La Ropa Sucia/038

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“Di che state parlando, voi due?”

La voce cavernosa del tiburòn fece il suo ingresso nella sala.

“Oh ciao” disse el loco.

“Tu devi essere Rosa Espimas… encantado” il nuovo arrivato si produsse in un baciamano vecchio di almeno cinquant’anni ma galante quel tanto che bastava per far mandare la ragazza in un brodo di giuggiole. Come mai due settimane prima non aveva fatto caso ai figli dei Gutierrez?

“Sì, io sono Rosa, la donna che osa” rispose lei, guardando entrambi ammiccante. I due fratelli per un attimo pensarono che fosse strabica.

“Come mai sei venuta a farci visita in questo giorno assolato?” chiese el tiburòn.

“Oh, beh…” Rosa tentennò, poi guardò el loco, si innamorò e tentò di parlare, ma le pervennero solo strani balbettii.

“Oh, vuoi sposare mio fratello, el loco” intuì l’altro, anche se Rosa in effetti non aveva detto niente di intellegibile. “va bene. Organizzeremo il matrimonio lo stesso giorno dell’unione fra Adele Sanchez e José Riquelme”

Nel frattempo, José Riquelme stava passando giorni orribili. Non faceva altro che stare fuori nel giardino, a lavare vestiti sempre più sporchi, tutti a mano.

Non aveva ancora fatto visita ad Adele. Non che non volesse, ma aveva paura di quello che avrebbe trovato una volta giunto a casa Sanchez.

A dire la verità, non stava benissimo nemmeno a casa sua. I suoi genitori facevano finta che non esistesse, letteralmente. Era capitato che una volta sua madre stava passando col vassoio del tè e, non avendolo casualmente visto, cadde inciampando su di lui, con tutto il tè caldo riversato sopra lui e i vestiti appena puliti con l’olio di gomito.

Quanto a suo padre, gli aveva imposto di prendere il giornale del mattino con la bocca  e darglielo a quattro zampe mentre lui stava seduto a fumare la pipa.

Furono giorni in cui capì cosa volesse fare nella vita e il sogno catalano di vestire la camiseta blaugrana divenne più vivido che mai. Solo, in Europa, senza gli spettri che si aggiravano a Vila Nueva, si chiedeva come mai fosse ancora lì.

Così si alzò, fuggì nottetempo da quella prigione che altri chiamavano villa ricca e comprò con i soldi che gli rimanevano un biglietto per Buenos Aires. Da lì avrebbe fatto volo per Barcellona.

Tutto sarebbe filato liscio, sennonché, mentre correva con la bicicletta verso la stazione di Villa Nueva, la quale faceva partire un treno l’ora, ogni ora, investì un runner che da solo correva come uno scemo fra le silenti strade del paese.

“Ma sei scemo?” gridò José Riquelme, in preda all’isteria. Cadde anche lui. “Perché corri in piena notte?”

Ma il tizio si contorceva dal dolore, richiamando l’attenzione di molta gente che si affacciò dalla finestra.

“E smettetela!” gridò qualcuno, lanciando un secchio d’acqua sulle teste dei due sventrati, ma poi il secchio gli scivolò e quello cadde sulla testa di José, che non capì più nulla.

E la lavatrice continuava a girare…

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