Il sale e il sangue/40

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“Eric Van Jeger!” esclamò stupefatta la Temperanza. Sembrava irritata per qualche motivo. “Stiamo celebrando un momento sacro, non è il momento per le tue proteste di poco conto!”

“Invece conviene ascoltarmi attentamente” disse il Cacciatore, facendosi avanti e affrontando sia Blackfield che il Quarto Santo faccia a faccia. “Ho motivo di credere che questo pirata abbia superato le tre prove precedenti con l’inganno e abbia intenzione di superare anche quest’ultima allo stesso modo”

La Temperanza squadrò con sospetto il suo nuovo interlocutore. Non aveva ancora capito se mentisse oppure no, così decise di osservarlo con gli occhi della mente. Eric, dal canto suo, si sentì fortemente nudo e imbarazzato.

“Devi essere molto sicuro di te” considerò algida la Temperanza. “Steven Blackfield sa che per uscire dal Nonmondo con l’immortalità deve superare la mia ultima prova, e accettandone le regole ha pescato quest’ultima carta, quella dei rapporti carnali. La carta in questione comunica che il soggetto ha problemi irrisolti con alcune sue amanti. Non ha mai voluto conoscere suo figlio Salomon, ad esempio…”

Josephine sgranò gli occhi. Steven? Un figlio?

“O il secondo figlio, chiamato Steven junior dalla madre molto devota…”

Josephine si inginocchiò a terra. Non le sembrò più di avere un cuore e le mancò l’aria.

“Quanto alla terza figlia, Anne, non l’ha mai neanche vista e avrebbe potuto incrociarla ovunque nel suo cammino…”

Jospehine si mise le mani nei capelli, volendo procacciare un urlo che non riusciva ad arrivare. Ma la Temperanza non aveva ancora finito.

“Vedo problemi irrisolti anche con Edward, il quale è nato proprio il giorno della Battaglia dell’Aurora”

Josephine realizzò che la sua vita era totalmente inutile. La Temperanza, però, non aveva ancora concluso.

“E poi, ovviamente, c’è Jacqueline, nata un mese dopo. Tutto questo lo sai, vero, Steven Blackfield?”

Il pirata guardò la sua compagna. Era a terra, inerte, sembrava paralizzata. Non poteva biasimarla.

Cinque figli… aveva cinque figli in quel mondo, figli che non voleva né doveva riconoscere, perché la vita da pirata era anche quella. La Temperanza glieli aveva snocciolati uno dopo l’altro, colpendo a morte la povera Josephine, in quel momento consolata da Snejder. Da che pulpito poi, si disse. Anche Thomas ne doveva avere almeno una mezza dozzina, e gli era andata bene che non aveva mai preso la sifilide. Non ancora, comunque. Di contro, anche Thomas pensava la stessa cosa nei suoi confronti, ma Steven lo ignorava.

Il Santo chiese “Ebbene? Come risolverai questo dilemma? L’immortalità è il sogno degli infelici. Sei per caso infelice, Blackfield?”

“Secondo me costui non deve ricevere l’immortalità” disse Eric. “è solo un pirata sanguinario e senza alcuna pietà, né per i nemici ma neanche per coloro che gli stanno accanto. Ho trovato in Josephine e Thomas Snejder molta più umanità, umanità che costui non merita”

La Temperanza rispose “La porta dietro di me conduce alla città di Inoquit, durante il pomeriggio che avete lasciato. Potete lasciare il Nonmondo senza prendere ciò che avete desiderato, o lasciando una parte di voi. Tuttavia, se io riterrò indegno Steven Blackfield, sarà maledetto per sempre e sbatterà la testa su neri muri”

Steven tremò. Eric, invece, stava gongolando. Non vedeva via d’uscita, non gli sarebbe  stato di nessun aiuto la sua dialettica, meno che mai uccidere la Temperanza, se per caso fosse stato possibile.

Guardò un’ultima volta lo sguardo algido del quarto Santo, poi disse “Che cosa devo fare per raggiungere l’immortalità?”

“Mi pare di essere stata chiara” rispose la Temperanza. “Devi superare le passioni carnali, i tuoi desideri, ciò che ti offusca la vista per vedere meglio. Cos’è che hai visto allo Specchio, nell’altra stanza?”

Steven non dovette pensarci molto, ma non rispose comunque. Sarebbe stato troppo doloroso, per i suoi compagni, venirlo a sapere.

“Credo che Voi sappiate cosa ho visto” sussurrò appena, distogliendo lo sguardo da lei.

La donna sospirò e stava per parlare, ma Eric spinse ancora un altro po’. “Alla luce di questi avvenimenti, possiamo ancora considerare Steven Blackfield degno di onore? Non è forse un codardo, un bugiardo e un traditore?”

Fu allora che accadde. Steven strinse i pugni ed estrasse la pistola, del tutto dimentico che fosse scarica.

“Adesso stammi bene a sentire, Cacciatore” sibilò, sputando parole fuori dai denti stretti in un ghigno. “Non paragonarmi a quella feccia che siede sul Trono, mai più, o la tua morte sarà lenta e raccontata come fra le più turpi della storia”

“Sei espulso dal Nonmondo, Steven Blackfield!” annunciò la Temperanza, alzandosi in piedi. “Nessuno davanti a me ha mai minacciato un altro puntandogli una pistola addosso. È evidente che non meriti il premio finale e la maledizione eterna è ciò che più ti si addice!”

Steven, per tutta risposta, sputò per terra davanti a lei e fuggì correndo verso la porta alle spalle del Santo. Eric corse verso di lui, in modo da poterlo catturare, e via via fu seguito da tutto il resto della compagnia.

Il viaggio nel Nonmondo era terminato, in maniera burrascosa, sotto un’atmosfera angosciante e carica di tensione. Mary e Frank si guardarono mentre correvano, trovando l’uno nell’altro lo stesso sguardo turbato. A cosa era servito, infatti, entrare nel Nonmondo? Che cosa avevano scoperto? In che modo era stato utile, eccetto forse per la salvezza dei due fratellini, Sigfrido e Desdemona?

Gli ultimi a uscire furono Chang, Lin e Hiroshi.

“Dopo averne parlato così tanto, adesso ne stiamo uscendo” disse la ragazza.

“Io voglio rimanere” buttò lì tutto ad un tratto Chang. Il resto del gruppo si stava allontanando, chiuso da Patrick che invece sentì quella frase. Represse un fremito, lui non sarebbe mai rimasto nemmeno per tutto l’oro del mondo.

“Come sarebbe?” chiese Hiroshi. Lin stava per piangere.

“Sono innamorato del Nonmondo e voglio mettermi a servizio dei Quattro Santi” dichiarò solennemente Chang. “Non c’è niente per me nel mondo al di sopra, mentre qui… è come se ci fosse la pace, non so se mi spiego”

“No, assolutamente! Noi abbiamo bisogno di te!” esclamò Lin calpestando i piedi. “Se resti, resterò anch’io!”

“Ed io sono forse il più fesso?” interloquì Hiroshi. “Abbiamo voluto dare il Nonmondo a Steven Blackfield, ma lui lo ha rifiutato. Lo prenderemo noi, ne saremo custodi e vivremo in pace”

“Se non ve la sentite non importa” li avvisò Chang. “Non dovete rinunciare al mondo, alla sua bellezza e alle avventure sul mare, solo per seguirmi”

“Se consideri il mondo bello, perché lo rifiuti, allora?” chiese Lin. “Non permetterci di separarci… in fondo, siamo fratelli o no?”

“Penso che nel Nonmondo sarei più felice. Tutto qui. Voi comportatevi come ritenete giusto” scrollò le spalle Chang. Detto quello, non riuscì a salutare gli altri due e voltò loro le spalle, diretto alla sala della Temperanza.

Hiroshi e Lin si scambiarono un’occhiata e, infine, seguirono il fratello. Nessuno li avrebbe più rivisti in superficie.

Nel frattempo, Steven Blackfield correva per il lungo corridoio, che non saliva, rimanendo orizzontale. Era fiocamente illuminato, forse dal residuo di aura splendente della Temperanza. Mentre correva, il pirata interrogò il suo corpo: a parte la fatica, non si sentiva cambiato, né maledetto in qualche modo.

Di sicuro, l’esperienza nel Nonmondo lo aveva cambiato profondamente e lo aveva fatto allontanare dai suoi due migliori amici, che adesso avevano smesso di fidarsi di lui. Tuttavia, la vita nella Black Sheep richiedeva un contatto stretto e profondo, e la collaborazione di tutti.

Proprio quando si sentì stanco e le gambe smisero di rispondergli, arrivò la fine del tunnel. Gli ultimi raggi del sole morente di quel pomeriggio di maggio gli investirono gli occhi.

Non si trovava dentro la caverna dedicata al Dio Grigio, ma era appena uscito da una porta che dava, sospesa, in mezzo alla strada di Inoquit, che lentamente si stava svuotando per la sera. Sullo sfondo, la sua nave.

Pur stanco, doveva assolutamente mettere in pratica l’idea che aveva avuto, così prese dalla tasca un pezzetto di vetro e riflesse i raggi, gli ultimi raggi che gli stavano salvando la vita. Per fortuna era ancora il tramonto. Con un abile gioco di polso, usufruì del linguaggio che lui stesso aveva creato, in modo da farsi segnalare da chi lo conosceva e avrebbe potuto rispondere.

Dopo qualche secondo, gli fu risposto. Alla Black Sheep lessero solamente una serie di abbagli, brevi e lunghi, che tutti assieme formavano una frase. Anche loro conoscevano quel codice e risposero in modo che Steven potesse prodursi in un sorriso. In quel momento arrivò il Cacciatore, che ebbe visto solo una parte di ciò di quel strano messaggio.

“Fermo, Steven” ordinò perentorio. Poco a poco, uscirono fuori tutti gli altri e la porta si richiuse, lasciando che la via in cui erano finiti tornasse allo stato originale.

Blackfield si voltò lentamente verso il Cacciatore. Dietro di lui, c’era tutto il resto della compagnia, anche se non riusciva a scorgere i ragazzi dell’Impero. Forse erano rimasti nel Nonmondo, visto che lo avevano cercato con tanto impegno.

“Snejder! Josephine! Torniamo alla Black Sheep, è un ordine!”

I due interpellati esitarono una frazione di secondo, che dal loro punto di vista fu eterna.

“Dobbiamo andare anche noi alla White Justice” ordinò Eric ai suoi. La corsa era ricominciata.

Eric guardò Mary, che ancora teneva insieme i due fratellini. Non capiva come avrebbero potuto essergli utili, ma prima occorreva catturare quel mostro. Aveva convinto Snejder a passare dalla sua parte, ma forse non poteva arrivare a vendere il suo capitano, per quanto gli avesse fatto del male durante quel viaggio.

Mentre salivano su una carrozza senza pensare di pagarla, Eric pensò anche a Frank Copperfield, Nick e Patrick. Ognuno di loro era rimasto sconvolto da ciò che avevano visto nel Nonmondo. Adesso si era aggiunto anche lo strano metodo di comunicazione che aveva Blackfield con la sua nave e Patrick se ne stava lamentando.

Fu allora che accadde. Mentre il Cacciatore pensava al suo equipaggio e a come uscire vivi da quella situazione, la carrozza su cui si erano seduti sterzò bruscamente e li portò a disarcionarsi, cadendo miseramente a terra.

“Non raggiungerete mai Steven Blackfield!” esclamò il vettorino, tirando fuori due pistole, mentre aspettava che si rialzassero. Non stava andando affatto veloce e il movimento non era stato brusco, aveva solo mosso in modo che cadessero tutti. “Ci ha dato ordine di bloccarvi in tutti i modi possibile!”

“Ti trovi cinque contro uno” osservò Eric, guardandosi attorno e sincerandosi che Mary e i ragazzini non avessero riportato gravi danni. Per un attimo, ricordò con un bagliore della mente che la prima persona che decise di vedere come stesse era proprio Mary. “Cosa speri di fare esattamente?”

Il vettorino, ghignando, mostrò un dente d’oro. “Questo lascialo decidere a me. Vi ho portato in un vicolo stretto e sono anche a cavallo.”

Era vero. Eric non si era reso conto che non stavano andando verso il porticciolo. Non gli rimase altro che estrarre la spada, scatenando le risa del pirata, che non esitò a sparare.

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