Gioco dell’oca senza oca.

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L’oca, quel giorno a forma di pedina, si mosse fino a sei caselle.

“Oddio, come sono stanca” disse. “Fare sei caselle è una tortura… se non altro ho evitato per poco il burrone infinito”

Era vero. Dietro di lei vi era un burrone praticamente senza fine, esattamente come l’attimo. Nero come la pece, come la carbonella, come la cassa di una radio.

In effetti, l’oca non stava passeggiando da sola. Ce n’era un’altra appena dietro di lei, che però aveva compiuto appena due passi.
“Vado a fare due passi” disse, e così fece. C’era ancora parecchia distanza fra loro due. Lei, nel frattempo, era capitata in una casella vuota. Ormai, il traguardo era vicino. Aspettò il dado.

“Sono il dado” disse. “Non sei stufo? Lo dici ogni volta che stai per essere lanciato!” esclamò l’oca, che odiava ripetere le cose due volte, soprattutto se aveva camminato per sei caselle intere.

Quella volta, però, uscì solo una casella. L’oca camminò, desiderosa di concludere quel gioco assurdo che prevedeva persino di rubare il miele alle api e…

“TORNA AL PUNTO DI PARTENZA”

Il che voleva dire fare un volo di ben sessanta caselle, fra le settantacinque totali.

L’oca, sconvolta, guardò la compagna, ma neanche lei seppe cosa dire esattamente.

“Beh, se devi ricominciare daccapo, sta’ attenta al retino!”

Il retino, entrambe lo sapevano, era quella cosa strana della casella sedici, che aveva provato a catturare entrambe, riuscendo però a catturare solo un notevole quantitativo di aria. Alcune molecole di ossigeno consentirono la respirazione del retino stesso per un po’, ma lui non voleva respirare, ma catturare gli incauti visitatori.

L’oca, scoraggiata, cominciò a volare, fino a quando non incontrò altre oche, tutte che migravano, lontano dal gioco da tavolo. Al che, le venne l’idea del secolo.

“Posso anche andare al traguardo volando, senza passare dal via!”

Lo fece e, barando, concluse il gioco.

Solo che così facendo esplose.

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