La Ropa Sucia/026

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Pepa Gutierrez si trovava ormai sulla soglia di casa, pronta per partire in vista della sua nuova avventura.

“Lasciando i confini di questa tenuta, perderai il cognome Gutierrez e tornerai ad avere il tuo cognome da nubile. Sei disposta a perdere tutto questo e lasciarmi per un muratore povero in canna?”

“Sì” rispose Pepa, facendosi portare le valigie da un inserviente, diretta verso il taxi che l’avrebbe portata in periferia. “Almeno lui non ha il nasone gigantesco ed ogni mattina non devo avere un colpo al cuore nel guardare chi ho accanto”

Non era un bel periodo per Jorge. Non solo sua moglie lo stava lasciando platealmente, di fronte a tutta la servitù, ma lo stava mollando per un povero in canna, a cui piaceva soltanto mettere calce fra i mattoni.

Inoltre, solo la sera prima era giunto dal mondo dei morti suo fratello Matìas, legittimo erede della tenuta in quanto primogenito. E se pensava che le disgrazie non venivano mai sole, ecco giungere la verità dalle nebbie del tempo: suo padre Alfio e Ana Lucia Sanchez avevano avuto una relazione che rendeva lui fratellastro di Gonzalo Sanchez, il donnaiolo caduto in rovina e costretto a vedere la sua stessa villa alla giardiniera di famiglia.

Mentre vedeva Pepa voltargli le spalle e prendere il taxi, gli si avvicinò il detto fratello.

“Mi sono perso un sacco di cose” esordì, sospirando. “Certo, è curioso che arrivo io e lei se ne va nello stesso momento. Dopotutto, sono pur sempre suo cognato. Avrebbe potuto salutarmi o che so io, no?”

“Perché non vai allora a vedere che cos’ha?” chiese Jorge, e tornò dentro la villa. Per quel giorno non voleva vedere nessuno.

Matìas considerò l’idea molto allettante e si diresse verso l’ex cognata.

“Ciao, Pepa! Hai bisogno di una mano per caricare i bagagli nel taxi?”

Pepa si voltò a guardare el muerto. Di sicuro, non aveva il nasone…

“Beh, sì, grazie! Mi sarebbe di grande aiuto! Certo che per un morto, sei ben messo fisicamente…” osservò.

Matìas si tolse la maglietta bianca che aveva messo per mostrare tutti gli addominali scolpiti. “Beh, insomma, dopo aver passato mesi in latitanza nella giungla, un po’ devi sapere sopravvivere, vero?”

“Hai proprio ragione…” disse Pepa, accalorandosi. Matìas sollevava i pesanti bagagli come se fossero piume e lei rimase pietrificata nel vedere tutti i muscoli che si alzavano, si abbassavano e si contorcevano a seconda del loro turno.

Ripensandoci… la vita alla villa non era poi così male… muratore? E che mestiere era?

“Beh, in realtà non ho tutta questa fretta di partire” disse Pepa. “Ti va se andiamo al laghetto qui vicino?”

Matìas sogghignò non visto. “Va bene Taxi, puoi andare. Non parte più Pepa”

“Non per il momento” precisò lei, maliziosa.

Nel frattempo, José Riquelme venne convocato nello studio del padre. Il ragazzo era sudato, deluso e stanco: aveva appena visto volare via la donna dei suoi sogni assieme ad alcune sue amiche alla volta di Saint Kitts & Nevis, in compagnia di un idiota che faceva loro da schiavetto. Vero era che si trovava in quelle condizioni, ma tuttavia aveva l’occasione di vederle in bikini e quello era sacrosanto.

Era a questo che pensava mentre suo padre snocciolava un monologo che forse lo riguardava, anche se poi aveva captato la parola “vacca” e allora il suo cervello si scollegò di nuovo.

“Ed è per questo che tornerai a lavare i panni a mano!” concluse suo padre, sogghignando perfido.

José deglutì rumorosamente. Non se lo aspettava! Ma almeno sapesse cosa aveva fatto per meritarselo!

“E non ho fatto niente, mica ho ucciso qualcuno”

“Tu no, forse” intervenne sua madre, che era stata in silenzio tutto il tempo. “ma io e tuo padre forse sì, se non la smetti di fare il farfallone”

José uscì sconfitto e cominciò a rimboccarsi le maniche. Nel frattempo, la lavatrice continuava a girare…

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