Il sale e il sangue/19

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“Jane…”

Eric stava chiamando sua moglie, mentre cercava di non annegare aggrappandosi a un relitto. Attorno a lui, il silente mare azzurro si stendeva a perdita d’occhio.

La donna era seduta su un’altra tavola, mentre sguazzava i piedi sulla superficie azzurra. Lo stava squadrando severamente, non facendo nulla per sollevarlo o prestargli soccorso.

“Così trovi Mary attraente?” chiese lei, mentre lui si sentì perforato da un milione di pallottole.

Sentiva i vestiti sempre più pesanti e le mani cominciavano a stancarsi. Ancora un poco e sarebbe affondato. Tremava da capo a piedi, e ogni tanto gli mancava il fiato.

“No… Jane, aiutami…”

“Non posso aiutare un fedifrago” Jane piegò un angolo della bocca. “E che ne è stato del tuo senso di colpa? Avresti potuto salvarmi, eppure io riposo in fondo all’oceano, a te invece viene duro guardando una ragazzina! E pure nana, per giunta!”

Eric cominciò a sentirsi mancare. Che poteva dire a sua discolpa?

Guardò supplice gli occhi intensi della donna. Era sempre stata bellissima, ma con lo sguardo gelido e indagatore forse lo era ancora di più.

Jane si sporse in avanti, per sibilare parole d’odio e disprezzo.

“Puoi tenertelo duro, se vuoi” disse. “Anzi, spero che ti diventi così pesante da andare giù nell’oceano, in modo che tu possa essere sbranato dagli squali come meriti. Non valgo più niente per te, ormai…”

Detto quello, si sciolse in un ammasso d’acqua e svanì, mentre, lacrime agli occhi, Eric cercava di toccarla…

“Jane!”

Eric si scoprì con gli occhi inumiditi. Aveva pianto davvero, mentre vedeva ancora una volta la moglie morire.

Era vero, l’aveva tradita anche solo per un attimo?

Non dire sciocchezze, si disse, sono passati dieci anni e hai tutto il diritto di guardare le altre donne.

Le altre donne, forse, quelle di cui non conosceva il nome e il volto, ma… Mary?

O forse Mary valeva come le altre donne, con la differenza che esisteva fra loro e Jane?

Si alzò, mentre la nave oscillava. Voleva capire a che punto fossero col viaggio e se valesse la pena attraccare a Tukha in modo da conoscere il destino dei suoi compagni.

Salì dunque sul ponte e notò che era tutto tranquillo: il carico d’oro veleggiava sereno davanti a loro e all’orizzonte il cielo si colorava di porpora, segno che l’aurora stava per sorgere.

Era quello uno dei due momenti in cui il Dio Celeste e il Dio Azzurro erano separati, in un certo senso, poiché la Dea Gialla si frapponeva fra il loro amore. O almeno così raccontava la leggenda, ne aveva sentito parlare quando aveva indagato in una signoria vicino le montagne. Chissà perché gli era venuta in mente.

Abitare in una goletta, in mezzo a tante persone, non era semplice. In più, aveva la sensazione che non stessero affatto andando avanti nell’indagine. Non era certo per scortare le navi che il Re lo aveva ingaggiato. Unito al fatto che non riusciva a dormire bene, a causa degli incubi e di tutti i suddetti pensieri, si sentiva né al buio né alla luce, intrappolato fra due mondi.

Eric, premesso questo, dentro di sé sapeva che l’unico modo per scovare Blackfield era anticipare le sue mosse, oppure infiltrarsi dentro la sua nave, o negargli l’accesso a tutti i porti.

C’era una taglia enorme sulla sua testa, la Black Sheep era una nave molto famosa e dunque, senza più alleati sulla terraferma, la gente avrebbe fatto a gara per denunciarlo.  Pensava a tutto quello mentre il sole sorgeva lentamente e la fresca brezza mattutina lo teneva sveglio.

Del mare adorava come si trasformava al passaggio della goletta. Spume bianche danzavano sulla fiancata, e ogni tanto poteva scorgere qualche delfino.

Fu allora che alzò la testa, scrutando l’orizzonte che pian piano rivelava la presenza di nuvole qua e là. Gli venne in mente che l’uomo dalla pelle nera che era stato catturato dai gendarmi il giorno in cui aveva rivelato la sua esistenza a Blackfield, aveva detto qualcosa di molto criptico riguardo l’ubicazione del covo principale, là dove presumibilmente nascondeva il suo vascello:

Là dove le nuvole incontrano il mare

Eric sospirò: di sicuro, quel luogo non era adatto. Come poteva esistere un luogo dove le nuvole incontravano il mare?

Mentre si disperava per trovare un senso a quella frase, la vedetta urlò la presenza di terra. Il viaggio era terminato, ma prima di ordinare quello che aveva in mente si passò una mano fra i capelli, come faceva sempre quando era sotto stress.

“Il viaggio è terminato” ripeté ad alta voce, sperando che l’equipaggio lo ascoltasse. “Come vedete, il bastimento carico di oro e stoffe è arrivato felicemente a destinazione. Noi, però, non scenderemo. Preferisco perlustrare tutti i fiordi della costa nord, in questo momento! Vedremo se qualcuno sa qualcosa!”

“Ma… si tratta di cinque fiordi a nord e cinque a sud! Tutuk Naga è un grande regno!” si sentì protestare.

“Non importa” disse Eric. “Mi sembra l’unico modo, perquisire i fiordi, per vedere chi copre Steven Blackfield e come lo fa.”

Seguì una serie di mormorii di approvazione, così fu comunicato il cambio di rotta al timoniere e, sfruttando il vento che proprio quel momento soffiava verso nord, sfilarono vento in poppa percorrendo l’orizzonte della capitale, dove Re Taddeus affrontava i problemi quotidiani, probabilmente utilizzando la diplomazia, o la misericordia, o quello che desiderava per la sua città.

Mentre risalivano la rotta, Eric ricordò la via principale, la piazza, il palazzo reale e quella strana osteria doveva aveva incontrato Alexa, una delle spie di Blackfield, assieme a quell’uomo misterioso dalla pelle giallastra. Era seguito, ma Blackfield non aveva sfruttato ciò che aveva saputo.

Oppure sì?

C’era davvero un modo in cui quei due comunicavano col loro capitano, senza dover ricorrere ai poteri paranormali?

Superata la città, la goletta proseguì verso le campagne, notando a intervalli irregolari alcuni accampamenti.

“Spero che stiamo navigando alla massima velocità” disse Copperfield a Eric, a un certo punto. “Perché altrimenti quelle tende che vedo là in fondo sono vicine alla capitale in maniera preoccupante. Il regno sta per collassare”

“Non lo so… non conosco il vostro regno. Più che altro, i sostenitori di Blackfield non sono solamente pirati, ma anche gente senza scrupoli che approfitta del vuoto di potere lasciato dal Re Ammiraglio per tagliare un bel po’ di gole e stuprarne le mogli. Infine, esiste anche gente che è d’accordo con la tesi del pirata ma che non alza armi, ed è forse la gente che è la più subdola. Finanzia, corrompe, gestisce, resta zitta… per non parlare poi dei pecoroni che non sanno pensare con la propria testa e fa eco alle voci più truculente, inventandone poi di peggiori. Se sulla costa Blackfield ha detto che i Alexander Ravenwood il Conquistatore è stato un traditore, nell’entroterra sono sicuro che è arrivata la voce che il suo discendente Taddeus ha almeno quindici bastardi a piede libero e organizza di notte riti esoterici bevendo sangue dai crani di bambini” spiegò Eric, senza togliere lo sguardo al mare e all’orizzonte montagnoso che si stendeva così vicino.

“Forse voi non lo sapete, ma a parte i Ravenwood esistono anche altre famiglie nobili. Famiglie che non aspettavano altro che il Steven Blackfield di turno per rovesciare il trono.” Lo informò Copperfield.

“Allora è vero che Alexander il Conquistatore è stato un traditore? Il padre di Mary sostiene di no”

“Non so se sia vero o no, ma che importa? Sono passati secoli!”

Copperfield non poteva che avere ragione su quell’argomento. Erano passati secoli, ma forse non era gradevole sapere che Tutuk Naga, nazione così potente e florida, è nata da una bugia e che i discendenti del Conquistatore fossero dei bugiardi altrettanto. Restava da capire cosa fosse successo in realtà in quei tormentati giorni obliati dalle nebbie del tempo e cosa avesse spinto esattamente Alexander a tradire.

“Rotta verso Nord-Ovest!”

Al comando, la goletta si allontanò progressivamente dalla costa, puntando con la prua verso la prima destinazione, che secondo la carta si chiamava Suprim.

Suprim era omonimo al fiordo in cui sorgeva. Eric, studiando la mappa, chiese al nostromo “Sei sicuro che una goletta come questa possa entrare?”

“Certo che sì” rispose lui. “La Black Sheep entra ed esce abitualmente in tutti i fiordi della costa nord e della costa sud. Non farti fregare, Cacciatore, dagli stretti. I fiordi di Tutuk Naga sono davvero molto profondi.”

“Il che non è molto consolante” commentò il Cacciatore. “In ogni caso, faremo un po’ di domande, quindi credo proprio che scenderà un nutrito gruppo di persone mentre ormeggeremo”

Detto quello, andò a cercare Mary, Nick, Copperfield e Patrick e li riunì tutti nel suo studio.

“È ovvio che vi ho portato con me perché avete delle competenze ben precise” esordì senza mezzi termini “tuttavia l’indagine che stiamo portando avanti ci presenta una destinazione che io non conosco, quindi ho bisogno dell’aiuto di tutti, sia perché siete i miei occhi e le mie braccia, sia perché non c’è da fidarsi di nessuno. Pertanto, mi raccomando!”

Gli altri si misero sull’attenti, comunicando di aver recepito. Vedendo la posizione di Nick e Mary, dove frapposto a loro c’era Patrick, gli venne da chiedere una cosa che conoscevano solo loro.

“Vi è passata la cosa che sapete a cui io ho posto fine?”

“Sì, capitano, tutto a posto” rispose Nick. Anche se lo disse, covava ancora dei sentimenti per Mary e, se l’approccio asfissiante non era stato gradito, desiderava trovare un altro modo per fare breccia nel suo cuore.

Era stato snervante dover rispondere a Patrick mentendo, riguardo la ferita sul naso.

“Ho sbattuto perché ero ubriaco e lo stipite era messo troppo in là”

Così aveva risposto, e avrebbe tanto preferito che fosse stata la verità.

Passarono circa due ore, e ormai era primo pomeriggio quando la goletta fece vela su Suprim, o quantomeno il suo fiordo. Eric, in piedi davanti al bompresso mentre si reggeva su uno dei cavi del fiocco di prua, non ne aveva mai visto uno e fu per quel motivo che si stupì della potenza della natura: ciò che si stagliava davanti ai suoi occhi era un’apertura fra due immensi promontori, che, a quel che poteva vedere, nascondevano grotte sotterranee, cespugli, e sparuti rami secchi. Alla base di entrambi, alcuni scogli venivano continuamente battuti dal mare, che si trasformava a intervalli regolari da azzurro intenso in candida spuma.

Il vento non aveva cambiato direzione in maniera sensibile ma aveva aumentato la sua intensità, pertanto l’imbarcazione, nonostante il mare moderatamente mosso, procedeva spedita dritta all’interno del canale.

All’interno di uno dei denti del Drago.

2 pensieri su “Il sale e il sangue/19

  1. Un capitolo assai interessante, questo!
    Innanzitutto, nelle prime righe mi sono sentita infedele io al posto del Cacciatore, Jane ha davvero messo soggezione, lo ammetto!
    Dopo il suo risveglio ho potuto apprezzare le descrizioni del cielo e del mare, con anche le sue riflessioni. La caccia al pirata si sta rivelando più difficile di quanto pensato, ma almeno c’è la natura incontaminata dei fiordi a rallegrarlo un po’ (sempre se il Cacciatore sappia cosa vuol dire “rallegrarsi”, ecco).
    Non vedo l’ora che trovi una qualche traccia, così da vedere come agirà in quel momento!

    Piace a 1 persona

    1. I fiordi sono stati (mi complimento da solo) un astuto stratagemma, tanto per ricordare che c’è questo golfo intitolato Bocca del Drago e che in effetti è un ottimo posto dove nascondersi e uccidere. Staremo a vedere il Cacciatore che cosa farà, innanzitutto con se stesso. Il viaggio per mare arriva proprio a fagiolo 😀 grazie per la recensione!

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