Avanti” disse Abraham, e i due fratelli si piazzarono di fronte alla scrivania tenendo le mani dietro la schiena, in piedi.

“Figli miei” esordì Abraham. “Voi conoscete il nostro motto? Siete gli eredi della Casa, è giunto il momento di indottrinarvi”

Nessuno dei due rispose, facendo spallucce.

“Bene, allora sappiate che il nostro motto è Totus Tuus, e va usato in ogni frase e dichiarazione ufficiale, che verrà stampata nelle pagine della stria mondiale.”

Anni dopo, Caleb sapeva che “tutto nostro” era un’esagerazione se presa alla lettera, ma ricordava a tutti i membri della Casa che bisognava sempre puntare al massimo risultato, affinché gli Hesenfield non cadessero mai.

L’unica a non avere ancora parlato era Mary, in stato di profonda prostrazione. Kaden non pensava di poterla vedere di quell’umore, quando di solito era ironica, pungente e in generale dava la sensazione di sicurezza che Kaden cercava così disperatamente in quel viaggio pericoloso. Tuttavia, dopo l’esperienza al Labirinto, le cose erano cambiate: era stato lui a proteggere Mary dalle grinfie del Mangiacuore e l’unico ad aver risolto quella trappola maledetta era Klose.

Kaden poi lasciò cadere il suo sguardo sul braccio mancante della ragazza. Quanto voleva aiutarla! Ma non c’era granché da fare… o forse sì?

“Caleb” si rivolse al primogenito degli Hesenfield, il quale era ancora intento a lasciare vagare i suoi pensieri. Adesso che suo padre li aveva lasciati a badare a loro stessi… adesso era Re, o comunque il capo famiglia.

“Caleb?” ripeté Kaden, avvicinandosi al ragazzo.

Capo famiglia… e, se avessero vinto la guerra com’era destino che succedesse, si poteva sedere sul trono dell’Australia unificata, come Re Isaac e i suoi figli dopo di lui.

Ma sarebbe diventato un buon Re? E che voleva dire essere un buon Re? Che cosa faceva, qual era la giornata tipica di un Re buono?

“Caleb!”

Stavolta Caleb sentì una spinta sul braccio e capì che qualcuno lo stava chiamando.

“Che cosa c’è… ragazzo?” sibilò infastidito.

“Mi chiamo Kaden, e ti ricordo che se non fosse per la mia presunta capacità di aprire le Fontane non sarei mai partito, e di conseguenza non ti avrei mai infastidito” precisò il ragazzo. “In ogni caso… volevo chiederti, non si può proprio far nulla per Mary? Guardala, è così malinconica! Va bene, forse era innamorata di Taider, anche se i due non lo hanno mai dato a vedere, tuttavia… io mi chiedo se perlomeno puoi restituirle il braccio”

Caleb fissò Kaden un po’ perplesso, poi volse lo sguardo ed effettivamente Mary era un po’ più lontana da loro tre, e non faceva che guardare dietro di sé, in direzione della Villa appena lasciata.

“Ci proverò” rispose Caleb. “Proverò a costruire una protesi utilizzando il legno di qualche albero nel bosco che stiamo per raggiungere. Ci aspettano nove lunghi giorni di cammino, in cui preferiremo andare a piedi e nasconderci nei luoghi più impervi e nei boschi più fitti, per non essere individuati. Per questo motivo costruirò una protesi per la tua amica, poiché mi servono tutti i validi effettivi”

“Bene, grazie” disse Kaden, il quale non sopportava che Caleb trovasse sempre un tornaconto personale in tutto ciò che faceva, anche se si trattava di aiutare il prossimo.

Giunsero dunque nel bosco citato da Caleb una volta che il temporale ebbe termine, lasciando spazio a una sera fresca ma tranquilla.

“Sapete” disse Caleb una volta acceso il fuoco per la notte, trovando uno spiazzale adatto a coricarsi tutti e quattro comodamente, “una volta che la Fontana Kashna sarà aperta, la vittoria del mio esercito sarà definitiva e potremo attaccare con loro l’Est, ovvero Sydney, e potremo proseguire più tranquillamente l’ultima tappa del viaggio del ragazzo”

“Quindi ci accompagnerai fino a Sydney?” chiese Kaden.

“Probabilmente, dato che diventerò Re e sarà mio dovere reclamare il trono che è stato dei miei antenati” rispose gelido Caleb, scoprendosi molto geloso di quell’evento. Era così che avrebbe risposto un buon Re, però?

“Non ti sembra di esagerare un po’?” interloquì Klose, sempre sospettoso verso gli Hesenfield.

“No, affatto” tagliò corto lui. “E adesso, riposate! Io farò il turno di guardia”

E Mary continuava a non dire una parola.

“Mary?” chiese Klose all’amica. Sì, poteva essere solo un’amica, dato che il suo cuore non sarebbe mai più stato per lui. “Hai freddo? Vuoi che ti presto una coperta?”

Ma Mary non disse nulla, rannicchiandosi sull’erba fresca e umida reduce dalla pioggia.

“Non mi parla” sussurrò Klose a Kaden. Quest’ultimo confidò all’arciere lo scontro avvenuto con Josafat e quegli rabbrividì.

“Ne ha ben donde, allora” osservò triste, guardandole la schiena. “Troppe emozioni. Ma tu sei stato davvero coraggioso a salvarle la vita, complimenti!”

“A questo punto, non so quanto abbia fatto bene. A quest’ora starebbe riposando con Taider e…” disse Kaden, mettendole lui una coperta. Avevano prelevato alcuni bagagli dalla Villa, prima di muoversi.

“Salvare una vita è sempre un bene. Ricordalo sempre, Kaden, o ciò che stiamo facendo non avrà più alcun senso” disse saggiamente Klose, prima di coricarsi anche lui, non prima di sentire singhiozzare.

Mary pianse per parecchio tempo, forse un’ora. Dopo quell’ora, il pianto lasciò il posto a un respiro regolare, e solo Caleb infine rimase sveglio.

Cosa avrebbe fatto un buon Re? Doveva piangere come quella ragazza? Era così che doveva omaggiare suo padre e suo fratello? Avrebbe dovuto presenziare ai loro funerali assieme alla servitù?

Era a tutto questo che pensava mentre intagliava un braccio di legno. Poi andò a cercare una liana e attese il nuovo giorno. Pensò che un buon Re non dormiva, ma vegliava sui suoi sudditi, pertanto decise di rinunciare al sonno, pensando a tante cose, primo fra tutti i due familiari perduti.

Che dire di suo padre? Sempre autoritario, rigido, chiuso in quella stanza, e poi il giorno in cui sua madre e Isabel se ne andarono dalla Villa, disse loro che i veri Hesenfield non piangevano, e comandò a lui e i suoi fratelli di tornare alle loro occupazioni.

Fu allora che Josafat compì il suo primo omicidio, quando inspiegabilmente attaccò il loro nonno strappandogli il cuore dal petto. Nessuno sapeva perché o cosa gli fosse successo, ma di lì a poco fuggì anche lui dalla Villa andando ad assumere lo spiacevole nomignolo con cui la gente lo offendeva. Ma perché mangiava i cuori?

E nonostante tutti questi episodi, Abraham rimaneva nel suo isolamento, a condurre una guerra che peraltro stavano vincendo. Ma a che prezzo… la famiglia si stava disgregando e adesso due stelle sul loro emblema non erano più. Erano cadute, perdendo il loro fuoco.

Ciò portò Caleb a vagare su Jakob e subito un nodo alla gola si presentò prepotente. Le sue ultime parole erano cariche d’odio, di disprezzo… forse di invidia, sullo status che la Natura aveva scelto per loro due. Lui era il primogenito, carica che condivideva con Isaiah, mentre Jakob era l’outsider del gruppo. Se Josafat fosse rimasto normale, forse… tuttavia, Caleb aveva sempre pensato che anche Josafat lo avrebbe battuto, poiché era stato un bambino di una bellezza indescrivibile e probabilmente le sue imprese eroiche non avrebbero avuto pari in nessun canto. Era normale, quindi, che Jakob covasse quei pensieri verso lui e il suo gemello, tuttavia Caleb amava i suoi fratelli e avrebbe dato la vita per loro…

Lo aveva appena pensato che lacrime copiose scesero sulle sue guance. Dare la vita? Gliel’aveva strappata, infilzando Mezzanotte sulla sua gola!

Forse era stato Jakob stesso a chiedere di morire? Cosa, dunque, avrebbe fatto un buon Re? A quella domanda gli vennero in mente le parole appena pronunciate da Klose, l’arciere: “Salvare una vita è sempre un bene.”

E se si fosse trattato del più turpe assassino, sarebbe valso lo stesso principio? Non che lui stesso avesse le mani immacolate, il sangue dei nemici gli pesava sull’anima già lacerata. Ma allora, chi era un buon Re?

Caleb sospirò. Forse non c’era una risposta a quella domanda, e comunque prima bisognava penetrare a Sydney, occupandola e conquistandola. Gli Hesenfield avevano ormai in mano due terzi del Triregno, e per eliminare ogni resistenza occorreva giungere a Kashnaville quanto prima. Nove giorni sulla tabella di marcia, nove giorni in cui avrebbe difeso la vita di Kaden e di coloro che lo stavano accompagnato.

Infine, guardò il braccio appena fabbricato da lui stesso. Era un bel lavoro, era bravo ad intagliare le cose, glielo aveva insegnato Isaiah, che non sapeva stare fermo un minuto e lo aveva instradato a quell’arte, sperando di potere avere qualcos’altro in comune che non fosse l’aspetto o il cognome.

Già, Isaiah… il gemello sfortunato, in ritardo di dodici minuti. Non potevano essere più diversi caratterialmente, e forse ad Isaiah questa cosa pesava. Chissà cosa gli avrebbe riservato il futuro e cosa stesse facendo ad Ovest. Probabilmente l’aveva già conquistata, aveva i Centauri con lui. E chissà come stesse vivendo quei giorni di lutto…

Infine, il sole sorse, annunciando la solita alba grigia che l’assenza delle Fontane imponeva.

Fu Mary la prima a svegliarsi, Caleb la vide muoversi sul prato, forse disturbata dalla prima luce. La ragazza mugugnò e chiese: “Dove… sono?”

“Non temere” disse Caleb. “siamo diretti a Kashnaville, dove sapremo se il potere del vostro compagno Kaden è davvero reale ed è capace di aprire tutte e tre le Fontane”

Mary sbadigliò. “Be’… mi chiedo se tutto questo abbia ancora importanza. Voglio dire… alla luce dei fatti del Labirinto”

Caleb deglutì. “Già. Tuttavia, adesso, in quanto Principe ereditario adesso tocca a me salire sul trono australiano, che mio padre non è riuscito ad avere. Io completerò l’opera, che sia una cosa giusta o no”

“Meglio tu che tuo padre, se devo essere onesta” osservò Mary, interrompendolo.

Caleb scacciò quel pensiero. Aveva ucciso Jakob, ma Mary non lo sapeva evidentemente. Come poteva essere migliore di suo padre? “Sì, be’, comunque… ho bisogno sia di te che dell’arciere in questo momento, per proteggere Kaden… ed io mi sono permesso di intagliare un braccio dal legno. È tuo, se lo desideri”

Caleb le porse il braccio finto e qualche attrezzo per poterlo attaccare al corpo.

Mary guardò quel manufatto con occhi sgranati. La giornata non poteva cominciare meglio! Avrebbe avuto di nuovo un arto, anche se finto e immobile, ma meglio di niente!

“Caleb, ma…”

“Sì?” incalzò il primogenito degli Hesenfield.

“Qualunque cosa tu abbia fatto prima, ti sarà perdonato tutto” dichiarò Mary, felice, mentre Caleb sorrise e cominciò a fissarle la protesi sul moncherino. E Caleb lo sperava, di poter tornare a gustare un giorno la gioia del perdono.

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