La Ropa Sucia/161

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Roberto giunse dunque a casa dei Salcido, che in effetti abitavano nella periferia, in aperta campagna e di fronte a un’enorme piscina. La cittadella si vedeva in tutta la sua estensione e più in generale l’ostentata ricchezza di cui si potevano vantare era sempre una gioia per gli occhi.

Roberto si stupì che una tale proprietà non fosse recintata da un cancello, ma in ogni caso scrollò le spalle e, superato un vilaetto che costeggiava la piscina, bussò alla porta premendo il pollice su un pulsante di ottone.

Gli venne aperto.

“Buongiorno. Lei è?”

Un uomo vestito di nero aveva posto la domanda legittima.

“Mi chiamo Roberto Mendosa” si prensentò l’aitante runner. “Ho una lettera da porre all’attenzione dei Salcido”

“Me la dia” disse il maggiordomo.

Roberto fu alquanto sospettoso, come non lo era stato qualche momento prima con quel tizio in macchina. “Come faccio a sapere che questa lettera verrà recapitata?”

“Posso giurarlo sul mio onore di Ambrogio Diaz, maggiordomo di casa Salcido dal trentuno dicembre 1959”

Roberto registrò mentalmente che anche quell’uomo si chiamava Ambrogio, come il maggiodomo dei Gutierrez, ma ancora non decise di fidarsi, anzi.

“Come mai questa insistenza?”

“Funziona così dai Mendosa. Ritengono che maneggiare le lettere sia da plebei”

“Ma per favore” rispose Mendosa, che era plebeo, appunto. “Ora capisco da chi ha preso Catalina. Perlomeno, non dovrà cercare i suoi veri genitori”

“Chi ha parlato di genitori?” una voce fuori campo piombò sulla scena. Era Nicolàs Salcido, che stava girando in vestaglia per qualche motivo poco chiaro.

“Io ad esempio so benissimo chi sono i miei genitori. I Salcido, che sono morti assieme, lo stesso giorno, perché non potevano fare a meno l’una dell’altro. Sono loro che hanno voluto la piscina qui di fronte”

“Un’opera pubblica… notevole, suppongo” rispose Roberto “ma ho qui una lettera da parte di Catalina che voi dovete assolutamente leggere”

Nicolàs represse un brivido “Oh no, io non leggo le lettere! Ambrogio, leggila tu per me, per favore”

“Subito signore” rispose l’inserviente sogghignando soddisfatto alla faccia di Roberto. Poi lesse “Cari genitori, mi serve la tenuta dei Salcido per poter creare un castello inespugnabile e farne una sede del prossimo Clan dei Bianchi, che risponderà alla crudeltà e alla tirannia dei Neri. Vostra Catalina

“Non è vibrante come la lettera di Ana Lucia” rispose deluso Nicolàs. “In ogni caso, ho l’impressione che l’aitante runner, qui, abbia a che fare con questa faccenda”

“Esatto” rispose lui. “Voglio distruggere Ramòn Fernandez”

Chissà per quale motivo, Ambrogio si rabbuiò.

Nel frattempo, Rebecca Jones, giornalista dalla brillante carriera del New York Times, colei che era riuscita a strappare un articolo persino all’inaccessibile Giacomo Valoni, un italiano di cui non si sapeva né la provenienza né cosa avesse fatto per meritare un articolo su quel giornale, aveva finito il proprio articolo.

“Bravissima, Rebecca. Davvero un articolo scritto bene, senza sbavature né troppe pretese, ma incisivo e che distrugge sentimentalmente chiunque lo legge. Un ottimo lavoro, pregiato al punto da vincere il Premio Pulitzer”

“Ma me l’avete dettato voi, messere” precisò Rebecca.

“Oh” disse il Boss.

“E poi come pretendete di vincere il Pulitzer, se avete detto che siete senza pretese?”

“Noi vinceremo qualcosa di più che un puzzolente Pulitzer” precisò Ramòn, facendo ondeggiare il calice di vino che sdtava bevendo. “Noi otterremo… noi otterremo, punto”

E in quella, Rebecca capì che avrebbero ottenuto davvero.

E la lavatrice continuava a girare…

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