Il sale e il sangue/17

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“Dove sei, Cacciatore?” disse Steven Blackfield, guardando i delfini saltare fuori dalla superficie del mare e poi rimettersi dentro.

Erano passati due giorni dal loro assalto ma la goletta del bastardo non si era fatta vedere.

“Il piano è andato male” fece notare Snejder, avvicinandosi a lui.

“Sì, apparentemente” commentò il pirata, grattandosi la barbetta sul mento. “tuttavia, non riesco a essere in disappunto. So dentro di me che c’è una buona notizia che mi attende oltre l’orizzonte”

“A volte non ti capisco” commentò Snejder. “Capisco!” esclamò Clipper, dalla sua spalla.

“Tu a volte? Io non lo capisco mai” ridacchiò Josephine, comparendo letteralmente dal nulla. Si aggrappò al braccio destro del suo amato e chiese con la voce più mielosa che aveva: “Qual è la prossima mossa, mio eroe?”

“La prossima mossa…” sospirò lui, lasciandosi cullare dal vento fresco che al tempo stesso sospingeva la Black Sheep verso un luogo ignoto, in attesa di ordini. Fare il marinaio valeva la pena anche solo per quei momenti. Josephine stava facendo passare le sue unghia sui peli del braccio e sul torace in maniera estremamente rilassante.

Come poteva avere un solo pensiero, dopotutto?

“La prossima mossa” ripeté con più convinzione ed a voce alta, in modo da essere sentito da tutti “è andare a vedere cosa è successo alla goletta del Cacciatore. Sapete, uno dopo un po’ si preoccupa. Nel frattempo, dovremmo sbarcare a Rumala!”

“Rumala, eh? Fammi vedere la carta…” borbottò Snejder, il quale si occupava della rotta della nave.

“Come mai proprio Rumala, luce del mio cuore?” chiese Josephine.

“Be’” rispose lui “innanzitutto perché è a Rumala che arrivano i messaggi col mio codice interpretato, anche se non mi aspetto nuove notizie. In secondo luogo, voglio sapere se Lin e Hiroshi hanno scoperto qualcosa sul Nonmondo. Ricordo benissimo che hanno detto che hanno trovato una lapide che si riferisce alla leggenda che hanno portato dall’Impero, bene, vediamo se possiamo chiudere questa storia”

“Hai ragione” rispose Josephine. “Tuttavia, c’è anche il Cacciatore da cacciare”

“Sì, lo so” concordò Blackfield, guardando una nuvola. Ricordava vagamente la cartina di Tutuk Naga… quanto avesse bisogno, in quel momento, di un Drago, lo sapeva solo lui. Eppure doveva solo fare affidamento su una barca e pochi, troppo pochi, complici sulla terraferma.

“Lo so fin troppo bene”

Blackfield ricordava il momento in cui aveva cercato di ucciderlo, rivelando la sua presenza in città, così come quella dei suoi sottoposti. Si preoccupò per Lucy e gli altri, che erano rimasti praticamente da soli. Il Cacciatore non avrebbe perso troppo tempo a scoprire il loro covo, ma confidava nella furbizia e nell’abilità dei suoi compagni. Forse c’era la possibilità che qualcuno proteggesse lui, piuttosto che viceversa. Ogni punto di ritrovo era fondamentale, e aveva messo le pedine giuste per ogni posizione.

Infine, era impossibile che il Cacciatore potesse prevalere su tutti i punti. Su due, tre, forse, ma non su tutti e cinque.

Sbadigliò, Blackfield, così decise di scendere nelle viscere del suo vascello. Arrivare fino a Rumala comprendeva qualche giorno di viaggio, e le ore potevano anche essere molto lunghe per un capitano che aveva delegato qualsiasi compito.

Una rampa di scale dopo l’altra, arrivò alla sua porta preferita. Preferì bussare, non si sapeva mai.

Gli fu aperto dopo qualche secondo da Monique, una ragazza dai capelli rossi e ricci. “Capitano!” sorrise giubila. Aveva un dente d’oro.

“Monique” disse lui “è pronto il formaggio?”

“Sì, diciamo” rispose lei. “Venite, venite”

Steven entrò nella sala che aveva adibito per fare il formaggio, anche dentro un vascello come quello, sottoposto com’era alle maree e agli scossoni del maltempo. C’era un enorme calderone per la cagliata e su un tavolo tutto l’occorrente per produrre il siero, che si costituiva semplicemente di un frustino ricavato dal corpo di un giovane pino decorticato, un semplice stampo in legno per le forme, un altro asse che serviva per schiacciare la pasta grezza e una grande saliera. La stanza era protetta da un compartimento progettato appositamente per la stagionatura. Steven aveva voluto che fosse il più simile possibile a un caseificio, pur con le difficoltà del mare. Il formaggio che veniva fuori non era paragonabile a quello prodotto dalla sua famiglia a Devatet, fra i monti e i pascoli, ma doveva accontentarsi.

“Vorrei che utilizzaste alcune delle spezie che abbiamo rubato due giorni fa” ordinò alla sua squadra, che aveva prelevato apposta da Devatet per produrre il suo alimento favorito. Inizialmente li aveva costretti con la forza, ma col tempo erano diventati molto devoti. Monique addirittura lo venerava, dicendo che aveva un modo di fare e di parlare che non si poteva non rimanere incantati.

“Vediamo se riusciamo a produrre un formaggio come si deve, per una volta” disse, mal celando un po’ di stizza.

“Certo, capitano” dissero appassionati i quattro addetti. “Vedrai, il tuo palato non rimarrà deluso”

Blackfield sorrise scettico e risalì, lasciandoli da soli.

Una volta risolto quel problema, Blackfield tornò a concentrarsi sul vero obiettivo. Se il Cacciatore aveva palesemente snobbato il suo ritorno fra i mari, era perché stava cercando di fare terra bruciata attorno a lui, e quello era chiaro. Ma allora…

“Snejder!” urlò una volta giunto sul ponte. Quegli arrivò dopo pochi secondi.

“Che succede?”

“È il Capitano che ti parla, non puoi riferirti a lui con un misero che succede” sibilò Blackfield ergendosi in tutta la sua altezza.

Snejder si raggelò, guardando il pirata sgranando gli occhi e sudando freddo. L’altro invece stava con le braccia conserte e pareva davvero offeso.

Un secondo dopo, però, si mise a ridere e di concerto lo fece anche Snejder.

“Ci caschi sempre, per tutte le balene!” esclamò Blackfield, non esitando a dare uno schiaffetto sulla nuca dell’amico. Tornando serio, ordinò a Snejder “Mi serve il rapporto di tutte le rotte commerciali di questa settimana”

Mentre il suo secondo andò a prendere quel rotolo così importante, Steven guardò una ragazzina che stava pulendo i parapetti della nave.

“Chi sei, ragazzina? Nuova?” chiese lui. “Non credo di averti mai vista, il che la dice lunga perché conosco ogni pezzo di merda che cammina su queste assi di legno”

La ragazzina si voltò verso di lui e sorrise debolmente. “Sì, signore” aveva l’aria innocente e dei denti candidi come non li aveva nessuno su quella nave. “Mi chiamo Margaret. Maggie per gli amici”

“Molto bene, Margaret” rispose Blackfield, tenendo la sua mano. Maggie la strinse stupita da quella cordialità, anche se la ritrasse quasi subito. Il pirata pensò che fosse molto spaventata, poi le si avvicinò per annusarla e studiarne ogni minimo movimento.  “Eppure mi sembri totalmente nuova… hai le lentiggini, degli orecchini che sembrano nuovi, gli occhi castano scuro… insomma, sei una bella ragazza. Mi sarei subito accorto di te, quindi sei per forza nuova. Sei un mozzo, no?”

“Sì, signore” balbettò Maggie, non riuscendo a non provare della paura per quella specie di prova psicologica. Era immobile, ma avrebbe volentieri gradito che qualcuno la spingesse giù per il mare. “Io… io in realtà non faccio parte di questo equipaggio, ecco perché vi sembro nuova. Sono stata presa dalla nave che avete distrutto due giorni fa, uccidendo tutta la mia famiglia e adesso farete lo stesso con me”

Maggie non aveva idea di chi avesse detto quelle cose, perché di sicuro la sua bocca non si era mossa. Tuttavia Blackfield la guardò come se avesse avuto un’illuminazione e da parte sua capì di che cosa stava parlando la ragazza. Sapeva anche chi era stato a rapirla, risparmiandole una fine orribile.

Sulle prime le sorrise, poi si congedò da lei lasciandola alle sue nuove mansioni, poi andò dritto filato in direzione di Jack, il quale non era il suo vero nome.

“Jack!” chiamò. Lo trovò a fumare un sigaro, invece di svolgere i suoi compiti, quali che fossero. In ogni caso, non era quello il problema, piuttosto lo prese per il bavero e lo spinse facendolo rischiare di cadere in mare.

“Come ti salta in mente di prendere un ostaggio qui sulla nave? Che cosa avevamo detto? Eh? Dimmelo, puttanella!”

Jack, spaventato da quell’aggressione, lasciò cadere il sigaro sul ponte e, sudando freddo, cercò di dare una giustificazione. Sapeva benissimo che non poteva prendere ostaggi. L’entrata sulla Black Sheep di membri nuovi doveva essere passata al vaglio di tutta la ciurma, e comunque era necessario che dovesse trattarsi di gente non coinvolta in nessun arrembaggio.

Tuttavia, lo aveva dimenticato quando aveva visto Maggie, così la prese con sé e la inserì come mozzo sulla nave.

“Non… non trovo giusto che solo tu abbia una donna in questa nave” tentò Jack.

“Eh?” disse Blackfield. “Io ho contato almeno otto coppie sulla Black Sheep. E due sono anche donne, che hanno detto di amarsi!”

Jack sgranò gli occhi e cominciò sentirsi a mancare l’aria. “M… mi dispiace” biascicò l’uomo. “Fammelo fare, Maggie è bellissima. T… ti prometto che non arrecherà nessun danno”

Blackfield scavò dentro lo sguardo del suo sottoposto. Sembrava sincero, forse aveva trovato in Maggie qualcosa che lui non aveva visto, non riuscendo ad andare oltre all’espressione spaventata della ragazzina. Dentro di sé aveva la vaga consapevolezza che quell’errore avrebbe portato solo guai, ma egli stesso aveva giurato che non avrebbe mai tradito nessuno dei suoi compagni.

“E va bene, cadrò nella tua trappola” sibilò stringendo più forte. “Ma questo vorrà dire che ci sarà metà porzione di rancio in meno, per te. E bada: appena Maggie mi darà fastidio…”

Tracciò col pollice la circonferenza del collo di Jack, in un gesto inequivocabile.

“Come sei sudato, che schifo” commentò infine Blackfield, lasciandolo infine andare.

“E non fumare i sigari!” esclamò guardando il mozzicone rimasto sul ponte, calciandolo oltre il parapetto. In quel momento arrivò Snejder, con un rotolo.

“Le rotte per questa settimana” disse lui, porgendole al suo capo. “Settimana!” ripetè Clipper.

“Ah, sì” disse Blackfield, che quindi notò subito un carico di oro e stoffe a molte miglia da dov’erano. Guardò le vele e la direzione del vento e facendo due rapidi calcoli mentali arricciò le labbra.

“Non ci arriveremo, vero?” Snejder diniegò con la testa. Steven sospirò.

“E va bene” disse ancora. Il Cacciatore aveva scortato un ottimo carico fino al porto, mentre lui andava sull’isola di Rumala ad inseguire un sogno, che poi era quello di tutti gli uomini. Poteva anche unire l’utile al dilettevole, ma ancora lo scontro non era entrato nel vivo, se lo sentiva.

“Rotta verso Rumala!”

2 pensieri su “Il sale e il sangue/17

  1. Sarò onesta. Arrivata alla parte del caseificio mi hai lasciata basita XD
    Questo prova a fare il formaggio in mezzo al mare, ci credo che pensano tutti sia pazzo! O pericoloso. Insomma, quale persona normale proverebbe a fare il formaggio su una nave? Ma Blackfield lo si ama anche così. Mi piace il suo rapporto di fiducia con i suoi compagni, soprattutto dopo che hai appena finito di mostrare come il Cacciatore sia in una situazione precaria da quel punto di vista (e a ragione, in quanto nuovo arrivato!)
    Dopo questo capitolo sono sempre più curiosa di vedere come reagirà proprio Eric. Ha scortato una nave che il suo nemico ha snobbato per andare ad attraccare da tutt’altra parte. Che questo lo porterà a incontrare i marinai presi in ostaggio?
    Immagino lo scoprirò leggendo!

    Piace a 1 persona

    1. Hai centrato proprio il punto, in questa fase del racconto ho voluto evidenziare le differenze fra i due protagonisti. Quanto al latte, ho fatto una debita ricerca e… nessun sito mi ha detto che non si possa fare, così ho cercato di renderlo realistico XD grazie per il tuo passaggio **

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