La Ropa Sucia/131

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Fernando Espimas era, senza ombra di dubbio, un ragazzo molto focoso.

Prendeva le decisioni senza ascoltare nessuno, prediligeva la ragione all’istinto, e in generale questo metteva senza ombra di dubbio in pericoloso la sua persona, che poteva essere giudicata come frettolosa e superficiale, oltre che incosciente. Per chi lo conosceva meglio, invece, si trattava solo di imprudenza.

Ecco perché Fernando Espimas si era affezionato a Raquel Garcia al punto di volerla sposare, e il fatto di aver avuto l’anello di Alfio el viego nella propria tasca lo aveva interpretato un segno del destino. Aveva, all’anulare sinistro, l’anello con su scritto Alfio x Ana Lucia, non avendo avuto tempo di modificare i nomi, ma anche se ne avesse avuto, non l’avrebbe fatto. Stava pensando a tutto questo mentre scendeva dall’hotel in cui si erano sistemati per andare al bar. Lui voleva un amore sempiterno, in cui lui e lei avrebbero ricalcato le orme dell’amore combattuto fra Alfio e Ana Lucia, una more non voluto dalle stupide convenzioni sociali e sopravvissuto alle maree del mondo proprio mperché ci navigava sotto. Lui invece, avrebbe celebrato cinquanta anni di matrimonio alla luce del sole di Villa Nueva.

Al momento aveva avuto solo due settimane.

Scese dunque al bar, pronto per un bicchiere con Joe il barista nero, dotato di camicia e bretelle.

“Ehi Joe” disse Fernando. Joe assomigliava tantissimo a Joe il barista di Villa Nueva, quello del pub. Eppure l’ erano a New York, non c’era modo di supporre una parentela. Tentò con l’inglese, era abbastanza bravo con le lingue, come ripeteva spesso Raquel: “Dammi il solito”

Joe smise di pulire il bicchiere con l’apposita pezzuola e squadrò l’avventore come se fosse pazzo. “Tu sei nuovo, amico” disse lui, interpretando un inglese perfetto. “Come posso sapere cos’è il solito per te?”

“Pago io per lui” intervenne una ragazza molto graziosa e spigliata. “Due aperitivi, Joe caro, grazie”

Fernando guardò quella ragazza: era carina, aveva gli occhiali e folti capelli ricci.

“Tu sei…?”

“Rebecca Jones” disse lei, presentandosi. “Sono un’impavida giornalista del New York Times. Oh, non che io mi definisca impavida da sola! È che me lo dicono tutti. Dillo anche tu!”

Fernando si disse che quella donna era pazza. “Sei impavida?”

“Centotrentotto, ahimè!” esclamò Rebecca. “Centotrentotto sono il numero di persone che mi hanno definita impavida”

“Sì, lo so” Fernando si concentrò sulle arachidi salate.

“Sei perspicace! Come ti chiami? Oddio, adesos penserai che sia matta, ahahah! Ho offerto un aperitivo a un uomo sposato che non conosco il nome!”

Fernando pensò di non dire il suo vero nome. “Miguel Espimas, per servirla”

Nel frattempo, all’hotel entrarono persino Miguel Espimas e Clara… come faceva di cognome. Non aveva seguito tutte le vicende e non era sicuro di come chiamarla, né se considerarla sorella. Che ci facevano lì a New York?

“Rebecca” bisbigliò Fernando alla giornalista. “hai visto quei due che sono entrati e stanno chiedendo una stanza alla reception?”

“Sì?” disse Rebecca, che aveva anche dimenticato il motivo per cui aveva offerto un aperitivo a quel ragazzo.

“Si tratta di mia sorella, non sapevo fosse sposata”

Rebecca allora ricordò il motivo per cui aveva offero l’aperitivo a Fernando Espimas. Lo doveva pedinare per copnto di Fernandez, e del Clan dei Neri.

E la lavatrice continuava a girare…

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