Kaden e le Fontane di Luce/30

Capitolo 30

Villa Katrina era situata appena fuori dalla città e, data la sua imponenza, si stagliava all’orizzonte dominando il paesaggio circostante.

Essendo che la scorta di Caleb, che accompagnava lui, suo fratello Josafat, Kaden e Mary era giunta al tramonto, il primogenito degli Hesenfield ebbe modo di vedere l’edificio immerso nell’oro del sole che affondava.

Era la prima volta che guardava la residenza di sua madre e ne restò affascinato, e dovette riconoscere che era anche somigliante alla Villa che si trovava a miglia più a nord. Contava di tre piani costellati da grandi vetrate, con al centro un’ampia e spaziosa balconata che dava sull’ingresso, e in cima un piccolo orologio che segnava le ore dipinte a mano.

A proteggere la villa, vi era un picchetto, che faceva da guardia al cancello.

“Caleb Hesenfield chiede udienza” disse il cocchiere che comandava la prima delle tre carrozze che erano giunte sin lì dopo un giorno circa di viaggio.

“Caleb, il figlio di Katrina?” chiese una delle guardie davanti il portone che l’Hesenfield osservava con interesse.

“Proprio così” rispose il conducente, senza guardarlo e osservando invece l’edificio che incuteva timore, pur non essendo cupo come la Villa originale. “Deve conferire con sua madre, assieme a suo fratello Josafat. Fatelo entrare, o vi pentirete di aver occluso l’ingresso alla casa del Re”

Così chiamarono un inserviente che lesto si avviò verso la casa per annunciare il tanto decantato “figlio” e cinque minuti dopo tornò con la risposta.

“Katrina e Isabel Hesenfield sono liete di accogliere nella loro dimora i figli e i fratelli perduti” e detto quello i cancelli si aprirono.

“I guardiani non si fidano della tua identità” osservò Mary.

“Lo credo bene, credendomi morto” disse Caleb. “Ma non lo sono, e ho intenzione di avere un lungo dialogo con mia madre. È una donna molto severa, ma non ho idea di quello che troverò nella casa. Voi fate quanto sto per dirvi: non ficcate il naso da nessuna parte, fatevi sempre i fatti vostri e parlate solo se strettamente necessario. Sarò io a dire che ho ucciso mio fratello, ma voi non prenderete le difese di nessuno. Credetemi, è meglio così. Infine, anche fra noi Hesenfield vigono le ferree regole dell’ospitalità, pertanto essendo miei ospiti sarete trattati col massimo riguardo, fintantoché seguirete quanto vi ho detto”

Kaden immaginò un sacco di codici e regole dettate dall’etichetta e represse un brivido. A casa sua non sapevano nemmeno cosa fosse! Ma come facevano i nobili a vivere seguendo quello stile?

Nel frattempo Caleb osservò per bene il parco e notò che la maggior parte di quello era occupato da un imponente gazebo in legno, che copriva uno spiazzale altrettanto imponente. Sotto al gazebo, una specie di palcoscenico.

Infine, le carrozze si fermarono, proprio mentre il primogenito si stava chiedendo a cosa potesse servire un palcoscenico lì, nel nulla sperduto.

I quattro scesero e Caleb sussurrò a Josafat: “Ecco, la vedi? È la casa di mamma, questa… la casa di mamma, Josafat! Comportati bene!”

Josafat sembrò avere recepito, ma non era del tutto tranquillo.

“Hai notato, Kaden?” chiese Mary. “Il Mangiacuore trema tutte le volte che si dice mamma

Kaden scrollò le spalle. “Veramente, se non me l’avessi detto, non me ne sarei accorto”

“Perché sei uno stupido” lo rimbeccò Mary, poi tornò ad osservare i saluti che stavano facendo a Caleb.

“Benvenuto…” disse una cameriera.

“… A Villa Katrina” completò l’altra.

Superato l’atrio d’Ingresso, venne ricevuto nel soggiorno, che era altrettanto ampio. Nemmeno il tempo di capire come fosse composta la stanza che una grossa figura vestita di nero abbracciò Caleb stringendolo il più possibile.

“CALEB! CALEB, OH MIO DIO SEI VIVO!”

E proruppe in lacrime. Anche quegli ricambiò l’abbraccio, un po’ in imbarazzo.

“Quanto tempo… e c’è anche Josafat! Mi siete mancati tantissimo, tutti! E questi chi sono, i tuoi amici, eh? Dimmi che non te ne andrai, ti prego!”

Caleb scosse la testa, nel vedere gli occhi di sua madre supplicarlo. Non lo aveva previsto, qualcosa nel suo sguardo sembrava vacuo e disperato, totalmente diverso dal gelo e dal sarcasmo che era stato presente ai tempi della sua giovinezza. E tuttavia erano sempre gli stessi occhi. Evidentemente i diversi lutti degli ultimi giorni l’avevano scossa, ma Caleb aveva la sensazione che ci fosse dell’altro, qualcosa che la tormentava, e lo sapeva perché lui stesso stava vivendo quelle turbolenze.

“Non ho previsto un lungo soggiorno, madre” disse infine, dopo una lunga pausa esitante. “Tuttavia, ho bisogno di discutere con voi i futuri movimenti degli Hesenfield alla luce delle novità che porto”

Katrina sgranò gli occhi e si rabbuiò.

“Oh… beh, in tal caso devi parlare con tua sorella… tua sorella. La trovi nella sua stanza… ma perché non vuoi parlare con me? E chi sono costoro?”

“Sono miei ospiti, madre” disse Caleb. “Avrai visto la foto di questo ragazzo su tutti i giornali e lei è colei che lo accompagna. Apriranno le Fontane, madre! Tutto ciò per cui abbiamo sofferto non sarà che un ricordo!”

Ma Katrina affondò su una poltrona. Kaden la guardò meglio adesso che aveva smesso di agitarsi. Indossava un completo nero e, oltre i capelli eccessivamente arruffati, sembrava non dormisse da parecchio tempo, e due occhi, che un tempo dovevano essere stati belli quanto freddi, adesso erano spiritati e cerchiati da profonde occhiaie.

Erano i chiari segni di due profondi lutti.

“Caleb” disse infine Katrina “ti prego, resta. Noi abbiamo… abbiamo bisogno di te e del piccolo Josafat. Josafat, ti prego, ti prego, mi dispiace! Perdonami, figliolo!”

Detto quello, si prostrò a terra davanti al figlio che era rimasto impassibile fino a quel momento. Tuttavia quel gesto non venne capito da nessuno dei presenti.

Dopo aver detto varie volte perdonami, Katrina si rialzò continuando a piangere. “Dov’è Isabel?”

Kaden sentì del dolore allo stomaco.

“È in camera sua a… a esercitarsi” disse Katrina, e Caleb fece dietrofront, seguito a ruota da Kaden e Mary, che secondo istruzioni rimasero muti calandosi perfettamente nel ruolo di ombra che era stato loro imposto.

Il primogenito  chiamò alcuni dei governanti della casa e chiese istruzioni su come raggiungere le stanze di Isabel, mentre ad altri diede ordine di preparare una tisana molto forte per la madre.

Kaden aveva pensato più volte, non volendo, su come fosse fatta Isabel e se per metà era curioso, per metà era atterrito. Da chi aveva preso la figlia Hesenfield?

Infine, dopo aver preso una scala sulla destra e aver superato alcuni corridoi, alla fine arrivarono alla camera della sorella, una porta dipinta di rosa, che stonava col resto dello stile bianco e nero.

“Questo rosa deve sparire” annunciò Caleb alla governante, che annuì e bussò, allontanandosi solo dopo che le fu detto di entrare.

Kaden si accorse di avere di battiti accelerati. Solo una porta, ormai, lo separava da Isabel. Porta che venne aperta troppo in fretta, e che lasciava sfuggire della musica tribale che lui perlomeno non aveva mai sentito.

Caleb abbassò dunque la maniglia. Quindici anni prima, la stanza di Isabel era arredata da un letto a baldacchino rosa a fantasie floreali pieno di orsacchiotti e delfini di peluche. Adesso il letto a baldacchino rosa era rimasto, ma al posto dei peluche vi erano affissi articoli di giornale che riguardavano lui e i suoi fratelli e anche armi da guerra, quella che sembrava una lettera e varie armature. Tutt’attorno, strane statue di legno che richiamavano tribù altrettanto strane.

Esattamente al centro della stanza, la donna più bella del mondo danzava ancheggiando sensualmente, tenendo le braccia in alto.

Forse qualcuno avrebbe potuto dire che era bella, ma la definizione di bellezza stessa non rendeva l’idea.

I suoi lunghi capelli corvini, i suoi occhi azzurro cielo, le curve molto generose e quegli abiti succinti… insomma, in quel momento nessuno al mondo, neanche suo fratello, avrebbe potuto dire di no a quell’invito erotico.

Ad ogni modo, non vi fu nessun invito e Isabel osservò il fratello sorridendo. Kaden seppe in quel momento che non vi era più bisogno di aprire alcuna Fontana, dato che quel sorriso bastava e avanzava per ridare la felicità al mondo oppresso. Anzi, si rese conto che era vissuto proprio per vedere quel sorriso.

“Caleb! Sei tu!”  esclamò, e gli si gettò al collo abbracciandolo. Mary si stizzì impercettibilmente dato che odiava il contatto fisico e aveva già visto un abbraccio poco prima, mentre Kaden provò un desiderio assurdo quanto intenso di abbracciare anche lui Isabel e dirle che le dispiaceva della morte di Abraham e Jakob.

“Mi sei mancato tantissimo! E qui va tutto a rotoli… meno male che ho scoperto la Danza del Ventre e mi rilasso con quella! Hai visto il gazebo fuori? Ci sono un sacco di uomini che darebbero le proprie vene per vedermi ballare! E tu invece? Come ti senti? Sei venuto con Josafat? Dio, quanto mi mancate! Ho molto bisogno di sfogarmi, e mamma non capisce più nulla… accomodati, dai!”

Caleb, a malincuore, ricambiò l’abbraccio senza dire una parola. Poi baciò sulla fronte la sorella e le disse: “Isabel, siediti. Sediamoci tutti, e ripercorreremo quei momenti”

Isabel, che invece di sedersi incrociò le gambe sul suo letto, in quel modo venne a conoscenza di Mary e Kaden, e mentre Caleb parlava, molte lacrime vennero versate da tutti. Caleb parlò molto e con dovizia di particolari, dicendo anche più del necessario, scoprendosi del tutto e comunicando all’esterno il caos che regnava dentro di lui, sfogandosi con la sorella e sapendo che anche lei avrebbe fatto lo stesso.

“Infine” disse dopo più di un’ora “abbiamo aperto la Fontana Kashna e al contempo ho reclamato il Trono di Sydney. Ad oggi c’è già l’Australia unita, poiché come ultimo re rimasto è Anthony, il quale tuttavia controlla tutti i territori ad Est, che sono ben difesi. Noi invece abbiamo il dominio ad Ovest e al Centro, dove ad Ovest c’è Isaiah a governare. Spero che non abbia subito troppi danni e possa inviare almeno una flotta a Sydney per aiutarmi”

“Già…” disse Isabel, molto rabbuiata e ancora rossa per il gran pianto. A Kaden parve mezzanotte, guardandola. “Sono sicura che Frederick abbia cremato papà e Jakob, tranquillo. E non ti giudico per… averlo fatto, sai. Forse solo in quel modo hai potuto dare un po’ di pace alla sua anima, poveraccio”

Caleb dovette riconoscere che la sorella era cresciuta tantissimo in quegli anni e finalmente poteva considerarla una sua pari. Non c’era da stupirsi se comandava addirittura una truppa. “Tu invece sei stata sconfitta ad Est?”

“No” disse lei. “In realtà, ho dimesso il mio incarico di comandante, quindi Re Anthony ha sconfitto il generale che avevo indicato come mio successore, non me”

“Hai ragione” disse Caleb. Poi sospirò, guardando il fratello più piccolo dormire sul pavimento come se fosse sempre stato a casa sua e il tempo non fosse mai passato. Lui sapeva infatti che fra Isabel e (il) futuro Mangiacuore era sempre intercorso un fortissimo legame, dato che lei lo teneva sempre in braccio. “Senti, ma… per caso sai perché nostra madre ha implorato perdono a Josafat?”

“Oh… quella storia. Forse è meglio se non la conosci” tagliò corto Isabel, per poi lanciare uno sguardo agli ospiti.

“E voi chi siete? Perché ve ne state così muti e depressi? I vostri morti non vorrebbero quell’aspetto, vero? Invece bisogna sorridere! Coraggio, che avete aperto due Fontane e ve ne manca solo una!”

Kaden scoprì di avere la bocca secca. Davvero gli aveva parlato? Ed erano gli angeli del paradiso a dirgli che andava tutto bene?

Mary disse “Be’, allora perché non ci dai una mano a combattere?”

“No, io… io preferisco ballare” disse Isabel. “Non avete idea di quante persone vengano per me, per guardarmi ballare. Sono bellissima, il sogno di tutti quelli che mi vedono. Ma la danza è l’unico modo che ho per rilassarmi, in questi tempi tormentati. Non ho più voluto combattere, dopo che ho ucciso con le mie mani uno degli uomini del Re Anthony. Adesso so come vi sentite voi, e se un solo uomo mi fa star male, non so pensare cosa alberga in te e in Isaiah… e nel piccolo Josafat. Josafat!” esclamò, lanciandosi verso il Mangiacuore e abbracciandolo, tuttavia destandolo dal sonno.

“T… ti giuro… che non volevo! Nessuno lo voleva! È stato un incidente, Josafat! Perdona la mamma! Ti prego!” e singhiozzò.

Anche Mary si rabbonì nei confronti di Isabel e provò a dire qualcosa. “Ma… che cosa gli è successo? La cosa interessa anche me, dato che ha cercato di uccidermi”

“Cosa?” chiese Isabel, con la faccia affondata nel collo del fratello stordito. “Io non volevo… è tutto scritto nel diario, ma Caleb, tu non leggere, non voglio”

Caleb però era ormai vinto dalla curiosità, così si alzò e, ben sapendo che Isabel l’aveva redarguito dall’immischiarsi in quella faccenda, in maniera molto furtiva e facendo cenno ai due estranei di far silenzio, cercò egli stesso il diario di cui stava parlando la ragazza.

Dopo aver provato diverse ante, fu Kaden a trovarlo nell’ultimo cassetto del comodino accanto al letto di Isabel. Caleb scoprì il ragazzo con in mano il reperto e lo fulminò con lo sguardo. “Perché ficchi le tue sudicie mani negli stipetti di mia sorella? E se le avessi toccato le mutande?” sibilò irato.

Kaden avvampò e rispose “N-no di certo… io stavo dandoti u-una mano…”

Caleb gli strappò di mano il diario, anche se non poteva evitare che guardassero anche lui e Mary, e finalmente vide ciò che era scritto sul frontespizio blu. Era datato 2039 della Seconda Era, il che voleva dire che partiva da quando Josafat aveva sì e no cinque anni e copriva lo spazio di altri due.

Nella seconda di copertina, c’era una nota a mano scritta da una grafia molto infantile.

Questo diario è di Josafat Hesenfield. Non lo toccate!

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