Regalami una stella/2

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Mettiamo che gli alieni esistano. Mettiamo che questi siano alieni bellicosi e vogliano distruggere tutto. Sapreste dire il perché? Ebbene, in questo caso si saprà solo alla fine, quindi è meglio leggere!

Capitolo 2

“Bello a scuola oggi, eh?” chiese Olaf alla fidanzata, che l’aveva raggiunto al portone.

“Altroché” rispose lei, con una risatina. “Ci hanno fatto vedere quel film e fra appello e dibattito se n’è andata gran parte della giornata”

Si presero per mano in un momento diabetico e tornarono verso casa. Era la fine di un’altra faticosa mattina, che avrebbe lasciato spazio a un faticoso pomeriggio all’insegna dei compiti.

“Che ne dici se uscissimo?” propose Katy ad Olaf facendogli gli occhioni dolci.

“Ok” annuì lui, pur avendo un paio di espressioni lunghe da risolvere. In realtà, non poteva resistere ai suoi occhioni dolci.

Si baciarono e non appena arrivati all’incrocio si divisero, poiché abitavano ai lati estremi dalla stessa via, per inciso la Road Avenue.

“Sono a casa, mamma” salutò Olaf, sedendosi di fronte al piatto con sopra un panino alle aringhe. La madre di Olaf era campionessa di simmetria, infatti il panino fu pronto proprio quando Olaf si sedette.

“Bentornato, Olaf, c’è papà in televisione” disse lei con noncuranza.

“Che ci fa in televisione? Credevo che i ricercatori non avessero spazio fra i media dove si parla solo di tette e culi” chiese Olaf, seriamente preoccupato.

Dana si voltò verso il figlio. Quando parlava dava i brividi, però non disse nulla e riaccese la televisione, in quanto campionessa di simmetria avrebbe trovato in fretta un telegiornale disposto a dare il seguente servizio:

“Continua la campagna di allerta in Lettonia per il Disco Volante che campeggia nei nostri cieli. Il professor Olaf Atradejas senior ci spiega che probabilmente sono venuti per scopi bellici.

Un uomo barbuto dichiarò con la lingua sciolta “È opinione comune che questi alieni vengono da un pianeta lontano e quindi sono abbastanza stressati di loro per il lungo viaggio, se poi ci aggiungiamo il fatto che ci hanno osservato per tutto questo tempo possiamo certamente dedurre che sono venuti qui per distruggerci. Raccomandiamo, ma non sono io che lo devo dire, la massima allerta

Staremo a vedere se il governo lettone accoglierà questa tesi” finì di parlare lo speaker.

Dana spense il televisore. “Ebbene? Oggi devi uscire?” chiese rivolta al figlio che stava mangiando pane e aringhe.

“Sì, con Katy” rispose lui.

Dana lo squadrò da dietro i suoi occhiali.

“Non ti avrà rivolto di nuovo gli occhioni dolci?” chiese sospettosa. “Lo sai che non mi piace che frequenti ragazze così facili”

Olaf scrollò le spalle. “Lo sai che non posso resistere agli occhioni dolci, se poi ci aggiungiamo che oggi come oggi tutte le ragazze lo fanno…”

Dana scosse la testa, ma tornò ai suoi piatti da lavare.

Nel frattempo, Olaf Atradejas senior nascondeva una caccola sotto la scrivania del suo studio, dove erano tutti scienziati intenti a guardare le stelle. I più avrebbero detto che non era un gran lavoro, però si scopriva più fra le stelle che a intonacare un muro, ad esempio; tranne forse nel caso in cui nel muro non fosse nascosto un cadavere.

“Cosa può essere?” chiese  alla sua squadra.

“Non so” rispose un collega, che guardava dal telescopio in dotazione. “Forse, stanno cercando di ucciderci tutti”

E in effetti, uno stormo di puntini neri stava scendendo dal cielo come se fosse attratto da quel minuscolo paesino sperduto nelle lande lettoni, fredde e misteriose.

Ma pieno anche di aringhe e foche e sole di mezzanotte.

Ebbe così inizio una terribile invasione aliena che ebbe come epicentro questa cittadina.

Gli alieni erano brutti, vestiti in lattice e dallo sguardo assatanato, pronti a fare fuori chiunque capitava a loro tiro.

“Forza, ragazzi!” incitò Loxombra alla sua trippa. “Mettete più impegno a distruggere tutto ciò che trovate!”

Niente impedì agli extraterrestri di continuare coi loro propositi, neanche l’arrivo della polizia, che da sonnacchiosa assunse l’assetto da rappresaglia, ma venero disintegrati uno dopo l’altro dai potenti raggi laser in dotazione dell’esercito alieno.

“Posso sapere chi ha inventato questo laser? È meglio del mio!” chiese Loxombra all’aliena che le era passata davanti. Era un suo dovere saperlo, altrimenti sarebbe morta.

“Beh, è un brevetto di mio cugino Langerback. È molto bravo con i laser” e scappò via. Non si era mai del tutto sicuri che quello che usciva da quel tipo di razza aliena corrispondeva a verità, ma la risposta soddisfò alquanto Loxombra, che riprese ad osservare i suoi sottoposti con un cipiglio più allegro e quasi accondiscendente.

“Ma si può sapere perché ce l’avete con noi?” chiese un poliziotto prima di venire disintegrato senza pietà.

“Umpf! E lo chiedete pure?

Loxombra si sentì indignata per quella domanda, così decise di non rispondere.

“Non meritate di saperlo, brutti vili porci! Anche quando lo sapete benissimo!” e continuò a distruggere.

“Bene, noi dovremmo uscire” disse Olaf nel frattempo alla madre, facendo per uscire. Aveva già indossato il suo cappotto preferito.

“No, mio caro, aspetta! Non vedi che c’è un esercito di alieni invasati che sta distruggendo tutto? Tu uscirai con me per andarcene da questa città, e di corsa, anche!”

“Ma mamma…” protestò Olaf.

“Sono sicura che anche i genitori di Katy hanno preso questa decisione ” disse la madre, logicamente.

E in effetti, la televisione riportava una coda chilometrica verso l’autostrada. Probabilmente anche Katy e i suoi erano imbottigliati lì.

“Forse…” provò a chiamarla, ma non rispondeva nessuno. Questo solo perché la fidanzata di Olaf era un po’ sbadata, e quindi aveva dimenticato il cellulare a casa.

“Oh, miseriaccia! E se Olaf mi dovesse chiamare?” chiese Katy, legata come un salame sul sedile posteriore dell’automobile di suo padre.

“Può farsene una ragione, la tua salute è più importante” disse suo padre, aspettando con pazienza che l’ingorgo si sbloccasse.

In Lettonia nessuno vi era abituato, così il concerto dei clacson risultò ancora più fastidioso del normale. Ma gli alieni non volevano farsene scappare nemmeno uno, così Loxombra e un manipolo dell’esercito andò verso l’autostrada (Loxombra aveva sentito di un assembramento di automobili) e decise di dare un po’ di fastidio a chi voleva salvarsi.

“E così, queste sono le automobili, eh? Non mi sembrano tanto grigie come le dipingevano” osservò Lascaroth sottovoce, come se avesse paura di ciò che stava dicendo.

“Silenzio! Devo fare un annuncio importante alla Nazione” tagliò corto Loxombra, chiedendo un megafono.

Glielo porsero qualche secondo dopo, e anche se era molto piccolo, e intenzioni dell’aliena erano molto chiare, perciò tutti smisero di clacsonare e ascoltarono ciò che aveva da dire.

“Come avete potuto capire da quello che abbiamo fatto, non stiamo scherzando”

“Beh, volevo ben dire!” esclamò un anziano seduto sul sedile posteriore di una macchina in fila. “Stavo dormendo per il mio pisolino pomeridiano, dannazione!”

“Il punto è” proseguì Loxombra “che ci servono due persone in particolare, e se continuaste a nasconderli distruggeremmo tutto in men che non si dica, poiché ne abbiamo i mezzi”

Il sindaco di Iebruka ebbe un fremito. Non aveva mai sentito di alieni, checché ne dicesse il presidente Russo, e proprio quel giorno un’invasione in piena regola gli capitò fra capo e collo. Era anche il giorno in cui sua figlia compiva diciotto anni.

“Non è possibile… stanno cercando me!” esclamò, con le mani sul volto. La segretaria lo tranquillizzò “No signore, staranno sicuramente cercando i leader mondiali, quindi può stare tranquillo”

“Quindi mi stai dicendo che sono un capo inutile davanti al mondo?”

La segretaria non rispose nulla, perché Loxombra espose i nomi di coloro che stava cercando.

“Sappiamo che si nascondono qui, e i loro nomi secondo le nostre lunghe e faticose indagini alla quale ho collaborato con la mia supervisione, corrispondo a Olaf Atradejas jr e Katy Umavaja. Venite avanti, o voi che vi siete inimicati la razza degli Eindringling!”

“Che culo! Siamo capitati proprio sulla città dove abitano costoro!” osservò Lascaroth, che non aveva di meglio da dire.

“Silenzio! Non è detto che abitino qui!” ribatté Loxombra.

Olaf ebbe un tuffo al cuore.

Katy si sentì gli sguardi dei genitori trafiggerla.

“Sapevo che eri un hacker odiato da tutti gli amministratori dei siti scolastici” commentò la madre di Olaf, “ma da qui a disturbare una razza aliena ce ne passa”

Olaf non seppe cosa rispondere, era inoltre troppo occupato a rovistare nella sua memoria se vi era in effetti un indizio fra le bravate che aveva commesso che potesse davvero spingere gli abitanti di un pianeta lontano a fare ferro e fuoco sulla Terra.

“Cosa hai fatto, Katy? Noi ti credevamo una brava ragazza che si limita a fare gli occhioni dolci…” chiese supplicante la madre di lei, assumendo anche un tono lacrimoso.

“Che comunque, questa cosa degli occhioni dolci non mi è mai piaciuta. Ci è ritorta contro, e me ne dolgo” disse il padre, deluso dalla figlia.

Anche Katy, come il fidanzato, cercava nelle sue memorie molto simili una bravata di enormi proporzioni, e a parte quella volta che avevano pomiciato con troppa passione accanto il laboratorio del padre di Olaf non le veniva in mente altro.

“Beh, sì, insomma, le ho toccato la coscia, ma non sono andato oltre” concluse Olaf, eccitandosi al solo ricordo, scandalizzando la madre, che sbiancando cercò sull’elenco il numero dell’esorcista.

“Perciò, o vi fate vivi voi, a raderemo al suolo questa città, bloccando tutte le uscite! Adesso i miei ragazzi ispezioneranno le macchine…”

“VAI, SCAPPA, KATY! VATTENE DA OLAF E RAGGIUNGI UN POSTO TRANQUILLO! ORA!” urlò il padre, con una prontezza di riflessi invidiabile. Katy non se lo fece ripetere due volte e scappò via, opportunamente  liberata dai legacci che avrebbero dovuta tenerla ferma perché non voleva uscire di casa.

Certamente è stata una scena strappalacrime, perché i due genitori della ragazza stavano offrendo la loro vita.

Bassina com’era, non le fu difficile sfuggire alla vista degli alieni sfrecciando fra le macchine in coda. Il problema era se qualcuno l’avrebbe scorta una volta tornata al paese, ma fortunatamente incontrò a metà strada lui, Olaf, che trafelato stava raggiungendo la sua amata.

“Ehi!” disse lui, salutandola con il massimo affetto che si può richiedere da un maschio.

“Ehi!” rispose di rimando l’altra, e si gettarono l’uno al colo dell’altra in un momento diabetico.

“Hai sentito? Credi che dovremmo consegnarci?” chiese Katy, gli occhi fissi nell’altro.

“Vediamo quello che ha da dire mio padre” disse lui, e insieme si recarono all’Osservatorio, già teatro come abbiamo visto di eventi esterni all’astronomia, a meno che non si considerino le diciture “mi fai vedere le stelle” , “voglio toccare i tuoi asteroidi” e “quanto è lungo il tuo missile?” locuzioni attinenti.

In ogni caso, dall’esterno l’Osservatorio si presentava a forma di cupola, contenente un solo piano oltre il pianterreno e con poche finestre. A dominare la piccola struttura, un telescopio oggetto del desiderio del piccolo Olaf, il quale voleva osservare gli alieni all’interno dei loro pianeti, e solo quando suo padre gli aveva disilluso quello scopo smise di voler diventare osservatore limitandosi a conservare negli anni come oggetto del desiderio il telescopio, che se opportunamente modificato avrebbe potuto consentirgli di guardare Katy mentre faceva la doccia.

Bussarono e venne loro aperto.

Il padre di Olaf in persona vide il figlio e la “nuora” sulla soglia, arricciando le labbra.

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