Il sale e il sangue/29

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“Abbiamo trovato il Cacciatore” esordì senza mezzi termini Steven Blackfield, mangiando un cubetto dopo l’altro di formaggio, dopo che li aveva sovrapposti per farne una torre.

Lui, Snejder e Josephine erano dentro lo studio del pirata, che lui non utilizzava per mangiare. Tuttavia, quel giorno, Steven era stato strano per tutto il tempo e dunque gli altri due non si erano stupiti troppo nel vederlo masticare. Né il vice capitano né Josephine avevano ancora capito quella sua ossessione per i latticini e non si ponevano neanche più la domanda. Ciascuno dei due, inoltre, aveva un proprio motivo per avere rancore contro di lui, pertanto meno gli rivolgevano la parola meglio era, altrimenti si sarebbe creato il caos nella nave.

“Be’? Non dite niente?” chiese Blackfield, interrompendo in quel modo i pensieri degli altri.

“Come si chiama?” chiese freddo e distaccato Snejder, tenendo le braccia conserte.

“Eric Van Jeger” rispose l’altro, una volta finiti i cubetti. Sospirò e incrociò le dita sul suo tavolo, sempre colmo di carte e mezzi per la navigazione. C’era anche una lampada ad olio, in quel momento spenta visto il giorno. Dietro di lui, troneggiava dentro una teca il teschio del Re Ammiraglio.

“A quanto pare, la sua famiglia si trova nelle terre del Nord, dove non ho idea neanche di che forma di governo abbiano. Insomma, non sapendo nulla non posso neanche muovere due o tre di noi per andare a vedere… inoltre non li ho neanche, due o tre di noi. Quel teschio dietro di me li ha… ma non parliamo di questo! In realtà adesso sappiamo che Eric Van Jeger è al comando di una goletta, mentre noi ci stiamo dirigendo a Inoquit a tutta forza, nonostante il vento contrario di oggi”

Quel monologo non sortì gli effetti sperati in nessuno dei due. Quella riunione non era come le solite, finalmente anche Steven sentì un certo clima poco adatto a maggio inoltrato.

“Allora? Che avete tutti e due? Non rispondete? E tu, Snejder, che cosa avete scoperto col Nonmondo?”

Fu allora che l’uomo batté un pugno pesantemente sul tavolo del suo capitano, lasciando alcune schegge.

“Steven Blackfield” disse sibilando, avvicinando il suo viso all’uomo seduto. “Abbiamo notato alcuni atteggiamenti che… non ci piacciono”

Blackfield strinse gli occhi. “Che cosa intendi dire? C’è qualcosa della mia condotta che non ti aggrada? Vuoi davvero osare tanto, davanti al prescelto?”

“Prescelto, non farmi ridere” sbraitò Snejder. “Innanzitutto sembra che qui esista solo tu con le tue fisse senza senso. E il Nonmondo, e il Cacciatore, e lascia perdere la tomba di tua sorella e guarda questi occidentali decifrare caratteri senza significato… ebbene? Noi credevamo di essere una squadra, Blackfield! Tuttavia questa tua mania accentratrice ti sta accecando, quando invece all’inizio… anzi, anche sei mesi fa! Fino ad allora avevo conosciuto un uomo predisposto all’ascolto, attento alle esigenze altrui, che stava portando avanti un ideale. Adesso vedo un uomo avido, goloso, in preda all’accidia riguardo alle cose che non lo riguardino direttamente, arrivando persino a calpestare i sentimenti di coloro che gli sono fedeli! Sta’ attento, Blackfield, perché potremmo anche ammutinare!”

Blackfield tuttavia sbuffò. “Ammutinare, andiamo. Non potete farlo, sapete che non potete”

“Ci hai lasciato da soli” osservò Josephine. “Tu mi hai lasciata in balìa di Ursus, che stava palpando mia sorella. E lei rideva, mentre io pensavo a te, che sei sparito, come se non mi volessi attorno. Perché lo hai fatto? Forse che non mi ami più?”

“Amare?”

Blackfield ripeté più volte quel verbo. Cos’era per lui amarre? Con Josephine tutte le notti si concedeva alla passione e alla lussuria, ma amarla…?

Forse si era fatta delle aspettative troppo alte.

“Sentite, voi due” disse Steven, alzandosi e osservando i suoi due migliori amici per la prima volta da quando erano entrati in quella cabina. Poteva vedere i loro occhi delusi e sconfortati, e lui ne era la causa principale. Probabilmente Thomas si era risentito perché lui gli aveva tolto del tempo necessario ad osservare una tomba del cimitero, che lui non conosceva o non ricordava esserci. In effetti gli aveva raccontato di aver avuto un lutto, ma non riusciva a ricordare chi fosse. Quanto alla ragazza, l’errore era stato lasciarla dentro la locanda, in compagnia di un uomo che allungava le mani ma che gli serviva per tenere a bada Ticat, porto importantissimo per ciò che voleva fare.

“La realtà cambia, in tanti modi diversi” esordì lui, andando a tentoni e cercando di essere chiaro. “Vent’anni fa ero in un modo, e nessuno può pretendere che oggi sia quel ragazzino. Allo stesso modo, posso applicare questo ragionamento giorno per giorno. Ieri non ero ciò che sono oggi, e domani sarò ancora diverso, perché ognuno di noi cresce, muta, si arricchisce e si edifica. Quando sei mesi fa sono stato investito dagli dei del ruolo di pacificatore, non ero molto convinto della loro scelta. Tuttavia, adesso la testa del Re Ammiraglio giace dietro di me, come potete vedere, dunque i miei ideali, la fiamma che muove questo vascello, sono corretti e devono compiersi. E non si compiranno finché non eliminerò il Cacciatore e Re Taddeus che ne muove i fili. Inoltre, sono arrivati al mio cospetto Lin, Chang e Hiroshi, tre persone provenienti dall’Impero, la grande e onnipotente nazione al di là del mare. Costoro sono ambasciatori del Nonmondo, un territorio che nessuno ha mai visto né sentito in queste sponde, di cui si sussurra possa contenere il modo per ottenere la vita eterna. E lo hanno rivelato a me, che già avevo ricevuto crismi che neanche nei miei sogni più folli. Ditemi voi, adesso, se non è tutto un disegno del Dio Arcobaleno, padre e madre degli dei, che si serve dei suoi figli per guidarmi e sostenermi in tutto quello che faccio, in ogni suo aspetto?”

Nel frattempo che parlava, Steven divenne via via più convinto e concluse con una domanda che sapeva non avere risposta. Non da loro due, comunque, che ciechi si aspettavano cose totalmente differenti da uno che invece non poteva essere come loro.

Tuttavia, con sua sorpresa, Thomas esordì “Se è davvero come dici tu, io…”

E si interruppe, perché la porta dietro di lui si aprì lasciando vedere Jack, uno dei pirati più fedeli, uno che non si poneva domande e veniva sempre soddisfatto con il rum e il sesso.

“Non si bussa?” sbraitò Thomas.

“Scusatemi, signor Snejder, ma ho un messaggio per il capitano” si scusò Jack, così Steven gli fece cenno di farsi avanti.

“Puoi dire quello che vuoi, sei in presenza delle mie braccia” disse Steven, enfatizzando l’ultima parola. Quell’affermazione spiazzò sia il vice capitano che Josephine, che si sentirono adesso in debito con lui. Li considerava sue braccia, le braccia del prescelto. Come potevano avercela con lui?

“Oh, d’accordo” commentò Jack, non riuscendo a non provare un moto d’invidia verso i suoi superiori; soprattutto verso Josephine, che considerava una sgualdrina, alla sua sinistra. Era sufficiente andare a letto col capitano per diventare così importante? E la gente che aveva dato la sua spada per lui?

In ogni caso, rivelò il messaggio “Non trovo più Maggie. Non si è imbarcata con noi tornando da Ticat”

“Oh be’” scrollò le spalle Steven. “Ti avevo anche detto di farci attenzione, poiché avevi fatto imbarcare un clandestino. E la mia misericordia l’aveva promossa a mozzo della nave sotto la tua responsabilità, poiché non nego a nessuno e a nessuna uno svago sessuale. Adesso mi vieni a dire che l’hai persa. Pazienza, troverai un altro svago sessuale. Voglio dire, siamo ottanta persone qui”

“Ma…” cominciò Jack, ma Steven lo fermò con una mano. “È tutto.”

Jack se ne andò sbattendo la porta, urlando.

Blackfield mal sopportava quel rumore secco e forte, ma poi sospirò, desiderando chiudere quell’incomprensione. “Sentite, voi siete le mie braccia. So bene che senza la mia ciurma non posso andare avanti, perché da solo sembrerei un pazzo, e forse lo sarei davvero. Vedete? Voi siete i doni degli dei, doni che loro elargiscono ai loro prescelti, facendovi messaggeri e   portatori di pace e giustizia”

Si alzò e abbracciò sia Thomas che Josephine, e quella sera, il letto del capitano avrebbe avuto un inquilino in più.

La navigazione proseguì serena per il resto delle ore, e Blackfield venne informato dello strano messaggio inciso sulla tomba trovata al cimitero di Ticat.

“Un LA che poi cambiava in EMI” ripeté l’uomo, guardando l’immensità del mare, che grigio era diventato succube della cupezza del cielo. Probabilmente di lì a poco avrebbe piovuto.  “Sappiate anzitutto questo… è fatto da… i quattro Santi… non è più un segreto

Quelle frasi messe a casaccio sembravano non avere senso.

“Allora, riflettiamo” disse Lin, prendendo il suo libretto, quello che era il motivo per il quale tre fratelli erano partiti da così lontano per cercare qualcosa che poteva anche non esistere. “Io proporrei di partire dalla frase riguardante i Santi, poiché esiste un capitolo riguardante loro anche nel nostro libro”

“Un uomo che ha scritto un libro su una leggenda…” commentò in tono sognante Steven. “Sarebbe bello se si scrivesse un libro su di me”

“Sei ancora lì che ti divinizzi, eh?” lo rimbeccò Thomas. Sembrava molto più allegro dopo la notte precedente.

“Oh sì, sono il Dio degli Dei” rise Blackfield. “Allora? Musi gialli, che volete dire?” incalzò rivolto ai tre che esitavano.”Musi gialli! Musi gialli!” ripeté il pappagallo Clipper, spietato.

“Stiamo prendendo la pagina” rispose Lin, fingendo di non aver sentito. “Ecco. I Quattro Santi! Sono i numi tutelari del Nonmondo, eterei spiriti di saggezza che con le loro prove danno ai meritevoli ciò che spetta loro

“Sembra proprio una leggenda” disse Blackfield. Sentì alcune gocce cadergli addosso. Stringendosi su se stesso, tornò dentro il vascello. “E allora, le altre frasi?”

“Il fatto che il defunto si riferisse alla fine del segreto credo che dipenda dal fatto che abbia parlato con qualcuno, forse gli abitanti dell’isola di Rumala, o quantomeno diverse generazioni prima” disse Lin. “Insomma, non siamo più vicini di prima nel trovare l’ubicazione del Nonmondo”

“Del Nonmondo forse no” disse il capitano “ma verso Inoquit, di sicuro. E sarà allora che io mi consacrerò come Dio, sacrificando un animale al Dio Arcobaleno”

La Black Sheep avanzava. Il maltempo non durò molto ma il mare restò gonfio fino alla fine del viaggio, che si concluse con la vedetta che gridava di aver visto la terra.

Inoquit si presentò agli occhi dei pirati come al solito bella e fiera, i due lati del fiordo scolpiti duramente all’inizio dei tempi in modo da raffigurare due colonne, sormontate da un architrave con la chiave di volta a forma di Drago.

Alla loro sinistra, il Faro Maledetto. Blackfield ne conosceva bene la storia, la raccontavano tutti i lupi di mare: alla vigilia di Capodanno, il guardiano del faro si era innamorato di una ragazza del paese, che però avrebbe dovuto partire il giorno dopo verso l’oceano. Tuttavia entrambi riuscirono ad innamorarsi vicendevolmente dopo poche ore, e lei gli aveva promesso che non sarebbe partita. Tuttavia, il giorno dopo, la donna partì comunque con la nave e il guardiano del faro, col cuore spezzato, si gettò giù dalla scogliera maledicendo la sua stessa vita.

Ad ogni movimento di beccheggio della nave, Steven Blackfield si sentì un po’ malinconico nel ripensare a quella vecchia storia. Si augurò di non capitargli mai una cosa del genere. Non sarebbe stato giusto nei confronti di Josephine, per la quale era egli stesso luce nella tempesta.

Anche se lui non la amava.

2 pensieri su “Il sale e il sangue/29

  1. Blackfield ha un modo tutto suo di tenere insieme la sua ciurma: col suo carisma finge di creare ciò che il Cacciatore sta riuscendo a costruire con l’onestà. Ovviamente non mi aspettavo nulla di diverso dal personaggio più negativo tra i due, ma questa cosa di divinizzarsi sta iniziando a portarlo troppo in alto… quindi immagino che se comincerà a perdere colpi le cose si faranno gran brutte per il suo equipaggio!

    Non pensare che non abbia notato l’ennesima citazione ai Sonata, alla fine del capitolo!

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