Certe notti d’oriente.

Qualcuno parlava di notti d’oriente come se queste fossero diverse dalle notti orientali. Pensiamoci su: nelle notti occidentali la macchina è calda e dove ti porta te lo dice lei, nelle notti orientali invece c’è odore di incenso, suoni di strumenti a corda e l’inconfondibile urlo che ti informa di chissà che cosa di chissà quale cibo. Ma parliamo di quel paesaggio: il fiume, quella notte, scorreva a zigzag senza incredibilmente mai perdersi – io non ci riuscirei mai- e i pesci del fiume vennero a galla, non per vedere la palla di pelle di pollo, che quella è occidentale, ma per vedere la palla di kebab (senza cipolla) roteare e roteare. A destra  e a sinistra del fiume c’erano campagne, là dove di cani erano alti quanto al albero, o era l’albero che non gli andava di crescere. Le persone fumavano indifferenti narghilè e gli uccelli a forma di V che quelli sono immancabili. Non c’è mai stato nessuno, nemmeno in oriente disposto a disegnare neanche gli uccelli.

Ebbene, quella notte d’Oriente un tappeto volante sfrecciò in mezzo a tute quelle cose. “Embé? Che avete da guardare?”

Oh, scusa. Non pensavamo che tu fossi… un momento! C’è un gabbiano vigile che ha fischiato!

“Si fermi, caro il mio tappeto, e mi mostri patente e libretto?”

Il tappeto è chiaramente in difficoltà. “Beh, la mia patente è la magia, il mio libretto è scritto in arabo… credo”

“Ah sì? Mi segua in centrale, o dovrà bere cinquanta bicchierini di tè ambrato per conciliare”

Ecco, il tappeto è costretto a pagare per il suo eccesso di velocità, ma ecco giungere un enorme vaso di ceramica, dotato perfino di collo stretto. E il vaso parlò, ma il tappeto rispose “Non ho capito niente, hai la gola troppo stretta e parli come un’anatra strozzata”

“Ehi!” esclamò un’anatra da giù, quelle alte quanto un albero. Il vaso allora, inacidito, fece fuoriuscire una miriade di cose del tutto orientali: musica, seta, spezie, persino l’Est in persona.

“Come facciamo a fermarlo?” chiese il tappeto al gabbiano a forma di V. “E che ne so, io sono un vigile!”

Al che, nelle notti d’oriente può succedere di tutto, anche che una lampada possa sfregarsi da sola perché si sentiva sporca. “Porca miseria, troppo unto!” avrebbe detto in un’intervista dopo.

Così apparve un genio che, trovando anche lui insopportabile il vaso che ancora faceva uscire le ceramiche e spezie che stavano sporcando il tappeto che andava a cento all’ora, disse “Stolti, dovevate pronunciare la parola magica! Namasté!”

Al namastè; il vaso si ruppe in mille pezzi e solo Buddha sa quanto Ryial iraniani servono per ricomprarla. Tuttavia, quella notte d’oriente, messer Tappeto volante ha imparato una lezione di nirvana, ossia non andare su per il cielo senza saper dire namasté. E sopratutto, c’è troppo caldo riempire di spezie di tappeti.

 

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