La Ropa Sucia/109

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Era incredibile la capacità organizzativa di Raquel Garcia, che era riuscita a organizzare il matrimonio impegnando l’occupatissima cattedrale di Buenos Aires, con la messa presieduta persino dal Vescovo, riempiendola di gigli candidi e mettendo guardie ad ogni porta.

Ed era incredibile persino la scelta dei testimoni, che furono due ciascuno.

Raquel aveva bene in testa il giorno del suo matrimonio e tutto, tutto, doveva essere perfetto. Aveva pensato persino agli orari dei treni,m in modo che tutti procedessero puntuali. Non c’era una linea aereo Villa Nueva – Buenos Aires, e per di più occorreva prendere il pullman per fare scalo a Cordòva, per poi prendere il treno.

Ma stavamo parlando dei testimoni.

Raquel Garcia prese il suo calesse e andò dritta filata da suo zio, l’unica persona che a parte Fernando l’aveva amata.

“Zio, mi ami come una figlia, non è vero?”

“Zio… che bello sentirtelo dire” disse lui, asciugandosi una lacrima. “Va bene, non sono più in possesso dell’anello ma adesso so che ce l’ha uno degno di averlo. Ebbene, che cosa vuoi chiedermi?”

Raquel prese le forti mani dello zio sulle sue e chiese con un certo luccichìo negli occhi: “Vuoi essere mio testimonio di nozze?”

“Oh, cara nipote! Certo che sì! E chi sarà l’altro testimone?”

“Luisa Ortega” rispose lei. “Verrà a Villa Nueva domani mattina, sarà anche la mia damigella d’onore!”

Il fatto era che Luisa Ortega era nata e cresciuta a Villa Nueva, ma lei aveva avuto il buon gusto di trasferirsi per fare carriera a New York. Adesso tornava alle sue terre natie per quell’evento eccezionale.

Dal canto suo, Fernando chiese di fare da testimone a suo fratello Miguel e a una persona che non ci si aspetterebbe mai. Siccome l’alternanza uomo/donna era uno dei cavilli base per cui Raquel stava basando il suo matrimonio, Fernando fu vista a casa degli Islas, dove fu investito dalla vivacità di Jùan e dai biscotti profumati della madre.

“Volevo chiedere a Analisa se volesse farmi da testimone per le nozze”

“Certo” rispose lei, spaparanzata sul divano masticando la sua inseparabile gomma.  “Tu inviti una persona che non conosci, che potrebbe essere un serial killer, al tuo matrimonio. E per giunta le chiedi di essere sua testimone! Ma andiamo, a Villa Nueva siete tutti pazzi!”

Fernando sospirò. “Non c’è bisogno di insultare, e…”

“Prendi un biscotto!” esclamò Jùan, infilandone uno tutto in bocca all’ospite. Ne aveva già mangiati sei.

“Comunque accetto” disse lei.

Fernando si sollevò non poco. “Va bene, allora ci vediamo fra due settimane alla cattedrale di Buenos Aires alle ore dieci in punto, poiché il matrimonio è a mezzogiorno”

“Va bene” disse Analisa, non prendendo particolari appunti guardando vagamente il biglietto bianco della partecipazione. “Arriverò un minuto dopo”

Nel frattempo, nel clan dei Neri, il Boss non riusciva più a raccapezzarsi.

“Nessuno parla più dell’anello… ma io so che è stato lui a volere queste nozze. Nozze che si celebreranno a Buenos Aires, eh?”

Si sentì uno schiocco di matita. Il Boss era arrabbiato.

“Mi toccherà andare di persona”

I suoi scagnozzi non osarono contraddirlo, anche perché erano curiosi di vedere finalmente il padrone in faccia.

“Mio signore, possiamo sempre vestirci da panche, o rapire il Vescovo, o…”

“No, Roberto, aitante runner. Tu sei stato invitato, no? Ebbene, neanche tu saprai chi sono là dentro. Sarò talmente irriconoscibile che sarà come se parlaste con me in questa stanza”

Il Boss aveva qualcosa in mente. “Peraltro” proseguì “poi non si è più saputo cosa vogliono fare i Riquelme ad Adele, vero? Meglio così… vorrà dire che ci infiltreremo noi nei loro piani malvagi, dimostrando loro che noi siamo ancora più malvagi”

E la lavatrice continuava a girare…

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