La Ropa Sucia/332

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“È incredibile quello che tu dici con voce squillante e sicura” disse la strega, rivolta a un inedito tiburòn “quindi ne deduciamo il vero motivo per cui vogliate entrare ciascuno nel proprio gruppo. La tua protetta fra di noi e tu nel Clan dei Neri”

“Sì” confermò lui. “Adesso fatemi vedere Fernandez”

“Non si chiama più Fernandez, adesso” osservò un’altra strega. “Adesso è Lupo della Notte Invernale Antartica

“Va bene. Conducetemi da lui, se non vi dispiace”

Così l’una venne ammessa in quella strana setta e le fu fatta indossare una tunica bianca dalle fantasie porpora; mentre l’altro venne condotto nell’unica stanza dotata di un tavolo di tutta la casetta. A capotavola c’era una poltrona che sembrava molto consunta, sulla quale sedeva quello che potecva essere solamente Ramòn Fernandez, che aveva conosciuto nella calorosa estate precedente. Erano tempi più felici quelli, ma Ramòn era riuscito a renderli traumatici in quanto aveva osato, con l’aiuto di suo fratello, mettere in dubbio la paternità di Ezequiel Riquelme nei confronti di José. Se poi Ezequiel e José non fossero davvero padre e figlio non era dato saperlo. Quel che era certo e su cui poteva basarsi el tiburòn, era che si soimigliavano tantissimo.

“C’è Ramiro Paulo alla porta, signori”

Ramòn e Alfonso guardarono el tiburòn come si farebbe con una preda da sbranare. Avevano un sacco di carte da giocare, ed era bastata la sua semplice presenza. Era un Gutierrez.

“Bene, mio caro” disse Alfonso “così vuoi entrare nel Clan dei Neri”

“Sì. Soprattutto, voglio capire se siete in ragione o in torto nel voler sfidare a duello Ambrogio, il nostro maggiordomo”

“Certo che siamo a ragione” disse Joaquina Cascada, la quale aveva interpretato correttamente quello che stava per dire Ramòn. “Ti dirò di più. Se noi dovessimo batterlo, la lavatrice si fermerà”

“Perlomeno quella dei Sanchez” aggiunse Ramòn, sospirando di pazienza.

“Ah sì, scusa tesoro” Tesoro… l’aveva chiamato tesoro, pensò Ramòn, tesoro com’era un tesoro quello nascosto dai Garcia, di cui solo loro sapevano l’ubicazione.

“Ho un lavoro per te”  disse Ramòn Fernandez, sicuro che questa cosa Joaquina non l’aveva pensata, quindi era libero di esprimerla. “sai, dopo la sconfitta che abbiamo subito, non siamo più propensi a includere tutti,  anche se tu sei ovviamente un pezzo grosso. Pertanto, per testare le tue abilità, dovrai portarci la chiave dei Garcia, o uno dei membri che compongono quella famiglia”

El itubròn avrebbe tanto voluto tornare a parlare come faceva prima, ma ormai quello che diceva era udibile da tutti, quindi tgenne per sé i suoi veri pensieri e inchinò la testa, dicendo “Certo, mio signore”

“Oh, che bello essere chiamati così” disse un entusiasta Ramnòn. “Adesso va’ e divertiti!”

El tiburòn pensò che si sarebbe divertito, ma prima sarebbe dovuto andare nell’enigmatico castello di Garcia Romàn.

Mentre camminava attraversando tutto il paesello, pensò alla buffa coincidenza dei due nomi. Ramòn e Romàn. Ramòn e Romàn.

Ramòn e Romàn. Un momento. El tiburòn stava anche per bussare all’enorme portone di quercia dell’immensa magione quando si sentì preso in giro e schiaffeggiato, mentre le lavatrici continuavano a girare…

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