La Ropa Sucia/268

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I fratelli Fernandez, quando decisero di stabilirsi dentro quela baracca, non sapevano dove sarebbero arrivati col loro piano. Erano soltanto dei giovani pieni di idee e tanta voglia di fare. Erano adolescenti quando cominciarono a raccattare seguaci e fare propaganda, più o meno molesta a seconda del giorno, del clima e della voglia intrinseca. Erano anche gli anni d’oro chiamati Seventies, più precisamente il magico 1974, in cui tutti avevano dieci anni di meno, c’era gente ancora viva e persino el viejo aveva novanta anni, e c’era gente che si chiedeva se el viejo poteva mai essere stato giovane.

Da allora erano passati dieci lunghissimi anni, la dittatura era caduta e l’Argentina aveva ospitato il suo primo mondiale di calcio, peraltro vincendolo.

I Fernandez erano sempre stati in baracca, prima di prendere il potere per quella breve parentesi in cui Ramòn era stato Sindaco, poi la parentesi ancora più breve in cui Villa Nueva era stata divisa come una Berlino qualunque e infine erano tornati al punto di partenza. Solo, adesso non erano più incensurati ne tutti conoscevano il loro nome e il loro volto. Per quei dieci anni, i Fernandez si erano infiltrati come un gas, come un uomo che puzza dentrro una scensore affollato. Nessuno ne conosceva l’autore, ma tutti sapevano che c’era. Ecco, quel gas prendeva il nome di Clan dei Neri ed era composto da molte persone. Nessuno però conosceva l’esatta ubicazione di quella casetta, a parte quella figura che era appena entrata. Di solito, si accedeva alla baracca solo venendo rapiti e poi risvegliati in una delle stanze che fungevano da galere. Invece una ragazza, dotata forse di un’intelligenza superiore, era giunta al capanno e sorrideva.

“Chi sei?” chiese Ramòn Fernandez, rimanendo seduto con la pooltrona girata. Lo faceva solamente perché una volta aveva visto che i cattivi di spessore parlavano sempre con la poltrona girata, e quindi decise di scimmiottare quell’atteggiamento, che però era diventato parte di sé e persino alle cene di famiglia ormai dava le spalle.

“Fatti vedere, mi corazon, e abbracciamoci!” esclamò Joaquina Cascada, correndo verso lo studio, che sapeva esattamente dove si trovasse. E, dando prova di essere stata in quella catapecchia molte altre volte, voltò la poltrona di Fernandez le lo abbracciò, lasciando sbalorditi Alfonso e Rebecca Jones.

“Ma… tu sei?”

La ragazza si alzò e porse la mano ai due sbalorditi. “Mi chiamo Joaquina Cascada, piacere mio” disse. “Voi siete ricercati, e che amore che sei a nasconderti proprio nella nostra vecchia reisdenza estiva!”

Seguì un rombo di tuono.

“Cosa…” disse Alfonso. “Impossibile” Dietro di lui, c’era Rebecca Jones che prendeva appunti per un suo possibile articolo.

“E invece è vero. Se vuoi, posso farti vedere l’atto di proprietà” disse acida Joaquina. “Questa è stata la nostra residenza estiva, che prima ancora era la vecchia casa dei Cascada, dopo che l’abbiamo allontanata per allontanarci da Villa Nueva. È stata esposta molto alle intemperie, vedo, l’incuria l’ha fatta da padrone e ormai è quasi inagibile”

Mentre parlava, alcune assi stavano scricchiolando e lasciavano intravedere certi scarafaggi vivi e morti.

“Peccato, perché da bambine io e mia sorella giocavamo con l’altalena”

Ramòn Fernandez riflettè ad alta voce.“Curioso come questa casa appartenga proprio ai Cascada, che fino a questo momento sono sempre stati indifferenti alle vicende di Villa Nueva, ed è curioso come io mi sia messo insieme proprio a Joaquina Cascada, che si diceva frigida”

Joaquina scoppiò in una risata esagerata. “Frigida io? Ma chi lo diceva? Sono innamoratissima!”

Alfonso si chiese che cosa fosse successo in quei sette minuti e mezzo. Al che, decise che c’entrava Ambrogio e le lavatrici, che continuavano a girare…

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