La Ropa Sucia/303

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Ramon Fernandez si voltò a destra e sa sinistra, nella solitudine buia del bosco che circondava la catapecchia dove viveva col fratello, la fidanzata e la cognata. Si era sentito chiamato da una voce.

Non c’era nessuno, solo il fruscio degli alberi e la piacevole brezza di una serata invernale in Argentina.

Ramòn tornò così ad osservare la casa, mentre le streghe al suo interno stavano cominciando a entrare, tutte con una lanterna in mano alla maniera elfica.

“Fernandez… Fernandez”

I sussurri si fecero più insistenti. Ramòn allora comprese che forse c’era un fantasma, con il relativo cadavere spolto magari sotto i suoi piedi, e cominciò ad avere paura. In fondo, i Cascada erano noti assasisni, a quanto ne sapeva, e non stentava a credere che i genitori di Joaquina avessero anche ucciso in quelle lande, per poi abbandonare la casa proprio per quel m otivo, allontanando così le prove e confondendo le acque.

“Fernandez, per la miseria! Ma quanto sei cagasotto?”

Stavolta Ramòn riuscì a notare una figura nera poco distante da lui, per poi esserre investito da un non indifferente fascio di luce.

“Chi sei?” chiese Fernandez cercando di vedere oltre la luce, non riuscendo.

“Sono Joshua” disse lui. Vestiva di un mantello nero con cappuccio, ma sotto, si potevano notare gli abiti lerci e strappati in più punti. In faccia, due grosse cicatrici.

“Già” rispose lui. “Il diabolico uomo della lavatrice, comne adesso ti chiamano”

“I Cascada mi hanno scaricato neanche fossi un quintale di cemento” spiegò Joshua. “Quindi so che sei solo tu che puioi aiutarmi”

Ramòn vide Marìa, la procace giardiniera, lanciare della povedre dentro un braciere e capì che effettivamente spiare alcune esaltate era molto noioso e ridicolo, così dedicò tutta la sua attenzione al nuovo arrivato. “Ti ascolto”

“Hai presente Edmundo, l’amministratore delegato della Islas Corporation?”

A quel nome, Ramòn strinse i pugni;: da quando venoiva a sapere delle notizie solo tramite giornale, non aveva più potere su nesusno, ma certe cose le sapeva. “Certo che sì, è talmente irritante che vorrei…”

“Rapiscilo” concluse per lui Joshua. “Sarò io a portarlo al tuo cospetto, e imprigioneremo gli Islas come solo noi sappiamo fare”

“Hai ragione. Tu vuoi arrivare ad Analisa, vero?” chiese Ramòn.

“Già” rispose Joshua. “Come puoi ben vedere, ho perso tutto. Ero l’ex ricco di Analisa Islas, ma adesso sono povero, ma sapendo che colei che amo ha intenzione di farsi monaca perché gli uomini la prendono in giro, voglio farla mia  e tornare vivo e ricco”

Ramòn Fernandez non era uso a parlare coi barboni, quindi non rispose subito. Peraltro, Joshua puzzava di sudore e bruciato in una maniera impressionante e ciò non aiutava né a riflettere, né a prenderlo in simpatia.

“Ci devo pensare” rispose lui. “Come sai, non ho più i mezzi di una volta… diciamo che ho solo un decimo, a dire tanto”

“Sapessi io. Ormai sono ridotto a brandelli” concordò Joshua. Improvvisamente la torcia che aveva in mano si spesnse, poiché come si sa le batterie hanno una durata limitata.

“Visto? Ti schifa anche la torcia. Ciò mi fa pensare a un consiglio che posso darti” disse Ramòn, mettendo le mani in tasca.

“Ti ascolto, parla, o maestro nero del Clan dei Neri” rispose Joshua, in totale adorazione.

“Lavati” rispose semplicemente il Boss, men tre le lavatrici continuavano a girare…

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