La Ropa Sucia/223

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Sofia Riquelme conduceva una vita tranquilla e senza troppi fronzoli a Villa Riquelme. Stava attendendo più di tutte l’arrivo del nipotino, anche se era Adele Sanchez ad essere incinta, e non una ragazza più degna del loro nome.

Sofia pensava ancora, ogni tanto, alle parole che Ezequiel le aveva riservato. Purtroppo, però, aveva deciso di mettere suo figlio prima del marito, quindi non poteva farci nulla.

“Tanto più che ormai siamo amiche” stava dicendo Adele con la bocca piena, sporcando di briciole tutto il tavolino da tè che era considerato sacro da Sofia stessa, il giorno in cui l’aveva invitata per un tè, appunto, con i biscotti, e aveva deciso di confidarle quelle paure. “Non puoi rinnegarci, me e mio marito, dopo tutto quello che abbiamo passato per colpa di mio suocero. Voglio dire, ha cercato di uccidere mio figlio e meno male che José si è frapposto fra me e la triste mietitrice, che stavolta aveva una pistola al posto della falce! Oddio, se avesse avuto una falce probabilmente avrebbe ucciso comunque me, e Riquelme pure”

Sofia non aveva ascoltato un’acca di quello che aveva detto la nuora, si limitò solo a guardare le briciole che cadevano, una dopo l’altra, e si chiedeva se lei stesse davvero mangiando oppure stesse mangiando oppure stava mangiando il tavolino, e quanta percentuale di biscotto venisse effettivamente ingerito. Ne mangiava a quintali da quando era incinta.

Decise quindi di invitare Adele solo dopo la nascita del pargolo e nel frattempo imparare a rammendare, esattamente come faceva Ana Lucia Sanchez. In quanto nonna, avrebbe dovuto imparare a fare perlomeno le sciarpe e cucinare le lasagne italiane. Quanto alle paghette, il futuro nascituro non avrebbe mai avuto problemi di quel genere, visto che avrebbe percepito non meno di diecimila pesos a settimana.

Così, mentre decise di studiare da sola quantomeno le basi, bussarono alla porta. A Villa Nueva le porte venivano sempre disturbate, non si poteva mai stare tranquilli. Lei lo sapeva e ormai l’aveva accettato.

“Ambrogio! Vai a vedere chi è, non ci sono per nessuno!” esclamò spazientita.

Ambrogio comparve impettito e algido, con tanto di frac e papillon, annunciando quello che lui stesso non si sarebbe mai aspettato di dire, qualcosa che esulava da ogni probabilità.

“Si tratta di Elisa Riquelme, signora. La faccio entrare?”

Sofia si tagliò con l’uncinetto.

“Come hai detto, scusa?”

“Elisa Riquelme, signora. Non sto scherzando. Ha presentato anche il certificato di nascita”

Sofia non poteva crederci. Prima, però, si fece medicare. Andò dunque incollerita verso la porta di ingresso e sobbalzò.

Era vero. Quella ragazza aveva il nome dei Riquelme scritto ovunque in faccia. Era la copia esatta di José, solo con i capelli lunghi e i tratti femminei.

“Tu… tu… stai dicendo la verità” sibilò Sofia, bianca come se avesse visto il demonio.

“Sì, Sofia Riquelme” disse el tiburòn. “E ti conviene accettarla come figliastra, visto che Ezequiel si è divertito alle tue spalle ma non è possibilitato a riconoscerla. E tuttavia è l’erede di questa casa”

Non venne sentito minimamente.

“M-molto piacere” rincarò la dose Elisa. “Io sono Elisa. Ho voglia di parlare con la mia matrigna, in modo da schiarirmi le idee”

Quella voce… era come una pugnalata al cuore. Sofia sorrise, ma in realtà era morta dentro. Avrebbe dovuto invitare ancora Adele Sanchez.

“Non… non ho niente da dirti. Vai da Ezequiel, è lui tuo padre”

E le chiuse la porta in faccia.

Elisa guardò il compagno e ne ebbe paura. Non che avesse tutti i torti, perché a guardarlo in faccia era comprensibile, ma la sua paura derivava dal confronto con suo padre, il carcerato, che non aspettava altro che rovesciare i sistemi ma ignaro della sua personale verità.

E la lavatrice continuava a girare…

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