applausi

“SCARLATTI!”

L’urlo imperioso del Maestro colse di sorpresa Nathan, che in mezzo al coro si sentì nudo.

“Non sei in accordo col coro! Ma come devo fare con te? Hai un talento pazzesco, ma credi di essere un solista! Indovina un po’: questo è un CORO! Un stramaledettissimo corso di una stupidissima chiesa, dannazione! E devi, DEVI, stare al passo con gli altri!”

Nathan si sentì avvampare. Qualcuno avrebbe potuto cuocere della carne sulle sue guance.

“Dai, puoi farcela” si sentì dire, non sapendo da chi perché non riusciva a sostenere lo sguardo di nessuno.

***

Anche quella volta, ci furono bis e applausi a scene aperte. Venivano da tutto il mondo per sentirlo cantare, e ogni volta non volevano che smettesse.

Però lui non era fatto per interagire col pubblico. In realtà gli interessava cantare, e basta. E non solo, cantare da solista, qualunque fosse l’opera in questione oppure un concerto proprio.

Il sipario si chiuse e Nathan tirò un sospiro di sollievo. Ogni volta che succedeva, non poteva fare a meno di venirgli in mente ciò che disse il suo maestro di musica, quella volta di trent’anni prima: era un solista, e quella definizione lo accompagnò per tutta la vita.

“Non è che da solista passerai a solitario?” gli aveva chiesto sua sorella, quando le aveva confessato di voler intraprendere la carriera da cantate tenore.

Sulle prime non aveva saputo rispondere, ma adesso, a distanza di anni, non poteva sentirsi più felice di così.

“Eccezionale”, “Straordinario”, “Tocchi le corde giuste nei cuori di ognuno”, gli stavano dicendo, per fargli i complimenti. Ma lui a parte piegare un angolino della bocca, non disse altro. Davvero, tutto quel contatto umano lo metteva a disagio.

Prese un lungo sorso d’acqua e tornò nel suo camerino. Anche quella serata era stata un successo, pensò mentre si sedette davanti al tavolino dove di solito veniva truccato prima dell’esibizione. Ecco che in effetti lo specchio restituì il suo sguardo stanco ma lieto.

Pensò ai suoi allievi dell’accademia. Come lui quando era agli inizi, avevano paura di tutto.

Pensò ai suoi cani. C’era Chopin, il primo, il jack russell bravissimo a prendere i fresbee, il bulldog Schumann, che aveva preso dall’autostrada; e infine Mozart, l’alano bravissimo a cantare.

Pensando ai suoi cani, sgranò gli occhi  e anche lo specchio fece lo stesso.

“Oh mio Dio… oh mio Dio” ripeté, mettendosi le mani nei capelli. E se avesse cantato come un cane e tutti lo avessero perdonato comunque, per via di un credito mai esistito?

Al solo pensiero si scoraggiò. Aveva fatto cilecca, non era poi così bravo come tutti dicevano. Certo, sulle prime non ci pensava mai, ma poi, finita l’adrenalina, tutti i difetti della serata emersero crudeli nella sua mente.

Sospirò, d’altra parte poco poteva farci. Gli vennero in mente le parole di sua sorella, quando le aveva confidato di essere andato male la prima volta che si era esibito: “Smettila con queste paranoie e trovati una tipa, piuttosto”

Ma lui scosse la testa. Come poteva lei dire una cosa del genere se l’unico modo che conosceva per esprimersi era il canto? E, sinceramente, intonare Nessun Dorma al primo appuntamento, seppur d’effetto, non era fra le cose più gradite in assoluto. A parte che sarebbe stato difficile inserirlo in un contesto logico.

Sospirò, Nathan, osservando il suo stanco riflesso. Promise a se stesso di migliorarsi ancora… e la prossima volta, di essere un insegnante migliore, coi suoi allievi.

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