La Ropa Sucia/215

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Pioveva, al cimitero di Villa Nueva. La tomba gentilizia degli Espimas aveva adesso un nuovo inquilino.

Miguel e Fernando, davanti all’ineluttabilità della morte, si ritrovarono abbracciati.

“Perdonami, Miguel” disse Fernando, le lacrime che si nascondevano con la pioggia. “Non sapevo quello che facevo”

Miguel si ostinava a guardare il nome di Cassandra, la data di nascita e la data di morte. Morte, come aveva trovato la morte il suo stesos matrimonio.

“Clara è sempre stata un po’ pazza” disse lui. “Adesso non so nemmeno dove sia finita… sì, ti perdono, Fernando. Ezequiel deve stare tranquillo dentro la cella, o si sveglia freddo anche lui”

In quello stesso istante, Clara Gonzalez posò una tazza enorme di tè incandescente, l’ideale durante un temporale come quello.

“Così, alla fine, sono lo stesso sorella di Adele e Pedro…” borbottò.

“Già” disse Violetta. “La morte di Cassandra ha reso urgente quello che avrei voluto dirti tanto tempo fa. Ad ogni modo, non era neanche necessario dirtelo, perché sei sempre stata mia figlia”

“Beh” osservò Clara, guardando come il tè fosse molto scuro e seguendo le linee del legno del tavolo. “Ciò che mi mancavano erano proprio i dettagli di come sono stata concepita. Credo che non mi riprenderò mai più”

“Sei abbastanza grande da poter reggere” disse Violetta.

Anche a casa Salcido la cosa non rimase sotto silenzio. Pepa, ad esempio, era stata compagna di cella di Cassandra, e aveva pianto tutte le lacrime.

“Suvvia, Pepa” disse Lucìa Salcido, la madre di Catalina. “Ecco questo fazzoletto”

E consumò tutta l’empatia che era in grado di fornire. In quel momento, si aprì la porta.

“Rosa Sanchez alla porta, signori”

“Grazie, Ambrogio, falla entrare” disse Roberto, l’aitante runner.

La chica formosa entrò impettita e sedette di fronte ai leader del Clan dei Bianchi, poi fece una cosa che attirò gli sguardi di tutti i maschi della Villa, persino quelli del piano di sopra: mise una mano in mezzo ai seni e frugò fra quei morbidi.

Da quel paradiso, tirò fuori una chiave.

“Questa l’ho trovata a casa Gutierrez” disse lei. “Nessuno sa a cosa serva”

“Ma questa… questa è la chiave del tesoro dei Garcia!” esclamò stupefatta Catalina. “O perlomeno, credo. Lo dico perché c’è il blasone dei Garcia stampato”

Tutti si rivolsero verso di lei.

“E tu… come fai a saperlo?” chiesero molti incuriositi.

Catalina arrossì… “Beh, perché… perché… oh, andiamo! Sono andata a letto con Romàn Garcìa, va bene?”

Nel frattempo, Ramòn Garcia era stupefatto. Era nel suo studio, tutto sconquassato, e teneva la testa fra le mani. Davanti a lui, un imbarazzato pipa sudava freddo.

“Io non ci posso credere” stava dicendo il padrone di quel castello enorme. “Ti avevo pur detto di fare casino a Villa Nueva, mettendo dentro il vaso dei tuoi figli una chiave che non c’entrava nulla, ma tu, tu, hai inserito la chiave del mio tesoro là dentro e non un falso! Sei un idiota!”

Jorge avrebbe tanto voluto sprofondare. Non se l’era presa con lui, aveva solo rovesciato tutto lo studio.

“Là dentro ho tutte le mie fortune, che avrei voluto lasciare a Raquel, un giorno, ma tu me l’hai portato via. Ma non è tanto per i soldi, che, oddio, mi servono eccome, quanto piuttosto il contenuto del tesoro stesso! Ma tu lo sai che cosa è previsto nell’inventario?”

“No…” disse Jorge, non sentito.

“Il modo per fermare la lavatrice!” esclamò lui.

Seguitò un tuono molto violento.

“Spero solo che Catalina non si accorga di nulla…”

La lavatrice continuava il suo ciclo. Mentre si muoveva, qualcuno avrebbe scommesso che stesse sghignazzando…

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