la Ropa Sucia/182

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Cecilia Mendosa aveva avuto giorni difficili. Non aveva mai capito cos’è che facesse suo figlio Roberto, l’aitante runner, anche se effettivamente non correva più da un bel po’ di tempo.

Non le rimase altro che chiedere informazioni al Boss del Clan dei Neri, che dalla lettera si evinceva fosse diventato il Sindaco stesso.

Andò al Municipio, che si trovava poco distante dalla piazza principale, un edificio incassato fra una casa e l’altra, dotato di scalinata e bandiera argentina sopra l’uscio. Accanto alla bandiera nazionale, il simbolo di Villa Nueva: uno stemma con dentro alcune case immerse nella Pampa, con sotto scritto il motto della città: i panni sporchi si lavano in famiglia.

Giunta in segreteria, chiese.

“Scusate… serve appuntamento per conferire col Sindaco?”

L’addetto il cui nome sulla targhetta recitava Ambrogio, rispose “No, signora Mendosa. Può salire tranquillamente: sono finiti i momenti in cui rapivamo le persone, adesso il Sindaco è disposto sempre a ricevere chicchessia, anche se non sappiamo né nome né provenienza”
Cecilia squadrò quello strano maggiordomo con sospetto: sembrava sorridente: diceva sul serio oppure scherzava?

E inoltre, dove lo aveva già visto?

“Mah, sarà” disse lei, e salì al primo piano, dove venne accolta da Alfonso Fernandez.

“Benvenuta, Cecilia Mendosa” disse subito il ragazzo, “Io sono Alfonso Fernandez, vicesindaco. Entra, entra”

Alfonso aveva un ufficio tutto suo, ma passava la maggior parte del tempo nella stanza del Sindaco. In quel caso, però, fu incaricato di accogliere la nuova visitatrice secondo tutti i crismi.

“Allora, sappiamo perché sei qui. Tu ci servi, Cecilia Mendosa… o forse dovrei dire Gutierrez”

Quel cognome accostato al suo nome le parve strano, apocalittico quasi.

“Cosa posso fare?” chiese lei. Non vide biscotti né tè in quella scrivania, solo scartoffie che forse servivano anche a fare scena, vedendo com’erano disordinate. Sembrava, dai fogli sparsi e dai vestiti spiegazzati del suo interlocutore, che ci fosse stata una colluttazione.

“Non lo immagini?” chiese Alfonso, congiungendo i polpastrelli delle dita e accavallando le gambe. “Eppure nella lettera abbiamo parlato chiaro… devi reclamare la tua parte di eredità, regnando sui Sanchez er sui Gutierrez con scettro di ferro. In cambio noi ti daremo tutto l’appoggio civico di cui abbisogni”

La ragazza era d’accordo. Non ne poteva più di vivere in mezzo al peblo. Era chiamata per essere nobile, lo sentiva dentro di sé e malediceva sua madre per non averci pensato prima.

“Va bene, allora. Sono conten ta di fare parte di questa squadra, il clan dei Neri”

“È la squadra dell’amore” disse Alfonso, toccandosi negligentemente il colletto della camicia aperta. Cecilia non poté fare a meno di guardare che era sporco di rossetto.

Si alzò, chiedendosi con chi Alfonso se la facesse, ma fu un pensiero che l’abbandonò subito. Dopo pochi minuti, entrò Rebecca Jones, mordendosi le labbra nel guardare Alfonso, quindi richiuse la porta a chiave dall’interno.

Tutto ciò, tuttavia, era stata vista. Una persona vestita da lampada a muro era stata vigilante per tutto quel tempo, così andò subito a casa Salcido e informò i suoi capi di tutti quei fatti.

“E come hai fatto ad origliare?” chiese Cecilia, mentre Roberto si metteva le mani ai capelli, tubato da quella svolta.

“Ho messo un bicchiere sulla porta, no?” disse lo scagnozzo, che peraltro era vestito di bianco, e a sua volta era stato far gli inservienti dei Salcido. Lui non poteva lamentarsi, gli era stato garantito un aumento di stipendio.

“Maledetto bastardo…” sibilò il Sindaco. “Usare l’ufficio del vicesindaco per fare sesso”

“Tu non lo fai da tanto, eh?” chiese Catalina, comprensiva.

“Madre…” disse Roberto. “madre, che cosa stai facendo?”

La lavatrice continuiava a girare…

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