La Ropa Sucia/102

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In realtà, il fatto che Fernando Espimas avesse urlato in piena piazza non era passato inosservato.

Stava di fatto che Analisa Islas aveva sentito ciò che aveva detto quel ragazzo strano e anche cosa gli fu risposto. Così andò senza indugio dal fratellino, che era anche più curioso di lei, e soprattutto aveva una mira eccezionale con la fionda.

Analisa era più brava a ferire con le parole.

“Jùan! Jùan! Che stai facendo?”

Jùan stava giocando appunto con la fionda, cercando di colpire i vasi della sua cameretta.

“Sono orribili questi vasi” disse lui, colpendone uno abbastanza lontano.

“Vero, ma devi sapere una cosa!”

Jùan si fermò immantinente e fu tutt’orecchi.

“I nostri vicini di casa, gli Espimas, hanno uno spettro”

A quella rivelazione, il giovane Islas divenne felice come se Natale fosse tornato di nuovo.

“Oddio, davvero? Dobbiamo assolutamente andarci!”

Nel frattempo, Carlos Espimas si rivolse alla moglie.

“Tu ne sai niente di questo spettro?” chiese improvvisamente, mentre lei stava risolvendo un cruciverba. La vita dei nobili era molto monotona.

Lo indossano i poveri… cinque lettere. Boh, sacco? Non sarà troppo caro per loro?” chiese Martina, distratta. “Stavi dicendo, caro?”

“Stavo dicendo” rispose Carlos ridacchiando per il cinismo dell’amata moglie, che peraltro era stata povera anche lei “che mi stavo chiedendo se tu conoscessi l’identità di questo spettro che si aggira per casa”

“Oddio, uno spettro! Aaaah, aiuto!” si mise a urlare un servo che fece cadere tutto il tè coi biscotti che stava portando, macchiando tutto e facendo sì che un altro inserviente adempisse al suo lavoro.

Martina ci pensò su e invece di chiamare il manicomio disse “Beh, potrebbe essere quello del tuo proprozio che si è suicidato in circostanze misteriose proprio il giorno prima del suo matrimonio, no?”

“Vero, vero…” borbottò Carlos. “Dobbiamo cercarlo”

Se a casa Espimas erano tutti pronti a cercare lo spettro, altrove ci si apprestava a cercare altro.

È il caso di Fernando Espimas stesso, che, in possesso dell’anello del viejo, stava recandosi da Raquel Garcia, senza trovarla.

Fui allora che il suo sguardo, girando con un’automobile molto costosa nonostante le strade strette di Vila Nueva, si posò su un cartello indicativo:

Se Raquel Garcia vuoi trovare, a nord devi andare, e l’anello devi portare.

Fernando nel vedere la scritta sul legno fatta con una specie di smalto color magenta, sgranò gli occhi.

In quello stesso momento, a pochi passi da lui, due ragazze vestite di nero si confondevano con l’ombra.

“Catalina” sussurrò la prima all’altra “sei fin troppo sgamabile”

“Che posso farci se mi piace il magenta?” si difese Catalina, facendo vedere alla compagna le unghie smaltate di quel colore. Si vedevano al buio.

La verità era che lei continuava a pensare al pezzo di puzzle mancante. I suoi genitori non ne sapevano niente, ma effettivamente era strano che un puzzle, conservato nello sgabuzzino per anni e mai toccato, peraltro ricoperto di una veste di vetro come se fosse un quadretto, mancasse di un tassello. E che stella era quella che mancava?

Non restava che frequentare in maniera pedissequa il clan dei Neri, i quali avevano sempre tutte le risposte.

In effetti, l’uomo che si faceva chiamare Boss, le aveva detto, dandole sempre e comunque le spalle seduto su quella infallibile poltrona di cui si poteva vedere solo lo schienale, che avrebbe dovuto scrivere quell’indicazione.

“Se vuoi trovare la risposta a tutte le tue domande” aveva detto “devi fare questa commissione per me. Occorre indirizzare Fernando Espimas alla tana del lupo, prima che si perda e imbocchi una via sbagliata, che lo faccia allontanare dai nostri radar”

Catalina non capì a quali radar il boss alludesse, ma eseguì e portò con sé anche la sfortunata Clara, che era la figlia di Alfonso Gonzalez. Anche lei aveva in mente di andare a trovare il medico.

Lei sapeva che avrebbe dovuto fare in fretta, perché la lavatrice continuava a girare…

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