L’urlo di Frank.

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Viene da dentro.
Si è sentito, come uno squarcio nel velo altrimenti intonso del silenzio.

Fa più rumore, a mezzogiorno, quando ci sono soltanto i ticchettii dell’orologio a battere incessanti in casa.

Un urlo. Uno solo, proveniente dalle profondità della gola, di una gola.

Secondi. Attimi inespressi di panico, di ansia, di inarrestabile sprofondamento dell’altrimenti quieto essere.

Era tutto tranquillo. Chiunque l’ebbe sentito, pensò alle cose peggiori.

Un urlo per scongiurare la paura di essere accoltellati. Un urlo cacciato fuori con brutalità nel vedere il proprio amato, o la propria amata, nudo, riverso nella vasca, grondo di sangue.

Un urlo a causa della visione di un fantasma. Oppure, uno derivato dalla visione di entità davvero troppo brutte per poter essere descritte.

Ecco cosa successe in quel momento. Un solo, acuto grido che poteva essere una richiesta d’aiuto come la disperata fine di un uomo.

Al termine del rumore, molte persone cercano disperate di aprire la porta d’ingresso dell’appartamento. Sembrava chiusa dall’interno, e per quanto spingessero, occorrevano attrezzi specifici e pesanti per scassinare quell’uscio.

Uno, due, tre, tentativi: infine la porta si aprì e la prima persona ad entrare fu Gilda, la vicina di casa. Vide Frank, ancora atterrito mentre osservava ad occhi spalancati il proprio lampadario.

“Che cazzo è successo?” chiese Gilda, spaventatissima, seguita da un manipolo di persone altrettante sgomente. “Dimmelo, Frank!”

Frank indicò un punto. Un unico punto, preciso, diretto proprio al lampadario, dove una figura semovente ballava una danza ancestrale che solo lei conosceva.

“C’è una vespa proprio qui. Non so com’è entrata, era tutto chiuso!”

Calò il gelo, pur essendoci trenta gradi.

“E tu urli solo per una misera, fottutissima VESPA?” chiese urtata Gilda.

Frank si difese. Era in preda agli incubi.”Ma guardala! Ha.. due pezzi e vola strano!”

Tutti lo mandarono a quel paese, e non gli ripagarono neanche la porta che avevano scassinato.

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