Il sale e il sangue/43

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Steven Blackfield aprì gli occhi. Il mare era stato da mosso a molto mosso, ma non aveva piovuto. Non era sicuro di aver dormito, infatti gli girava la testa.

Sul suo letto, nella solitudine della sua stanza, che in tempi più felici era stata piena di risatine e vestiti sparsi per terra, pensava alla feroce discussione che aveva avuto con Snejder e Josephine.

Non avevano fatto altro da quando erano saliti sulla Black Sheep: evitando qualsiasi tipo di domanda o di discussione, si erano chiusi nel suo studio ed erano volate parole pesanti, pianti, urla, schiaffi e anche un colpo di pistola, che per fortuna non aveva preso nessuno ma aveva distrutto il teschio del Re Ammiraglio, che ormai giaceva a terra in mille pezzi. Alla fine, Steven riuscì a trovare un accordo, ma venne informato della fuga di Jack, il quale era tornato a Ticat per prendere Maggie, la ragazza di cui si era infatuato. Volarono altre urla e altre discussioni che terminarono con il commiato di Snejder e Josephine, i quali annunciarono, una volta sopraggiunta l’alba, di rubare una scialuppa, delle provviste e creare la loro ciurma di pirati, per combatterlo ed umiliarlo. Dal canto suo, si era ritirato nelle sue stanze fino a quel momento.

Inoltre, non pensava che il Cacciatore fosse morto, nonostante avesse dato ordine di attaccare la goletta con tutte e quattro le navi mercenarie. Ciò nonostante, una parte di lui stava cercando di convincersi che fosse realmente defunto, perché una goletta contro quattro navi da guerra non era mai sopravvissuta. Perlomeno, in tutti i casi, lo avevano seminato e non avrebbe mai scoperto il suo covo. Non era possibile con i mezzi che aveva.

Infine, il Cacciatore si alzò, sfregandosi la faccia a pieni palmi e sospirando. Non poteva stare tutto il giorno a letto, c’era ancora gente che aveva bisogno di lui, e aveva bisogno di mangiare. Suonò una campanella che trovò dopo vari tentoni. Perché non riusciva ad aprire gli occhi?

“Avete chiamato?” chiese Olaf, ormai entrato sul vascello perché a Tutuk Naga chissà cosa stava succedendo. Si girò verso di lui. Era sempre alto. Subito dopo, si chiese perché avesse fatto quella considerazione.

“Portami la colazione, per favore” disse, volendo riattivare il suo cervello.

Olaf sparì senza dire niente. Gli venne in mente che lui e quei due avevano fatto un bel po’ di baccano, poi Josephine aveva tirato fuori la pistola e aveva cercato di farlo fuori, distruggendo solamente il teschio di Sebastian Ravenwood, che adesso giaceva in mille pezzi nel suo studio… ma forse questo lo aveva già ricordato. Non sapeva se le urla erano state sentite, ma di sicuro il colpo di pistola sì. E che cosa avrebbero pensato sulla nave? Non vedendo più Snejder e la ragazza, avrebbe dovuto ricollocare due alti ufficiali?

Thomas era il suo vice. Sperò che portasse via anche quello stupido pappagallo. Josephine, invece, aveva una buona conoscenza della nave e dell’architettura di questa, oltre ad avere una buona mira e…

Gli venne servita la colazione. Si trattava di Omar, un uomo dalla pelle nera che neanche ricordava in quali circostanze avesse assunto. Il caffè e le gallette aspettavano solo di essere mangiate.

“Omar, lo sai che non mi piacciono le gallette. Chiamami Olaf e Alexa, per favore”

I due interpellati arrivarono immantinente. Dopo aver preso il caffè, Steven si sentì un po’ meglio. Si chiese se il caffè sulla nave bastasse per un mese.

Li guardò entrambi: l’uno era alto, barbuto, robusto, con una spiccata passione per le asce. Era un abile carpentiere e spaccava la legna come pochi. L’altra invece era una spia, girava col cappuccio anche in pieno maggio e gli occhi grandi e castano chiaro nascondevano un animo ribelle.

“È inutile che io lo tenga nascosto a voi” disse senza troppi preamboli. Era la prima volta che riceveva qualcuno nelle sue stanze e non nel suo studio. Fece un breve resoconto di quanto successo nel Nonmondo.

“È per questo che Josephine e Snejder hanno preso una scialuppa, stamattina? E Chang dov’è?” chiese Olaf.

“Eri di turno, eh?” chiese Steven.

“Qualcuno deve pur fare la vedetta” spiegò l’altro. “Ma non hai risposto. Dov’è Chang?”

Steven deglutì. “Visti i recenti avvenimenti, devo prendere alcune delicate decisioni. Tu, Olaf, sarai il mio vice capitano. Tu, Alexa, sarai il primo ufficiale”

I due non risposero. Non se lo aspettavano, ma era un passaggio di grado considerevole.

“Quanto a Chang” disse Steven “è rimasto nel Nonmondo, assieme a Lin e Hiroshi. Non ha detto niente a nessuno e non ha voluto salutare nessuno. Se n’è andato, e non sono padrone della sua vita. Non più, comunque. In ogni caso, nel Nonmondo non ho trovato quello che speravo, e ora come ora mi dolgo profondamente di averlo cercato ed esservi entrato”

“Nave! Nave in vista!”

L’urlo soffocato dei marinai sul ponte giunse anche in quella stanza.

“È già il primo vostro compito coi nuovi ruoli” disse il capitano, prendendo una sciabola. “Andiamo!”

Olaf e Alexa si scambiarono un’occhiata perplessa e preoccupata. Steven era strano, preoccupato, teso, nervoso.

“Gente!” urlò la ragazza, ma Olaf ebbe la sensazione che stesse per dire qualcos’altro, rivolto a lui. Forse voleva confidargli i suoi nuovi timori?

“Adesso io e Olaf siamo vice capitano e primo ufficiale! Seguirete i nostri ordini su come fare abbordaggio verso la  nave che si vede all’orizzonte! Pronti per fare casino, ciurma?”

Fra la folla entusiasta vi erano anche Joseph e Lucy Savage, che si guardarono inorriditi. Quell’inaspettata promozione aveva automaticamente creato una crepa invalicabile nel gruppetto di Tutuk Naga, così come lo avevano chiamato loro stessi.

“Ma allora Snejder e Josephine…” cominciò Joseph. Lucy non seppe che dire. “E Chang? Dov’è Chang?”

Lucy sentì una fitta al cuore. Guardò Alexa guidare un manipolo di pazzi furiosi salire sull’altra nave e uccidere persone, una dopo l’altra, mentre i fucili e le pistole assordavano le orecchie circostanti. Non riusciva a muoversi e un nuovo senso, mai provato, si stava annidando nella sua testa.

L’invidia.

Invidia verso Alexa. Lei, che era così brava, talentuosa, intelligente, esperta nei travestimenti…. E adesso anche primo ufficiale. Non poteva certo accettarlo così, senza dire niente.

Nascose un coltello nel suo mantello. Il cielo cominciava a farsi grigio. Lasciò che Joseph la superasse, anche lui aveva voglia di sangue, evidentemente. Alexa cantava, mentre guidava il manipolo che si era scelta, facendosi strada all’interno di quel bastimento commerciale. Come al solito, avrebbero trovato oro e qualche altra stronzata. Probabilmente, dopo aver depredato tutto, avrebbero scopato tutti allegramente.

Lucy si era legata al dito l’incidente del bosco, avvenuto fuori da Tutuk Naga, quando avevano catturato le spie del Cacciatore, che poi avevano finito i loro giorni al Tempio. Aveva deciso tutto lei, fatto tutto lei, mentre lei – Lucy – era solo quella sbadata, che dimenticava la bandana dove non doveva.

E, ancora una volta, colui che ammirava la indicava come esempio da seguire. Primo ufficiale, certo. In assenza di Josephine poteva essere solo lei. Probabilmente stanotte Alexa avrebbe scopato col Capitano, come desideravano tutte…

E lei, ancora una volta, messa da parte.

Lucy scese lentamente gli scalini che davano all’interno delle sale sottocoperta. Non fu difficile individuare Alexa, stava tenendo sotto tiro quello che sembrava un ufficiale, il quale aveva già aperto gli orifizi. Vedeva una grossa macchia scura sul cavallo dei pantaloni.

“Dico sul serio” sibilò, perfida. “Dimmi dove avete nascosto il bottino e ti lascerò vivere”

Ma l’ufficiale era terrorizzato, non faceva altro che tremare. Lucy si avvicinò un altro po’.

“Oppure” proseguì la ragazza “Proviamoci così. Mi trovi attraente?”

Lucy non capì la domanda e forse nemmeno quel ragazzo. Non aveva tempo però per capire cosa avrebbe risposto, perché aveva già estratto il coltello e forse il bagliore della lama aveva distratto un attimo gli occhi della vittima.

“Avanti, rispondimi” disse Alexa, al veleno, talmente presa dal fatto di star cucinando quel membro dell’equipaggio che non si era accorta del fulmineo movimento di occhi. “Mi trovi attraente?”

L’odiata mano stava già premendo il grilletto. Lucy si disse che in quel momento avrebbe dovuto…

Accadde tutto in un attimo, tutto davanti agli occhi terrorizzati di quel miserabile, che a terra non era riuscito nemmeno a gridare. Lucy le mise forte una mano sulla bocca e, contemporaneamente, le tagliò la gola.

Alexa, dal canto suo, ebbene appena il tempo di cadere all’indietro e vedere chi l’aveva uccisa, prima di soffocare nel suo stesso sangue.

“Congratulazioni per il tuo posto di primo ufficiale… Alexa” sibilò velenosa Lucy Savage, che, preso il fucile, colpì in pieno cranio il povero ufficiale che stava cercando di scappare a pieno fiato verso la porta opposta alla quale avrebbe dovuto andare.

Un secondo dopo, proprio quando Lucy stava tornando alla Black Sheep, si rese conto di quello che aveva fatto. Arrossì fino alla punta dei capelli e, urlando tutto quello che aveva in corpo, pianse amaramente.

Fu in uno stato catatonico che la trovarono, un paio di ore dopo, quando ormai della nave abbordata non rimaneva che lo scheletro. Piena di lacrime e sporca di sangue, con il fucile di Alexa in mano.

“Allora è stata lei” riuscì a sentire, dalla bocca di un pirata. Dovevano essersi accorti di ciò che era successo.

“Eh, sì” disse un altro pirata. “Nelle navi commerciali ci sono mai stati assassini addestrati per cogliere di sorpresa una come Alexa?”

“Lucy Savage, ad esempio”

Eccola.

La voce del Capitano.

“Hai fatto una cosa molto grave” esordì. Non sembrava arrabbiato, ma la sua voce era simile a una sferzata di tramontana in pieno gennaio. “Una cosa a cui non si può rimediare. Non uccidere un proprio compagno è l’unica regola di questa nave. Poi potete barare, stuprare, molestare, fate quello che volete come volete con chi volete. Tu, invece, probabilmente mossa da un’invidia da cui adesso mi sfugge l’origine, hai preferito prenderti gioco delle mie regole e per estensione di me, che ho preso una precisa decisione proprio per ovviare ai torti che mi sono stati fatti, che sono stati fatti nei confronti di tutti voi, dato che stiamo parlando di traditori che non sanno neanche cosa significa la parola lealtà. Alexa era perfetta per quel ruolo, tu tuttavia sei altrettanto importante per questa ciurma. Amo tutti voi come una famiglia”

Lucy, rannicchiata com’era, non riusciva a guardare il suo capitano, ma le sue parole l’avevano colpita.

“O forse” proseguì “avrei dovuto usare il passato nei tuoi confronti”

Non l’aveva mai sentito così deluso.

“Compagni!” esclamò. “Lucy Savage era una piratessa stimata da tutti noi, una leggenda vivente nel suo campo. Purtroppo, ha commesso l’unico peccato non perdonabile. Sia preparato per lei il ponte!”

Lucy, non rendendosi conto sulle prime di quello che stava dicendo il capitano, venne legata e imbavagliata. Nel frattempo, un asse di legno veniva assicurato sul parapetto di fronte a lei.

Fu allora che capì, e il suo stomaco fece una capriola. Il ponte era la punizione che Blackfield infliggeva ai pirati meritevoli della pena di morte: un asse di legno che portava al nulla, mentre il condannato doveva percorrerlo legato e imbavagliato, con l’aggiunta di alcune palle di cannone alle caviglie.

O meglio, il ponte conduceva alla Dea Nera, la quale riceveva dal Dio Azzurro le anime da giudicare.

Lucy non poteva scappare, né sentiva di averne le forze. Venne spinta e fatta salire sull’instabile asse. Le palle al piede erano pesantissime. Il mare sotto di lei si era stabilizzato con la pioggia, che aveva cominciato a battere da qualche minuto.

“E muoviti!”

Lucy non riuscì a guardare nessuno. Non meritava neanche un’ultima carezza del sole. Aveva sbagliato e doveva pagare.

Uno, due, tre passi. L’asse di legno, non reggendo il peso del corpo e dei pesanti cannoni, si spezzò.

Lucy cadde schizzando vari spruzzi argentei sulla superficie del mare e non fu più vista da occhio d’uomo da allora.

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