La Ropa Sucia/162

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Villa Nueva, 10 Marzo 1984

Il tempo comincia a raffreddarsi, qui in Argentina. L’estate che ci ha accompagnato per tre mesi sta rapidamente cedendo il passo a un fresco autunno, per poi tre mesi di inverno gelido, come gelido può essere l’inverno nella Pampa.

Le stagioni si susseguono una dopo l’altra e molte cose che erano fresche nella memoria rischiano di perdersi nella marea, come una scrittas da tempo disegnata sulla spiaggia e cancellata alla prima mareggiata.

E adesso, al mutare della marea,  io, Ramòn Fernandez, mi auto proclamo Sindaco di Villa Nueva e signore e padrone di tutta l’area che vi appartiene, comprese le ville limitrofe.

Dico ciò per un motivo ben preciso: i Sanchez presentano un falso in bilancio e presto falliranno; i Gutierrez sono ormai fuori gioco da molto tempo avendo ammesso le proprie colpe e finendo in carcere; i Salcido neanche a parlarne e i Riquelme, dopo aver stipulato l’unione coi Sanchez, affonderanno senza un domani. Gli Espimas, infine, sono coinvolti in uno scandalo più grande di loro e quindi affonderanno nella melma che sta sconvolgendo l’ordine in questo pur piccolo paesino.

Piccolo, ma che può fare grandi cose, se solo gliene si desse la possibilità. Ebbene, come potete vedere io solo sono la soluzione ai vostri dubbi e affidandovi a me, com’è necessario che sia, farò di Villa Nueva la capitale della Nazione.

Vostro,

Alfonso Fernandez

La lettera aperta, firmata peraltro col nome di Alfonso, il fratello del Boss, fece il giro del paese, che si trasformò in un unico grande alveare.

Tutti si chiedevano chi fosse Alfonso Fernandez e che ruolo avesse in tutto quel cataclisma.

“È veramente incredibile” si disse Catalina Salcido, poggiando il giornale del giorno sul tavolino. Aveva di fronte Roberto, a casa sua, nella sua cameretta illuminata a giorno visto che c’erano tante lampadine. “Sta sempre un passo avanti a noi”

“Già… ci vorrebbe qualcuno che sorpassi questo momento di empasse”

Fernando Espimas, in quello stesso istante, sentì dentro di sé molta paura. Come mai mnessuno era ancora andato a fargli visita, a perte quell’inquietante bambino?

“Ti sei presentato” disse lui “è passato un giorno, ma hai detto solo questo. Peraltro, anche io sono stato zitto, ma adesso è il momento di farcene una ragione di questa situazione  e dirci tutto quello che sappiamo”

Jùan non disse nulla. Aveva appena finito di intagliare un pezzo di legno. Adesso era divenuto un cavallo con tanto di coda.

“Chi sei? Che cosa vuoi con tua sorella? Che cosa state progettando?”

Jùan smise di guardare il cavallo e si rivolse invece al suo prigioniero, guardandolo bieco.

“Qui le domande le faccio io” disse Jùan.

“Non me ne hai fatta nemmeno una…” osservò Fernando. Come poteva avere paura di un moccioso?

“È perché non me ne vengono!” esclamò nervoso il giovane.

Improvvisamente si aprì una porta. “Forza Jùan. Hai fatto un ottimo lavoro, puoi uscire!”

Fernando sgranò gli occhi. Che ci faceva Rebecca Jones libera e liobera di dare ordini?

“Tu” gli disse. “Il Boss vuole vederti. Ti chiederà cosa è successo e perché c’entrano gli Espimas con la storia di Ana Lucia. È una parte che ancora il Boss non conosce, eppure egli sa tutto”

Fernando gli venen in mente New York, tutte le sue magie, e sua moglie Raquel, che lo aveva tradito…a quell’ora si sarebbero divertiti a lanciare bucce di arachidi dalle Twin Towers invece di soffrire l’umidità di quel posto.

“Io… io non lo so! Ma che volete da me?” chiese disperato il primogenito degli Espimas. “Sono i miei genitori, coinvolti in questa cosa. Io ero piccolino, non mi dicevano mai niente!”

“La lavatrice gira anche per te, Fernando!”

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