Il sale e il sangue/11

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Capitolo 11

Il coltello affondò fino ad arrivare con un colpo secco su un tagliere.

Steven Blackfield prese il quarto pezzo di formaggio e lo mise in bocca.

Si guardò intorno, il temuto pirata: l’idea di indire una riunione in sala mensa gli era venuta come un fulmine e forse non era molto saggia, perché la sala mensa era costituita da più tavoli, disposti in base alla gerarchia.

Ma l’impazienza lo stava divorando. Sapeva che il Cacciatore era un uomo temibile, anche se non lo avrebbe mai ammesso ad alta voce. In ogni caso non vedeva l’ora di eliminarlo.

“Allora? Che notizie dalla terraferma?” chiese a nessuno in particolare, guardando con sospetto tre dei suoi sottoposti tremare come foglie.

Era l’unico in quella sala a mangiare, dato che aveva deciso di usufruire di uno spuntino ma nel frattempo aveva convocato alcuni dei suoi compagni che fossero stati in grado di rivelargli le notizie più urgenti.

“In base a quello che sappiamo, la goletta non è ancora partita, tuttavia attendiamo il rapporto di Alexa” spiegò l’uomo al centro.

Blackfield non ebbe bisogno di chiedere chi fosse, conosceva tutti quelli con cui aveva a che fare, pirati, amici. “Alexa… e come mai non sa nulla, ancora? E dire che frequenta sempre il porto. Da dove devono arrivare queste informazioni, dalla Luna?”

“Dalla Luna! Dalla Luna!” ripeté stolidamente il pappagallo di Snejder alla sua sinistra. Blackfield non era ancora abituato a quello starnazzare, così inspirò col naso evitando di urlare.

“Riteniamo si sia messa a bere ed è per questo che le notizie tardano” rispose l’uomo che aveva parlato prima. Blackfield tagliò un’altra fetta di formaggio e la ridusse a un cubo, dalla strisciolina che era.

“E dire che ho messo a punto un ottimo sistema con gli specchi comunicanti, in modo da non perdere troppo tempo… be’, temo che dovremmo perlomeno tagliarle la lingua” considerò Blackfield guardando il cubo così fabbricato, allargando le gambe e poggiando gli avambracci su di esse. Fino a quel momento era seduto più comodamente a pranzare, ma la mancanza di notizie da Tukha lo stava rendendo impaziente. Il piano che aveva messo a punto col suo secondo non poteva partire, e il Cacciatore si stava facendo desiderare più del dovuto.

Dove sei, Cacciatore? A chi pensi quando vai a dormire? C’è qualcuno a cui posso tagliare la gola? pensò fra sé, focalizzandosi sul pavimento in legno della sua stessa nave, entrando in una profonda meditazione che escludeva qualsiasi rumore.

Era vero. Non sapeva nulla del Cacciatore, né come si chiamava né se avesse famiglia o amici. Non aveva nessuno da ricattare, nessuno a cui chiedere e, a parte le sue cosiddette gesta, che comunque si eclissavano davanti alla Battaglia dell’Aurora, rimaneva un uomo sopravvalutato che stava sfidando l’uomo scelto dagli Dei per rimettere ordine nel mondo.

Nel frattempo Josephine, la sua favorita, dovette scrollarlo più forte, in modo da risvegliarlo da quelle elucubrazioni.

“Capitano!” esclamò preoccupata.

“Cosa succede?” chiese lui, trapassandola con il suo celebre grigio sguardo magnetico, che aveva messo in riga decine di ammutinamenti e aveva fatto implorare pietà a Re Sebastian l’ammiraglio.

“Sappiamo che la goletta è partita e ha preso il mare” annunciò lei.

“Bene” rispose lui. “Finalmente adesso combattiamo per davvero. E… hai notizie dell’altra cosa?”

Josephine arricciò le labbra e scosse la testa, temendo una brutta reazione.

“Non importa” sospirò infine il pirata, accasciandosi sullo schiena del trono che si era fatto intagliare da mani esperte. Era una sedia in legno, con dei cuscini rossi ricamati, dove al centro aveva disegnato un teschio con le ossa incrociate dall’aria minacciosa.

Il teschio era l’esatta riproduzione dell’originale appartenuto a Re Sebastian, in quel momento esposto come trofeo in una teca dietro la scrivania del suo studio, che tuttavia non usava mai per mangiare.

“Dovremmo infilare una talpa dentro la goletta del Cacciatore” disse Blackfield dopo aver terminato il suo pasto favorito. “Se qualcuno sapesse che rotta hanno preso, magari potremmo intercettarli, far calare una scialuppa, metterla sulla loro strada e…”

Improvvisamente gli venne un’idea. Sorrise, e Josephine ebbe un tuffo al cuore nel vedere quel sorriso, che splendeva ancora di più alla luce del sole che filtrava da fuori.

Inoltre, aveva l’incisivo destro d’oro. Si alzò di scatto, uscì dalla mensa e, salendo le scale sulla destra, si levò sul ponte, dove ad attenderlo c’era un cielo poco nuvoloso, con il mare non propriamente calmo, il che spingeva la nave su e giù.

“Dov’è Snejder?” urlò Steven alla sua ciurma, impegnata ad affrontare al meglio il vento contrario.

“Eccomi, che succede?” quegli si presentò immantinente alla sua destra.

“Ho un’idea per mettere un po’ di pepe al culo del Cacciatore… letteralmente” disse Blackfield, leccandosi le labbra.

“Ottimo!” reagì entusiasta Snejder. “Allora andiamo, no?” poi si rivolse all’equipaggio e si mise a urlare la destinazione, che era una delle rotte commerciali.

“Dobbiamo assolutamente arrivare a tagliare loro la strada entro poche ore, altrimenti non ha senso” disse Snejder al timoniere. “fra poco vedrai la potenza di questa nave, la Black Sheep. Tu non hai mai assistito allo spettacolo, vero? Sei con noi da cinque mesi”

“Infatti, signore” disse il timoniere, senza osare guardare il vice capitano. “Mi avete dato la grazia di salire sulla nave ammiraglia, in mezzo a gente che ha fatto la storia del mio paese. Come dico sempre, spero solo di essere all’altezza”

“Hai ragione, e hai parlato bene” disse Snejder. “Vedrai”

La Black Sheep era il vascello che tutti temevano, la nave di Steven Blackfield e dei suoi, colei che era stata a capo di tutte le altre barche che infestavano quelle acque. Aveva resistito agli attacchi del Re Ammiraglio e già sei mesi dopo era pronta a terrorizzare le coste con il cosiddetto urlo della pecora, che altro non era il sordo suono di un corno, soffiato dal capitano stesso.

Secondo i calcoli dei suoi navigatori, sarebbero giunti a vista di una nave commerciale carica di spezie entro qualche ora, quindi era il momento perfetto, per il sanguinario pirata, di salire sull’albero maestro e far da vedetta, ponendosi al di sopra di tutti i comuni mortali, che stimava certo, ma li considerava comunque inferiori a se stesso.

Blackfield ricordava ancora quando aveva ucciso il Re Ammiraglio, e non vedeva l’ora di raccontare quella storia al Cacciatore. Chissà come avrebbe urlato, quando sarebbe toccato a lui essere sgozzato.

Erano sei mesi, comunque, che non si sapeva più nulla né di lui né della Black Sheep, e dunque era giunto il momento di riprendere l’attività. Anche il mare sotto di lui si stava dipingendo di nero, a causa delle nuvole, ma che lui interpretava come un riflesso del suo stesso stato d’animo. Nero come l’ira che covava, nero come il mare in tempesta, nero come la morte.

E non a caso la Morte era la Dea Nera, l’unica fra le divinità ad avere un colore scuro.

Steven era fiero dei suoi marinai, urlavano ordini a vicenda e sapevano sempre come affrontare il mare e il vento contrario. Pur in critiche condizioni, il vascello arrivò nei pressi del piccolo carico commerciale secondo i tempi previsti, tuttavia nel bel mezzo di un temporale.

“Tenetevi pronti!” ordinò Blackfield, estraendo la sua spada. Una volta giunti a portata di tiro e beandosi dei disperati tentativi di fare manovra dell’altra nave, scese dall’albero maestro e suonò a pieni polmoni il grande corno.

“Il Corvo, forza! Forza!” urlarono di rimando dietro di lui, riferendosi ai marchingegni che usavano per arpionare le navi. Nel frattempo, grandi gocce di pioggia cominciarono a scendere dal cielo.

Blackfield camminò lentamente mentre tutti gli altri correvano preparandosi alla battaglia. La sua destinazione era la polena, attaccata al bompresso, che era stata intagliata secondo le sue fattezze, con l’unica differenza che i suoi occhi erano stati dipinti di rosso, come a voler sembrare un angelo della morte.

Il suo equipaggio ormai si muoveva a memoria: c’era chi preparava il Corvo, e chi cominciava già a tirare violenti colpi di cannone per distruggere gli alberi, o i castelli sul ponte. La solita musica, il solito ballo, il solito giro della morte, come lo chiamava lui dato che la stazza del vascello sovrastava la piccola imbarcazione.

Infine, l’arrembaggio. Egli quasi non si sentì quando ordinò la carica, sparando un colpo in aria con la pistola. Una, due, dieci, quaranta persone si accavallarono sul commerciale e spararono, tagliarono, spezzarono e fecero urlare le donne e sanguinare gli uomini.

Blackfield continuava a camminare lentamente, diretto verso il capitano che era già stato immobilizzato da dietro, coltello puntato alla gola, grazie alla fedele Josephine.

“Bene, dunque” salutò il pirata, beandosi dalla paura mascherata alla rabbia di quel sciagurato.

“Non mi avrete mai vivo” sibilò il capitano. Era strano, si disse Blackfield, le persone dicevano sempre le stesse cose con lo stesso sguardo carico d’odio, per poi piangere di supplica una volta sotto tortura.

“Tranquillo, non ti vogliamo vivo” rispose dunque, rannicchiandosi per poterlo guardare dritto negli occhi. Gli  sembrò di conoscerlo. “Sei per caso McBride?”

Il capitano, per tutta risposta, sputò dritto in fronte al pirata.

“Dunque” rispose Blackfield pulendosi con la camicia e assumendo una faccia schifata, dacché odiava quel genere di incidenti “Non sai niente del Nonmondo, non sai niente di chi ci abita e meno che mai conosci il Cacciatore. Peccato, e dire che se sapessi qualcosa ti avrei lasciato vivo…”

Josephine, senza che nessuno lo avesse ordinato, passò la lama che aveva in mano attorno alla gola dell’ostaggio, disegnando un semicerchio perfetto.

“Stai diventando sempre più brava” commentò Blackfield, togliendosi la camicia e uscendo fuori per confondere la saliva ricevuta con la pioggia. “Ma…”

“Capitano!”

Blackfield vide Snejder zuppo d’acqua e con uno sguardo perplesso. Evidentemente, lo stava giudicando per essersi tolto la camicia in piena bufera.

“Sì, dimmi” disse lui.

“Abbiamo recuperato tutte le spezie e c’era anche un po’ d’oro. Adesso potremmo far passare questo assalto agli occhi delle altre nazioni come un incidente in mare, come al solito, mentre Re Taddeus saprà che siamo stati noi. Questo metterà molto pepe al culo al Cacciatore”

“Cacciatore! Cacciatore!” esclamò Clipper, il pappagallo.

“Ottimo” disse Blackfield. Gli venne in mente che non aveva tirato nemmeno un colpo. Tutto stava diventando sempre più facile, ma quell’azione era stata solo un diversivo, un gioco, per attirare a sé quel maledetto.

“Dove sei, Cacciatore?” si disse, mentre il mare si ingrossava.

4 pensieri su “Il sale e il sangue/11

  1. Ed eccomi qui a recuperare i capitoli che mi sono lasciata indietro! Il caro Steven non delude mai! Riesco a immaginare la sua nave che solca il mare in tempesta e la sua ciurma che si lancia all’arrembaggio, percepisco la furia dell’uomo nei confronti del Cacciatore! Questa sì che si preannuncia come una caccia intensa da entrambe le parti!
    Mi piace un sacco il nome della nave, black sheep, oltre al fatto che spieghi il significato non posso non notare l’assonanza tra sheep e ship! E bravo Aven!

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