La Ropa Sucia/227

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Ramòn Fernandez si ritrovò in galera. Villa Nueva era di nuovo riunita e molti erano tornati alle proprie faccende, nonostante si cercasse ancora la chiave dei Garcia.

In un blitz della polizia, il Clan dei Neri venne sgominato dopo che Francisco Miranda aveva lanciato paroel così focose da non poter essere ignorate.

Lui, come Boss, non aveva idea di dove fossero gli altri, anche se l’istruttoria prevdeva un procedimento molto lungo, in cui ci sarebbe stata più di una udienza. Ramòn contava di farcela. Inoltre, sapeva che Alfonso era sfuggito all’arresto e probabilmente adesso era in cattività, o forse era tornato alla casetta che era servita come base per così tanto tempo.

Per quel motivo poteva dirsi tranquillo. Addirittura, poteva anche dormire fra due guanciali, certo che lui non avrebbe parlato.

Ce n’era uno solo, guanciale, nella cella che gli era stata assegnata.

Nel frattempo, in quello stesso istante, Francisco Miranda si sedeva sulla soffice poltrona, emettendo un loungo sospiro soddisfatto. Poi, assunse una faccia perplessa.

“Che strano” si disse “questa poltrona non è… morbida, o non c’è nessun segno. Si direbbe che non sia mai stata usata”

In effetti Ramòn preferiva guardare la finestra che sedersi.

Adesso Francisco Miranda era tornato a essere Sindaco, con Catalina Salcido come vice sindaco e Roberto, l’aitante runner, fermo ancora nelle segrete di casa Salcido stessa.

Quest’ultimo aveva avuto tutto il tempo di pentirsi della sua malefatta. Secondo Catalina, se era riuscito a dare uno schiaffo a Rosa, la chica formosa, e aver instillato in lei la voglia di creare un Clan, anche se composto di un unico membro, avrebbe potuto farlo con chiunque. Anzi, avrebbe prima o poi colpito Catalina con una tale violenza da lasciarle un segno rosso sulla guancia, e lei non poteva accettarlo.

Per quel motivo Roberto andava avanti a pane e acqua, mentre sua madre gli rifilava la zuppa di cipolle che lui odiava.

“Senti” stava dicendo Cecilia “o ti mangi la minestra o ti butti dalla finestra”

Roberto non volle ascoltare. Stava mangiando il pane integrale che gli era stato rifilato. “Peccato che qui non ci siano finestre. Insomma, è zuppa di cipolle! Chi mai ne mangerebbe una, o persino cucinarla?”

“Non hai rispetto per gli ortaggi che crescono dalla terra, quella stessa terra che ti ospita mentre la calpesti” disse Cecilia. “Comunque, ho deciso che ti farò evadere. Hai bisogno di correre”

Roberto si illuminò. Era vero, aveva bisogno di correre. Avrebbe ricominciato senza più smettere; avrebbe così scontato la sua pena. Non c’era pena peggiore per un runner di stare fermo.

Cecilia stava per prendere le chiavi della cella, ma vide, fra le altre, che ce n’era una strana.

“Questo… questo è il simbolo dei Garcia”

Madre e figlio si guardarono.

“Ehi! che succede qui? Quanto tempo devi perdere per… eh?”

Gonzalo Sanchez aveva appena visto una scena che non aveva mai pensato di vedere: madre e figlio abbracciati e pronti per scappare.

“La lavatrice continua a girare, Sanchez!” esclamò Cecilia, colpendo Gonzalo con un coltello.

Il padre di Pedro, che era figlio di Ana Lucia Delgado, cominciò a spegnersi, colpito da quell’unico colpo di coltello, mentre vedeva la chiave deio Garcia allontanarsi.

Assieme a lui, un sacco di segreti sparirono, e poi, in quanto morto,  non avrebbe segnalato così in fretta l’evasione di Roberto aiutato da Cecilia, che presero subito la prima corriera disponibile e spariore da Villa Nueva.

E la lavatrice continuava a girare…

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