Il sale e il sangue/21

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L’isola di Rumala si trovava appena fuori l’immenso golfo di Tutuk Naga, sulla cartina sembrava che il drago stesso stesse sbuffando nuvole di terra, perché Rumala era la prima di un piccolo arcipelago, una serie di isole armonicamente collegate fra di loro.

Non era comunque la più grande fra loro, tuttavia, per la sua posizione, era l’isola più comoda e funzionale per gli scopi di Steven Blackfield, il quale vi attraccava spesso.

La città di Ticat era la capitale e l’unico centro abitato del luogo. Blackfield, una volta visto il profilo familiare dalla sua nave, non poté che sorridere: aveva riso, scopato, bevuto molto a Ticat. Tutti gli abitanti lo conoscevano e lo veneravano. Aveva persino suggerito il nuovo nome del signore del posto, dunque come membro delle Sette Sorelle, come venivano chiamate le isole dell’arcipelago, in un governo indipendente da Tutuk Naga ed eletto ogni cinque anni.

Da quando Ursus Bjofùr aveva preso il comando, erano già passati sei anni. Il potere di Blackfield era davvero immenso.

A Rumala il tempo era sereno e la buona velocità del vento permetteva alla Black Sheep di conservare un buon ritmo: sarebbero arrivati di lì a poco. Peraltro, non era possibile attraccare da nessun’altra parte, poiché l’isola era circondata da una cintura di roccia e la capitale era insediata sull’unica eccezione.

Josephine segnalò la sua presenza abbracciandolo da dietro, in una maniera improvvisa che provocò un leggero brivido nel pirata, seguito da un lieve tepore dovuto alla pelle d’oca.

“Adesso sapremo” sussurrò lei, poggiando la testa sulla spalla destra del suo amato.

“Sì” disse lui “Forse Lin e Hiroshi hanno davvero scoperto informazioni sul Nonmondo. Ma, dato che ci siamo, possiamo anche vedere come se la passano a Ticat, e bere da Bob”

Blackfield sentì il suo lobo essere afferrato dalle labbra di lei. “Bere, oppure…”

Il pirata non poté che sentirsi fortunato. Si girò delicatamente, in modo da poterla guardare negli occhi. Quel giorno era più bella del solito, peraltro indossava una camicia verde acqua che risaltava i suoi occhi e che non era stata abbottonata completamente.

“Hai fatto la treccia” sussurrò lui, passandovi le sue dita. “Sai quanto mi piace…”

Steven e Josephine passarono una buona mezz’ora avvinghiati l’uno con l’altra mentre il resto dell’equipaggio si prodigava per raggiungere Ticat e il molo che apparteneva a loro, dono di Ursus alla Black Sheep. Il molo in questione si distingueva dagli altri perché aveva, alla sua estremità, un pennone in cui sventolava fiera la nuova bandiera nera di Blackfield, progettata dopo la Battaglia dell’Aurora: due spade sormontate da un teschio incoronato, che simboleggiava il Re Ammiraglio sconfitto. Tutt’attorno, il mare si infrangeva sui frangi flutti.

“Gente!” esclamò infine il pirata ad alta voce. “Facciamo segnale ai cittadini! Gli dei della vittoria sono scesi a benedire Ticat e il suo signore!”

Seguirono urla euforiche, risa e canti.

“Hai fatto benissimo ad accettare un nuovo membro della ciurma… più che altro per il bene di Jack, così almeno si mette la testa a posto” commentò Josephine, che aveva conosciuto Maggie, il nuovo mozzo, solo la sera prima, poiché si era ritrovata sullo stesso tavolo da mensa.

“Esatto” disse Steven. “Altrimenti gliela toglierò io, la testa dal suo posto. Non ho mica dimenticato quando ti ha palpato il culo, sai?”

“Non lo sa palpare” disse lei, sciogliendosi dalla stretta e dirigendosi verso la scala che portava al ponte inferiore, dove alcuni stavano srotolando la scala che permetteva ai passeggeri di scendere in sicurezza dal vascello.

Steven non aveva bisogno di chiamare a sé la cerchia più stretta, perché Snejder, Jospehine e gli altri sapevano che aveva bisogno di loro e insieme si diressero da Bob, il barista che non aveva mai chiesto loro denaro. In quella locanda avrebbero trovato Lin e Hiroshi, i compagni di Chang che avevano deciso di seguire la ciurma per trovare il Nonmondo.

Steven scese con un balzo sul molo, mentre alcuni schizzi del mare gli lambivano la pelle delle braccia. Sospirò, e portando pazienza si pose a capo della piccola spedizione. Mentre alcuni si prendevano cura del vascello o facevano provviste di cibo e armi, il pirata e la sua cerchia più stretta sarebbe entrata in banchina, dove furono prontamente accolti da Ursus, il capo del villaggio, scortato da alcune guardie.

“Quello sarebbe Urusus?” sospirò spaventata la sorella di Josephine, Marta. Quest’ultima non lo aveva mai incontrato di persona, perché quando era avvenuta l’ultima elezione non faceva ancora parte della cerchia più stretta di Blackfield.

“Sì” rispose dunque Josephine, che stava tenendo sotto braccio il suo amante.  “È un uomo enorme, autorevole e autoritario, conosce molte cose sulla navigazione di queste acque e viene in possesso di notizie che noi non potremmo mai captare. Insomma, è forte in battaglia e all’occorrenza può armare questo posto per una seconda Battaglia dell’Aurora. Non possiamo fare a meno di lui”

Restava il fatto che, secondo Marta, Ursus sembrava un grosso omone barbuto e pelato, che con una mano era in grado di far volare anche una quercia. Sulla destra teneva appesa una grossa spada.

“Benvenuto, capitano!” esclamò sorridendo, con una voce molto profonda.

“Ciao, Ursus” disse Blackfield, facendosi abbracciare. Per un attimo sentì un puzzo di alcool e tabacco e tossì per un attimo. “Andiamo?”

Senza aggiungere altro, presero una stradina laterale, che era acciottolata e ciò acuiva il rumore dei carri che trasportavano le merci e delle carrozze che cercavano di sorpassarle.

Ai lati della strada, molte botteghe esponevano senza paura i loro prodotti per strada, aumentando la difficoltà del passaggio. Tuttavia, per motivi che sfuggivano persino a Steven Blackfield, al passaggio di Ursus la strada si liberava come se non ci fosse nessuno.

Improvvisamente, suonò l’ora al campanile dedicato al Dio Verde, signore di tutto ciò che cresceva sulla terra.

“Dev’essere ora di pranzo” pensò il pirata, ascoltando i rintocchi. “Comunque, queste strade trafficate non mi piacciono tanto… ma anche se chiedessi a Ursus come mai la viabilità è trascurata, lui mi risponderebbe che non trova mai nessuno in mezzo alla strada”

Imboccarono quello che sembrava un vicolo sulla sinistra, vicino al punto dove si ritirava o si spediva la posta. Era un posto molto buio e angusto, sembrava addirittura scavato fra due edifici e occorreva entrare uno alla volta.

Ursus fu il primo a trovare una porticina seminascosta sulla sinistra, ed entrò dicendo “Benvenuti alla Cozza Ubriaca, il miglior locale della città”

Blackfield respirò un’aria che sapeva di casa: era una delle pochissime eccezioni che gli facevano gradire il cattivo odore e la sporcizia.

A quell’ora il locale era colmo di persone che mangiavano piatti a base di mitili o crostacei, e anche piatti speciali reperibili solo in quel villaggio. Tuttavia, lo sguardo di Steven si posò su due persone sedute davanti al bancone in fondo alla sala, intrattenute in quel momento da un barista nero.

“Voi prendete un tavolo, io e Snejder andiamo da Lin e Hiroshi” ordinò Blackfield, sapendo che Ursus avrebbe sfruttato la sua autorità per sedersi.

Blackfield aveva una cosa da chiedere al suo secondo.

“Quand’è che ti libererai del pappagallo?”

“Clipper fa parte della ciurma, ormai” disse Snejder, non transigendo riguardo il pennuto. “Un pappagallo ci serve. Mettiamo il caso che sia presente a una conversazione segreta. Lui ripeterebbe a memoria tutto quello che è stato detto, no?”

“I pappagalli non funzionano così” rispose vago Blackfield, sedendosi in mezzo ai due fratelli dell’Impero d’Occidente.

“Capitano” disse Hiroshi. “Salute a voi” chinò il capo Lin.

“Bob, porta un vassoio enorme di fritto misto e altrettanto enormi boccali di birra. Ho intenzione di strafogarmi” disse Blackfield, apparentemente ignorando i saluti dei due fratelli e addentando una fetta di pane messa sul bancone.

“Allora, miei cari tipi occidentali” cominciò Steven non appena Bob cominciò a organizzarsi per soddisfare le richieste. “Parliamo di affari”

Fu Lin, la donna, a parlare. “Abbiamo trovato qualcosa di interessante proprio qui, dove non avremmo mai pensato di guardare. Nel cimitero di questa città c’è una tomba. L’abbiamo riconosciuta, era a forma di parallelepipedo e coperta dalle stesse incisioni che abbiamo trovato nella biblioteca della nostra patria. Parlavano senza dubbio del Nonmondo”

Mentre Lin parlava gesticolando non riuscendo a impedire al suo strano accento di palesarsi, Blackfield sembrava rapito. Per lui, non esisteva altro che quella donna e le sue parole. Stava anche ignorando il vassoio caldo appena arrivato, immerso nei propri pensieri.

“Purtroppo, molte scritte sono state cancellate dal tempo e quindi le frasi risultano sconnesse. Tuttavia, in base al libro Teorie sul Nonmondo che abbiamo portato dall’oceano, siamo riusciti a cogliere due frasi. Il nome del defunto e soprattutto ciò che sto per dire: ciò che è possibile cercare è possibile trovare, il Nonmondo non è altro che un’isola dentro un’altra isola

Blackfield ebbe la pelle d’oca. Quel momento gli parve molto simile a quando era riuscito a mozzare la testa al Re Ammiraglio, ormai sconfitto. Momenti che segnavano per sempre la vita di un uomo, la sua vita.

“La tomba e il cimitero sono accessibili, se volete verificare i vostri occhi possiamo andarci anche subito” aggiunse Hiroshi.

Blackfield fece cenno con la mano di fermarsi e rifletté intensamente.

Il Nonmondo era più vicino di quanto ci si aspettava, inoltre esisteva davvero, checché ne dicessero a Tutuk Naga. Lin, Hiroshi e Chang erano tre fratelli che avevano trovato un libro dimenticato dai secoli in una certa biblioteca del loro mondo. Il Nonmondo, quindi, doveva per certo trovarsi sperduto nell’oceano che separava l’Impero da Tutuk Naga. In base al libro, era un posto che non era possibile trovare facilmente, e soprattutto non erano indicate né l’ubicazione né tantomeno le coordinate.

“Come… come avete fatto a trovare la tomba?” chiese Blackfield, cominciando a prendere i fritti sul bancone.

“Non l’abbiamo trovata” precisò Hiroshi. “Noi siamo solo andati a trovare un nostro parente, morto proprio in queste acque. Sapete anche voi quanto l’oceano può essere infido… sta di fatto che la barca è affondata e molti resti, fra cui cadaveri, sono seppelliti in questo cimitero. Il nostro parente era molto famoso, per cui è stato facile riconoscerne il nome. Ma altri non hanno il nome sulla tomba”

I morti del mare… chi sceglieva la vita del pirata, rischiava ogni giorno di annegare. Erano figli del Dio Azzurro, e al Dio Azzurro sarebbero ritornati tutti. Blackfield sentì un nodo allo stomaco. Sarebbe stato sufficiente vincere una battaglia per rimanere immortale? Non aveva forse bisogno del Nonmondo?

“Non m’interessa del vostro parente” rispose senza troppi ripensamenti Blackfield. “Voglio conoscere il nome dell’uomo, o donna, che si è fatto incidere la tomba. E soprattutto il motivo per cui la tomba non è sepolta ma in bella vista”

“Ne abbiamo dedotto che quest’uomo non era d’accordo nel tenere nascosto il Nonmondo, che quel luogo debba essere patrimonio per tutti” rispose Hiroshi. “Ecco perché è scritto chiaramente che è un’isola nascosta dentro un’altra isola”

“È una stronzata, non esistono luoghi del genere in questo oceano” rispose Steven, tracannando poi la birra.

Lin, tuttavia, batté una mano sul tavolo, e fu ripresa da Bob. “E se ti dicessi che l’isola dentro un’altra isola sia un modo per dire che il Nonmondo è un luogo scavato nella roccia all’interno di un’isola esterna?”

Blackfield tremò visibilmente. Poteva avere ragione.

“E chi sarebbe costui?”

“Il suo nome è Peter Wang” disse Lin. “è l’unica cosa che siamo riusciti a capire. Di seguito forse c’erano i suoi titoli o altro”

Peter Wang… Blackfield non aveva mai sentito quello strano accoppiamento di nomi.

“Che sia frutto di una relazione fra uno di voi e uno di Tutuk Naga?” chiese.

“Non lo sappiamo, probabilmente è così. E forse è anche per questo che si è opposto a chi voleva mettere a tacere i segreti del Nonmondo ed è stato fatto giustiziare. Sfugge però il motivo della sepoltura… uno che deve sparire muore, e muore anche il cadavere, secondo logica, o sbaglio? Si fa bruciare il suo corpo… insomma, questa cosa è da chiarire” disse Hiroshi.

“Senza contare che probabilmente si è opposto…” rispose Blackfield. “E se invece nessuno si voleva opporre e invece occorreva condividere le conoscenze e gli autori del vostro libro facessero parte della minoranza?”

“Eh, anche questo è vero” disse Lin.

“Voglio vedere il luogo” comandò infine Blackfield. “La guerra con il Cacciatore può aspettare”

Non sapevano, nessuno degli interlocutori impegnati in quel dibattito, che la conversazione era stata ascoltata.

Da una donna.

Quella donna era Margaret, l’amante di Jack.

 

2 pensieri su “Il sale e il sangue/21

  1. Finalmente recupero qualche capitolo della storia! Devo dire che questa ambientazione è molto bella e descritta in maniera vivida, non ho avuto problemi a visualizzare le strade strette e la locanda! Allo stesso modo la ciurma di Balckfield è sempre una miniera d’oro.
    “Non è così che funzionano i pappagalli” mi ha uccisa XD sono queste perle di umorismo che non ti aspetti a piacermi più di tutte, perché appunto non te le aspetti!
    Ma parliamo del Nonmondo. O meglio, Nonparliamone. Che sia finalmente arrivato un indizio valido? Non vedo l’ora di scoprirlo!

    Piace a 1 persona

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