Il sale e il sangue/32

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“Vedo che abbiamo fatto le cose in grande, eh? La bandiera issata, il comitato di benvenuto… ottimo, ottimo”

Con quelle parole, Steven Blackfield salutò Chang, Alexa e Lucy, che erano venuti a vedere la maestosità della Black Sheep e della gente che la abitava. Nel frattempo che parlava, si stiracchiava a causa dei muscoli rattrappiti. Non gli passò neanche per la mente il chiedere loro perché si trovassero lì e non nella capitale.

“Veniamo da Ticat” disse Blackfield, rivolto ad Alexa, mentre gli altri marinai caricavano e scaricavano casse e  casse di merce. “Adesso mi serve convocare lo stato maggiore per annunciare una novità che ci porrà al di sopra di tutti i cacciatori”

Chang notò che Alexa e Lucy divennero emozionatissime per quell’annuncio, non riuscendo ancora a credere di vedere quell’uomo in carne ed ossa davanti a loro. Infine, al suo cenno, la sua cerchia si mise a seguirlo con piena devozione, diretta probabilmente al Tempio. Lui, invece, cercò con lo sguardo Lin e Hiroshi, i quali erano intenti a dare disposizioni sul modo migliore per vendere e mantenere fresco il riso alla gente del luogo.

“Per fortuna siete partiti con Blackfield” salutò i due fratelli nella sua lingua natìa. “Ho scoperto qualcosa di sensazionale riguardo il Nonmondo!”

“Anche noi” disse Lin, dopo aver abbracciato il fratello. Successivamente, si lanciò in un veloce resoconto di quanto accaduto al cimitero di Ticat.

“Pazzesco. Tuttavia, mi meraviglio di voi due. TEMI non è forse una doppia sillaba che conclude una parola? E quali sono le parole che si chiudono in TEMI?”

Lin e Hiroshi ci rifletterono su. “Chiudetemi… suonatemi… mangiatemi… bevetemi… spingetemi… nessuna di queste hanno molto senso” concluse Hiroshi.

“Certo, perché sono fuori contesto! E se vi dicessi che TEMI è il finale del verbo AIUTATEMI?”

I due fratelli rimasero a bocca aperta. “Lo sapevo che eri il più intelligente del gruppo” lo adulò Lin. “Ma allora il resto delle frasi? E la sillaba LA che copre il TEMI alla fine?”

Chang dovette rifletterci su. “Sentite” disse. “Ho trovato questa pietra pomice, la quale ci dice non solo che il Nonmondo è buio per chi è cieco, ma che non è altro che un’isola dentro un’altra isola! Ma allora…”

“Un momento” lo interruppe Hiroshi. “Come mai le parole cambiano? Che sia una strana magia o c’è un motivo preciso per cui le parole cambiano? Prova a guardare la pietra pomice”

Chang estrasse la tavoletta ed effettivamente le due frasi lì incise cambiavano in continuazione.

“Che cosa significa?”

Né Lin né Hiroshi seppero dare risposta.

Nel frattempo, Steven Blackfield stava per arrivare alla piazza del Tempio, che era molto ampia e sorvegliata da alcuni gendarmi. Il pirata non era sicuro di chi fosse dalla sua parte e chi no, perché anche se la città era la sua seconda base più potente, non tutti erano piegati al suo volere; dunque decise di mandare avanti i suoi assistenti e distrarli, in quel modo lui avrebbe bussato al portone dell’edificio senza difficoltà.

Mentre camminava, il pirata si disse soddisfatto della giornata praticamente perfetta che lo aveva accolto, mentre la fresca brezza che stava agitando il mare gli lambiva le vesti.

Pensando a cosa fare e cosa dire durante la cerimonia, era con un certo nervosismo che accolse una mano che finì per bussargli alla spalla.

“Che succede? Chi è?” chiese frettolosamente.

“Capitano! Sono Alfred!” disse lui, tenendosi incappucciato. “I gendarmi sono andati a catturare gli altri, la piazza è vuota” gli fece notare il pirata.

“Lo so” rispose il suo sottoposto “ma ho una notizia da doverti dare… sta sbarcando una goletta, proprio qui a Inoquit!”

Blackfield, innervosito, pensò per un attimo di poter dare ordini anche in quel luogo e disse “Che stia in rada, non abbiamo tempo per gioc…” poi si raggelò.

“Un momento! Il Cacciatore si è imbarcato su una goletta! È lui!”

Dentro di sé, sentì il cuore accelerare. Doveva assolutamente incontrarlo e conoscerlo, sapere che faccia avesse, schiaffare davanti a lui il fatto che conoscesse il suo nome.

Si mise a correre, tornando indietro e spingendo persone su persone, diretto di nuovo al porto, per vedere, per capire, annusando l’aria di vendetta, lo scontro finale e decisivo. Come un lupo, corse diretto alla preda.

“Steven Blackfield?”

Una voce lo bloccò, facendolo inciampare sopra una carretta piena di frutta e verdura.

Mentre tornava in piedi, cercando di non ascoltare gli insulti del fruttivendolo e le risa di tutti gli altri paesani, si guardò attorno per capire chi lo avesse chiamato, poi allungò un sacchetto di denaro, l’unico che aveva, allo sventurato venditore e proseguì la sua marcia, adottando un passo più prudente.

Chi lo aveva chiamato? Era certo di aver già sentito quella voce, ma non ricordava dove l’avesse sentita.

Entrò in una taverna vicino al porto e ordinò del rum.

“Sei tu Steven Blackfield? Che brutta vita dev’essere, quella del malvivente. Lo sai cosa vuol dire questa parola? Colui che vive male. E vive male perché ha sempre paura che tutto quello che ha gli possa venire tolto, e neanche può andare a denunciarlo ai gendarmi…”

La voce concluse il suo monologo ridacchiando. Steven si voltò verso l’uomo alla sua sinistra, che era coperto da capo a piedi da un mantello grigio, bucato appena sotto il cappuccio.

“Chi sei? Come osi rivolgerti a me in questo modo?” ringhiò adirato il pirata, mandando giù il bicchiere offertogli dal barista.

“Oh, sai molto bene chi sono… hai cercato di scappare da me, non è così?”chiese cupo l’uomo.

Fu in quel momento che Steven capì chi fosse l’uomo alla sua sinistra. In realtà, lo aveva capito sin dall’inizio, da quando era stato chiamato in mezzo alla strada. Sia il nodo allo stomaco che una leggera nausea glielo confermarono. Si alzò, in modo da creare distanza fra i due corpi.

“Per gli Dei… non puoi essere… non lo sei…”

“Io sono il Cacciatore” rivelò l’uomo, abbassandosi il cappuccio e scoprendo quell’odiata faccia. Aveva i capelli neri lunghi raccolti in una coda di cavallo, gli spiritati occhi castano scuro che lo stavano perforando come neanche mille pallottole, la barba incolta e due profonde occhiaie.

Sembrava più vecchio rispetto a quando lo aveva visto sbraitare in piazza.

“M… molto piacere di conoscerti, Cacciatore, o chiunque tu sia” sibilò Blackfield. Ordinò un altro bicchiere e gli fu recapitato immediatamente, e altrettanto immediatamente lo bevve tutto d’un fiato.

“Neanche io so per certo che tu sia colui che cerco” disse il Cacciatore. “Tuttavia, il tuo atteggiamento comunica disagio, nervosismo, tensione ansiosa e un’insensata voglia di negare tutto quello che dico” sussurrò, mandando giù un sorso di liquore.

Blackfield ridacchiò nervoso. “E va bene, saputello” disse. “Nessuno di noi due ha la certezza che l’altro sia chi sia. E se tu fossi uno che ha rubato l’identità al vero Cacciatore e ora si voglia atteggiare? Oppure che il Cacciatore abbia dato compito a un suo sottoposto di interpretare la sua parte?”

Eric scrollò le spalle e finì di bere il suo liquore. “Pensala come vuoi. Io al momento non posso farti niente, perché neanche io sono sicuro che tu sia proprio Steven Blackfield. Magari sei solamente un suo fedelissimo, acconciato come il suo idolo, e tu abbia paura di me. Logico, se vogliamo, e se dovessi chiederti qualcosa che solo colui che cerco conosce tu risponderesti che non sai, in modo da coprirti. O scoprirti, nel caso fossi un sosia. Ciò che voglio dire è che ti seguirò come un’ombra, fintantoché siamo qui”

Blackfield avrebbe potuto prendere una pistola e fare fuori quel gradasso crivellandolo di colpi, ma si disse che sarebbe stato troppo facile. Se, come stava dicendo, lo avesse seguito ovunque, avrebbe capito subito che stava andando a ricevere il prezioso titolo di Messaggero degli Dei. L’idea di vedere il suo rivale ammirato e invidioso lo stuzzicava.

“Va bene, a me non cambia nulla” commentò Blackfield. “Io ho un… impegno, adesso, che mi tratterrà al Tempio. Se vuoi seguirmi, vieni pure. Se sei credente, entra, sei invitato”

Detto quello, uscì senza pagare.

Il Cacciatore pagò dunque per entrambi e, dopo qualche minuto, si alzò anche lui.

Era arrivato anche lui a Inoquit, una città che si diceva essere il covo del pirata, o comunque era quello che aveva detto l’uomo che aveva catturato a Suprim. Tuttavia, considerato il contesto e l’atteggiamento avuto dal suo rivale, poteva supporre che la città non fosse completamente assoggettata o fedele a lui, ma fosse una città libera, per quanto i pirati la infestassero.

Aveva anche notato la presenza di una grotta, a sud dell’isola, che a detta degli autoctoni era dedicata al Dio Grigio. Tuttavia, i pirati non la utilizzavano come luogo di sicurezza per la Black Sheep, che invece era ormeggiata come tutte le altre navi.

Eric l’aveva osservata appena arrivato: era bella, grande, forte, nera come la morte e l’aria da imbarcazione vissuta, metteva soggezione al solo sguardo. Una degna base per un uomo che non stava vivendo un bel periodo, a quanto vedeva, ma che era ormai una leggenda vivente.

Lui e i suoi si erano divisi, in modo da trovare più velocemente i segreti della città, ma non pensava che sarebbe stato lui a trovarlo. E avrebbe potuto ucciderlo in quella taverna, davanti a tutti, ma era curioso di conoscere quell’impegno che aveva al Tempio.

A ripensarci, nessuno dei due aveva pensato di uccidere l’altro, quando quella era un’occasione perfetta. Chissà come mai, Eric lo trovò buffo e gli venne da ridere. Un passante lo guardò stranito.

Infine, era giunto al Tempio. Era molto bello, ogni colonna era dipinta di un colore diverso. Tutuk Naga era un paese molto devoto, aveva Dei propri e persino una mitologia, anche se molti aspetti erano identici a ciò che si credeva nelle signorie al di là delle montagne. Be’, si disse, in fondo Alexander il Conquistatore faceva parte dell’antico regno chiamato Saxamoth.

Aveva perso di vista Blackfield, probabilmente era già entrato. Avrebbe voluto chiamare tutto il suo equipaggio in modo da circondare la zona, ma non era possibile. Nessuno aveva inventato un modo per parlare in modo da farsi sentire a lunga distanza, era l’unico difetto in un mondo che gli piaceva.

Sì, si disse, gli piaceva, nonostante le brutture, i soprusi, le corruzioni e gli spargimenti di sangue innocente.

Nonostante ciò che era successo con Jane…

Eric tirò su col naso, poi vide tre persone dalla pelle giallastra dall’aria eccitata. Uno di loro era quell’uomo che aveva visto a Tukha.

“È così facile trovare il Nonmondo!” gli parve di sentir dire.

Eric decise dunque di andare a cercare il suo equipaggio: stava per accadere qualcosa di grosso.

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