La Ropa Sucia/364

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Joaquina Cascada aveva addormentato Sofia, che era impazzita dopo l’ennesima lettera di Ezequiel che le aveva mandato. Poi, soddisfatta del suo operato, scese e aprì la porta ai suoi compagni, che salirono guidati da Ambrogio e José.

Una rampa, due rampe, poi il terzo corridoio sulla destra fino ad arrivare a una porta con su scritto Non entrare.

Mai come quella volta fu interpretato come psicologia inversa e il gruppo entrò senza se e senza ma.

Tutto era pieno di calcinacci, scale, barattoli di vernice, impalcature e attrezzi da muratore.

Di lì a poco, trovarono un sacco di operai, ma la loro meta era proprio una specie di biblioteca in cui ci si poteva davvero perdere.

“Una volta mi sono perso in questa biblioteca” spiegò José Riquelme. “Mai come quel weekend pulii a mano tutta quella biancheria, come punizione”

“Sì,  ma dove dobbiamo cercare?” chiese Joaquina.

“Alla lettera L”

Una voce femminile interruppe l’elucubrazione. Una ragazza molto bella uscì dalla libreria con un tomo in mano.

“Elisa! Che ci fai qui tutta impolverata?” chiese José, sconvolto. “E che cos’è quel mostro che hai in mano?”

“Oddio, non dirmelo, José, sono orribile!” disse Elisa chiudendo gli occhi imbarazzata, perché sapeva di essere impolverata e sporca come non mai. “Mi sono persa in bibliopteca, perché cercavo qualcosa sulle lavatrici. Ho trovato questo… mostro, che non è un mostro, ma un libro molto grosso”

Detto quello, scavalcò tutta la combriccola che era entrata nell’Ala Est e con molta dignità sembrava proprio che chiedesse di seguirla, pur senza dirlo apertamente.

Scesero le rampe di scale e si sedettero sul tavolino da tè e Ambrogio, per pura deformazione professionale, lo preparò per tutti.

Elisa, come se non avesse aspettato altro dalla vita, prese una precisa pagina e un preciso paragrafo, proprio dentro il libro, che ne contava almeno duemila, a occhio e croce.

José represse un brivido: non sarebbe mai riuscito a leggerlo tutto, si sarebbe addormentato dopo poche righe.

“Ho letto questo libro in cinque ore e tre quarti” disse Elisa “per fortuna, mi ero persa in biblioteca, quindi ho potuto fare questa maratona di un volume che seppur pesante, è scritto anche bene e abbastanza chiaro e scorrevole,. Certo, ci sono capitoli e capitoli che non avrei mai scritot, ma…”

“Vai avanti! Cos’hai saputo della lavatrice?” chiese Romàn tagliando corto. “Forse tu non lo sai perché non c’eri nel momento del nostro duello, mio e di Ambrogio, ma qui a Villa Nueva nessuno ha ancora domito perché stiamo tutti cercando il tesoro dei Garcia! E noi dobbiamo arrivare prima di loro!”

“Un attimo” disse Elisa. “Leggerò questo passo molto aggraziato. Per spegnere la lavatrice, bisogna attendere che finisca il ciclo.

Se Elisa si aspettava una reazione meravigliata e entusiasta, venne disattesa. C’era ancora l’atmosfera carica di tensione e umidità, dato che tutti venivano da fuori, dove pioveva come mai aveva fatto prima.

“Il che vuol dire che, secondo i miei calcoli, il ciclo sta per finire…”

Il silenzio si poteva tagliare con una motosega. Era rotto solo dallo scandire dei secondi dell’orologio a pendolo di Villa Riquelme. Tutti pendevano dalle labbra carnose di Elisa, la quale non si sapeva cosa stesse aspettando.

I secondi erano diventati esasperanti e lunghissimi. Qualcuno sarebbe sicuramente impazzito, a detta di Joaquina, e quel qualcuno non era neanche Miguel, che pure era stato candidato alla pazzia.

“Adesso!”

Elisa schioccò le dita. Era mezzanotte.

Ed era mezzanotte anche a Villa Sanchez, dove una servitrice andò a guardare la lavatrice che tanto aveva fatto penare tutti quanti.

“Oh! Finalmente ha finito il ciclo, eh? Vecchia ciabatta, te la sei presa comoda! Andiamo, è ora di togliere i vestiti”

Non sapeva né aveva idea della storicità di quel momento.

La signora tolse i tutti i panni, ora puliti, dalla lavatrice…

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