La Ropa Sucia/270

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Matìas era soprannominato el muerto, senza che nessuno potesse sapere la verità su di lui. Era questo che pensava Ezequiel Riquelme nel buio della sua cella, e quando gli fu assegnato un nuovo compagno, la prima cosa che fece, subito dopo avergli chiesto perché era dentro, fu raccontargli tutte le vicende che riguardavano Matias Gutierrez, fioglia Rocìo compresa.

“Capisci?” chiese infine Ezequiel. “È veramente scioccante il semplice fatto che un uomo che si credeva essere molto coraggioso e sfrontato in realtà sia un pappamolle che certca diu fare il duro. Chissà come mai ha messo in circolazione quella falsa voce”

“Forse per fare colpo sulle ragazze” disse il compagno di cella, che non aveva neanche avuto il tempo di presentarsi.

“Ma ormai è piuttosto avanti con l’età, voglio dire, è figlio del viejo” osservò il padre di José.

“Chi sarebbe el viejo?” chiese l’altro detenuto.

Ezequiel guardò perplesso il compagno. “Tutti a Villa Nueva sanno chi è el viejo, andiamo. Da ciò ne deduco che non sei nemmeno di Villa Nueva, chissà allora a chi ho riferito tutte le informazioni segrete ddella nostra città, in questi quarantacinque minuti”

C’era da dire che Ezequiel, se imbeccato, era un gran chiacchierone. O comunque lo era diventato stando in carcere.

“Io? Io sono di Rosario”

“Addirittura”

“Sì, mi chiamo Rosario Carlos Ferdinando Diego Martinez” si presentò il compagno di cella, che era nato e cresciuto a Rosario in Argentina. “Sono finito in questo carcere sulla Pampa perché mi trovavao a Cordova per caso e mi hanno arrestato, per i motivi che ti ho detto”

Ezequiel però aveva dimenticato il motivo per cui Rosario era finito dentro. C’entrava qualcosa un elefante, però non riusciva a collegarlo, anche perché in Argentina non c’erano elefanti.

“E comunque” continuò Rosario “Io conosco Rocìo Gutierrez”

A sgranare gli occhi fu Javier Garcia, che fino a quel molmento aveva ascoltato con avidità tutto quello che c’era da ascoltare.

Er ail momento, si disse, di tornmare all’atacco. Chissà cosa stava facendo, suo fratello Romàn, con il tesoro che si era appropriato indebitamente. Lo aveva promesso a sua figlia Raquel, ma poi lo aveva fatto davvero o la stava tenendo nelle segrete campandola a pane ed acqua?

Poi Javier ricordò che anche lui aveva campato la figlia a paner ned acqua e la catapecchia in cui abitavano era quasi una prigione, quindi decise di risollevare la qualità della vita di Raquel anche da dentro la cella. Si rivolse dunque al suo compagno.

“Tu perché sei dentro?”

“Omicidio” gli fu risposto.

Javier deglutì. Quello era dentro per omicidio, eppure lui non era ancora morto. Che forse si fosse mredento grazie alla sua influenza positiva?

“Te la sentiresti di fare qualcosa per me?” chiese ancora Javier.

“Mi hanno dato l’ergastolo” gli ricordò il compagno di cella. Adesso che vedeva meglio, Javier si ricordò che un angolo di quella cella forsse tutto scarabocchiato da vari graffiti inneggianti alla morte e una certa Abigail di cui nessuno conosceva l’esistenza.

Comunque dovette rinunciare.

Nel frattempo a casa Gutierrez la situazione preciftiva. El tiburòn inviotav a a intervalli regolari Elisa Riquelme, e con gran scorno di Rocì Gutierrez i due avevano rapporti altrettanto regolari, mentre Pepa e Matìas divisero la casa in modo da non doversi vedere mai. I Gutierrez erano in fortissima crisi, inoltre el loco non aveva ancora dato notizie di sé.

Neanche a Villa Sanchez la situazione era delle più rosee. La notizia della gravidanza di Clara aveva mandato in visibilio Adele, che era già incinta di oltre quattro mesi, ma anche Marìa e Pedro Sanchez assistettero felici a quell’evento.

“Sarà figlio di Miuguel o di Fernando?” chiese Marìa, come prima cosa.

“E noi quando dobbiamo figliare?”

Pedro ebbe i sudori freddi mentre le lavatrici continuarono a girare…

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