La Ropa Sucia/057

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“E così c’è una nuova Sanchez a piede libero, eh? E se vi dicessi che lo sapevo?”

La voce tenebrosa del sire a capo degli omini in nero echeggiò per tutta la sala buia e tetra.

“Mi dispiace, mio signore” disse lo scagnozzo. “Ma io e mia sorella eravamo travestiti da braccialetto e…”

“Avete fatto bene, infatti. Ma sono altre le notizie che voglio sentire” disse il boss. “Ad esempio, il matrimonio Sanchez non deve essere celebrato. Rapite il prete di Cordova”

Detto, fatto.

Una notte, un paio di omini in nero e una figura femminile, sempre nera, si introdussero nella canonica di Cordova e rapirono il parroco, facendolo sparire.

“Benvenuto, padre Juan” disse il boss, una volta che il sacerdote comparve legato ed imbavagliato al suo cospetto. Se non fosse stato per un piccolo camino, non avrebbe visto niente.

Padre Juan venne liberato dal bavaglio per rispondere. “Che cosa credete di fare nel rapire un povero prete?”
“Povero non mi sembra” rispose il boss. “Voi della Chiesa avete così tanti tesori che potreste sfamare l’Argentina per anni. Ma non ti ho rapito per questo. In realtà posso anche riservarmi il motivo per cui ti ho rapito. Gettatelo nelle segrete!”

E fu fatto. Non avevano segrete, ma in realtà era la stessa cella in cui avevano rapito José e Roberto, con le conseguenze che quel gesto aveva portato a Villa Nueva.

Nel frattempo, el viejo stava passando giorni tormentati: a quel che pareva la relazione fra suo figlio e la figlia della sua sorellastra stava andando a gonfie vele, e doveva assolutamente intervenire. Pertanto, lo convocò, anche s eternamente non aveva detto niente al muerto e la sua nuova compagna. Voleva vedere el pipa in privato.

El pipa fu annunciato dal suo naso.

“Volevi vedermi, padre?” chiese.

“Benvenuto, figlio” rispose lui, seduto sulla sua sedia a rotelle. Era ancora abbastanza lucido da poter compiere un discorso intellegibile. Aveva ormai cento anni, e credeva che certi fantasmi non l’avrebbero più tormentato. Invece…

“Come va la tua relazione con Cecilia?”

Jorge sapeva chi aveva fatto la spia. E si sapeva che chi faceva la spia non era figlio di un’abbazia.

“Piuttosto bene, direi. È il mio sostegno in questi giorni difficili”

“Figlio mio” disse el viejo. “Lo so che tuo fratello è un po’ scorbutico, ma immagino che tornare dalla morte ti lasci comunque… un segno. Siete fratelli, e io sto per morire. Dovete essere una famiglia unita. Tanto più che Cecilia è mia nipote”

Jorge si sentì mancare. “C… cosa? Tua nipote?”

“La figlia di mia figlia, che ho avuto con Ana Lucia Gutierrez. Se vuoi, è la sorellastra di Gonzalo Sanchez”

“No che non voglio! Non è possibile!” esclamò el pipa, ma ormai il danno era fatto.

A un certo punto, anche Rosa Espimas si riprese dalle rivelazioni che aveva subito a Cordova e ne parlò poi amabilmente col resto della sua famiglia, una volta riportata a casa. Tutti gli Espimas amavano banchettare ogni singola sera, tutti assieme, nel fasto più assoluto, perché era opinione di Carlos che non si poteva essere ricchi se non ci si godeva la vita.

“E allora!” esclamò Carlos, versando della buona birra a Fernando Espimas, il quale pensava a Raquel e la compostezza dei Garcia. “Com’è andata a Cordova? L’hai trovata una bella città, Rosa?”

Rosa non rispose subito, pensava piuttosto a una cosa che aveva detto la dannata arpia cieca da un occhio: “Ma lo sai che sei la copia sputata di mia sorella da giovane?”

Così lo chiese: “Papà” deglutì. “Ma io sono stata adottata?”

E la lavatrice continuava a girare…

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