La Ropa Sucia/219

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“Non capisco”

La voce soffusa di Ezequiel Riquelme riempì ancora una votla l’atmosfera altrimenti tranquilla della cella, che era condivisa con Matìas Gutierrez, el muerto.

Matìas sospirò. Si sentiva in dovere di chiederlo?

“Cos’è che non capisci, Ezequiel?”

Riquelme si girava e rigirava nella sua brandina, e non trovava pace. Magari, parlandone con il suo compagno di cella, avrebbe trovato più di una risposta.

“Fernando mi aveva dato la sua disponibilità per un… compito, ma adesso mi ha disatteso. Che cos’è che non va? E poi, mia moglie e mio figlio mi hanno ripudiato”

Matìas non rispose subito. Poi volle capire “Che cos’è che non ti convince?”

“Fernando Espimas ha la fama di un grande conquistatore. Ha persino impalmato Raquel Garcia, una ragazza di cui nessuno sapeva l’esistenza perché i suoi genitori la tenevano chiusa in casa, dato che non le davano mai i soldi per svagarsi, né un mezzo per scendere in città” disse Ezequiel, che aveva un’idea un po’ strana di Villa Nueva. “Quindi, mi chiedo cosa sia andato storto in realtà”

“In realtà, non tutti i matrimoni sono fragili” disse Matìas, guardando oltre le sbarre, senza vedere i secondini che passavano avanti e indietro, dando la zuppa. “Ci sono matrimoni che resistono nel tempo, come quello fra Ana Lucia e el viejo, ad esempio. Io non sapevo che fossero sposati, eppure lo hanno fatto e guarda in che casino siamo finiti tutti quanti per via di quell’accordo”

Seguì una pausa.

“Finché morte non li ha separati…” concluse Matìas, rimembrando ciò che si diceva ai matrimoni. “Ma certo… la lavatrice può essere fermata! E tutto sta nel tesoro dei Garcia, ecco perché el viejo ha dato l’anello a Fernando!”

Ezequiel non capì, ma Matìas chiese carta e penna, e, con somma pazienza dei secondini, gli fu pervenuta.

“Questo è un carcere, non una cartoleria” fu fatto notare, ma el muerto cominciò a scrivere una missiva della massima importanza da far pervenire al fratello, el pipa, che per quanto avesse dei difetti anche lui era investito da quel potere misterioso.

Jorge Gutierrez intanto giaceva nelle segrete di Romàn Garcia, il quale era preoccupato per il fatto che un’emerita sconosciuta, per quanto ficcanaso, avesse spiattellato le sue origini. Peraltro, non capiva come mai sua madre avesse rivolto la parola a quelle due sceme, che non scendevano mai in paese. Non avrebbe mai immaginato quel colpo di scena, che le Cascadas, che avevano la puzza sotto il naso lontano un chilometro e avessero continuamente la faccia come se avessero un morto messo davanti, avrebbero un giorno fatto amicizia con sua madre, madre che covava forti rancori verso i Sanchez.

Era un errore che si poteva evitare, e adesso il segreto che aveva fin lì nascosto con grande abilità era di dominio pubblico, quindi il piano era andato a farsi friggere.

“Capisci, Jorge? Sono nella peggiore situazione!” esclamò adirato. “E non posso nemmeno farmi fare una chiave nuova dal fabbro, perché il fabbro potrebbe farne una copia per sé e venire a rubare!”

Jorge Gutierrez sapeva che stava parlando del tesoro. In qualche modo bizzarro, a Romàn riusciva saltare di palo in frasca mentre parlava.

Al che, Ambrogio, senza dire niente, diede una lettera indirizzata al pipa.

Con estrema pazienza, Romàn la consegnò al suo prigioniero, che la lesse ed ebbe una reazione strana. Rise.

“Che hai da ridere, stolto?” chiese Romàn.

“Ho capito come risolvere i tuoi problemi, e i miei, e quelli di Villa Nueva” rispose lui, trionfante.

E la lavatrice continuava a girare…

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