La Ropa Sucia/338

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Miguel Espimas si alzò, salutò l’ufficiale e, rimuginando sull’identità dell’informatore della polizia, andò dritto filato da Marìa, la procace giardiniera. Era molto procace, sicuramente aveva avuto una carriera da mangiatrice di uomini e lei neanche se n’era resa conto. Ecco perché chiese ad Ambrogio, il maggiordomo di quella villa, di poterla vedere.

“Puoi vederla” disse Ambrogio, molto preoccupato per se stesso. Marìa venne, abbandonando la cura delle sue piante e guardò Miguel con disprezzo.

“Che c’è, sei forse venuto a vantarti?” chiese la ragazza.

“Vantarmi di cosa, di preciso?” Miguel era spiazzato.

“Ti sei accorto che qualcosa non va, e hai chiesto di me. Ma che bravo, sei molto perspicace per essere un Espimas”

“Modestamente” disse Miguel. “Adesso ridammi mia moglie, strega!”

“Con calma, con calma” disse Marìa, ridacchiando. ”Tu non hai idea di che cosa stiamo preparando per Villa Nueva, soprattutto per i giorni dell’asado

Miguel sibilò “Non ti permetterò di fare quello che devi fare”

“Lo vedremo” rispose lei, indifferente. “Anzi, vediamolo subito! Fatti fare un po’ di tarocchi”

Marìa si fece aprire il cancello e Miguel entrò a Villa Sanchez, la villa fdorse più bella di Villa Nueva, rivaleggiata solo con Villa Riquelme.

Entrando dalla cancellata, si percorreva un sentiiero con paletti di luce molto bassi, intenti solamente a rischiarare il cammino di sera per evitare che si mettessero i piedi sull’erba, che si estendeva a destra e a sinistra, contornato da siepi che disegnavano una S e agghindati di fiori di tutti i colori. Al centro di entrambe le ali del giardino, c’era una fontana non indifferente, raffigurante una serie di putti che gettavano acqua dalle loro brocche. Alla fine del giardino, un’ampia scalinata portava al grande portone dei Sanchez, che una volta varcato dava alla sala grande, dove si poteva scegliere dove andare, se si faceva bene attenzione ai mobiletti disseminati in ogni dove. Uno di quei mobiletti aveva ospitato le chiavi della macchina di Pedro.

Marìa salì con sicurezza al primo piano, dove c’era la sua stanza personale. Era illuminata da zucche appese per il tetto e da candele già consunte. Miguel tuttavia non perse tempo a guardare e si sedette davantri alla scrivania che sapeva di muffa.

Marìa rimescolò le carte e chiese “Qual è il tuo animale preferito?”

“Il ghepardo” rispose lui.

“Bah” rispose la ragazza. Poi dispose le carte come solo lei, fra i due, sapeva fare e chiese di scegliere molto lentamente e con la mano sinistra tre carte.

“Bene, hai scoperto la Morte, il Matto e la Luna” disse Marìa. “Questo vuol dire che morirai pazzo la prossima luna piena”

Lo disse in maniera talmente fredda che Miguel si sentì morire proprio in quel momento. Non gli rimaneva che controllare quando fosse la luna piena, ma fu Marìa stessa ad annunciarlo.

“Il tredici giugno, il che vuol dire fra sette giorni. Che peccato, non riuscirai a vedere la sagra dell’asado

Miguel sentì di avere un mancamento. Stava dunque per morire, e solo perché glielo dicevano tre carte e una procace giardiniera?

“E dire che io ero venuto solo a chiederti come mai stai cambiando il carattere a tutte le persone di Villa Nueva” borbottò Miguel. Stava per morire.

“E chi dice che sia proprio io? Non può darsi semplicemente che stiano cambiando loro stessi? O anche, non è forse vero che l’asado è buonissimo, soprattutto col chimichurro addosso? Ed infine, sono forse io l’unica strega della cittadella?”

Miguel dovette ammettere che l’attesa della morte era essa stessa la morte e andò via da quella Villa maledetta, gettando però un’occhiataccia alla vecchia Ana Lucia, che lo guardava compassionevole. Era già morto? Stava impazzendo?

In ogni caso, Miguel dovette tornare a csa, con una sentenza di morte che gli pendeva sulla testa.

E le lavatrici continuavano a girare…

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