Il sale e il sangue/45

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Steven Blackfield non riusciva a respirare. Tutto attorno a lui era nero, scuro, opprimente e caldo. A prima vista, sembrava uno dei livelli del Nonmondo. Sudava freddo, mentre rimaneva inginocchiato a tenere alta la testa di Snejder, che sfigurato stava salutando per sempre la vita.

“Thomas! Thomas! Scusami per tutto quello che ho fatto! Non portarmi rancore!”

Sapeva che le sue erano parole vuote, perché il suo migliore amico lo stava guardando torvo, come se non fosse un proprio problema lo star morendo dissanguato.

“Che cosa dovrei dirti…” sussurrò con voce flebile. “sei un maledetto per sempre, Steven Blackfield, e affonderai con la maschera che ti sei creato”

Blackfield trattenne il respiro, non del tutto certo di aver colto il significato di quelle parole. Ma non c’era tempo di chiedergli lumi, perché Snejder morì fra le sue braccia, senza neanche avere il tempo di chiudere le palpebre.

Fu a quel punto che Steven sentì grosse lacrime cadergli dagli occhi, senza riuscire a fermarsi. Poggiò a terra il corpo ormai senza vita di colui che era stato il suo migliore amico, fratello di tante battaglie, senza più riuscire a guardarlo.

Improvvisamente, sentì le mani appiccicose. Riaprì gli occhi e le vide coperte di sangue.

“Tu hai ucciso Thomas Snejder e adesso il suo sangue è nelle tue mani…”

Steven Blackfield aprì gli occhi, spaventatissimo. Sentiva il cuscino umidiccio e il cuore che batteva all’impazzata. Fuori dalla cabina, la pioggia batteva incessantemente sul legno del vascello.

Diede un veloce sguardo alle mani, ma il buio della camera non gli permetteva di distinguere il rosso dal nero.

Da troppi giorni aveva quell’incubo, sempre lo stesso, per quanto quelle giornate fossero inframmezzate da una scorribanda e l’altra. Era Snejder, tutte le notti, a morire, ma c’erano giorni in cui sognava Josephine, nuda fra le sue braccia, a…

Non voleva pensarci. Il peso della morte di Alexa e poi di Lucy gravavano come due macigni, e il fatto stesso che il suo vice e la donna che aveva amato se ne fossero andati il giorno precedente aveva solamente accelerato qualcosa che stava inesorabilmente accadendo.

Sulla Black Sheep non c’era più lo stesso clima scanzonato e canterino che si poteva constatare solo qualche settimana prima. Risse tre volte al giorno, discussioni con Olaf e Joseph, lievi ammutinamenti o interpretazioni sugli ordini che invece si sarebbero dovuti prendere alla lettera. Come risultato ottenuto, il vascello girava in tondo da due settimane, senza avere una meta.

Era a quello che stava pensando Steven proprio quella notte, ma non riuscì più a chiudere occhio. Attese dunque l’alba per alzarsi dal suo giaciglio. Un’enorme tristezza piombò inaspettata sul suo animo.

Che cosa aveva fatto… il peso della sua condotta era simile alle palle con cui aveva incatenato le caviglie di Lucy Savage. Talmente grave che gli venne la pelle d’oca.

“Capitano?” esordì una voce femminile, dopo aver bussato sulla porta già aperta. Steven alzò lo sguardo, cercando di capire quando avesse dato il permesso alla sua ciurma di disturbarlo anche nella sua stanza privata. Poi inquadrò meglio chi lo aveva chiamato e capì che si trattava di Pauline, la ragazza che amava un’altra ragazza.

“Sì, dimmi” disse vacuo Steven, non riuscendo a guardare più nessun essere umano, talmente era la vergogna che albergava in lui. Poi ricordò, come un fulmine che rischiarava il cielo grigio in tempesta: la Temperanza lo aveva maledetto! Era tutta colpa del Nonmondo se adesso viveva quella situazione!

Un’ira mai provata e impossibilitata a sfogarla riempì il suo animo, e sentì a malapena ciò che Pauline aveva da dire per lui.

“Il bagno è pronto, signore” aveva detto, un po’ perplessa e agitata a causa del comportamento strano del suo capitano.

“Non sta piovendo, fuori?” chiese Steven.

“Ha piovuto tutta la notte e adesso è una bella giornata” spiegò Pauline, dimostrando di aver fatto vedetta mentre lui si rigirava nel sonno in preda a costruzioni mentali.

“Va bene” sussurrò Steven, alzandosi. “Vai pure a riposare”

Il capitano si diresse sul ponte ancora zuppo di pioggia, dove effettivamente un trampolino era stato montato proprio dove Lucy Savage era stata condannata a morte.

Era così che Steven Blackfield si schiariva le idee: il sole quel giorno era splendido e, seppur ci fosse ancora qualche residuo di nuvola dovuta alla notte trascorsa, il mare invitava a un tuffo.

Si sfilò la camicia cercando di non pensare al sale che si attaccava alla pelle, e neanche alla sporcizia fangosa che cominciava a farsi vedere sul ponte, il crudele pirata di Tutuk Naga abbandonò gli stivali rimanendo in pantaloni e si tuffò, incontrandosi con l’acqua gelida, mentre la Black Sheep era ancorata in modo da aspettarlo.

Nuotata dopo nuotata, Steven pensava ancora a come uscire da quella situazione. Se davvero la Temperanza lo aveva maledetto, con la conseguente separazione dolorosa da Thomas e Josephine, probabilmente la gente del Nonmondo si aspettava una risposta pronta e decisa. Inoltre, un uomo come lui era benedetto dai suoi dei, e quelle quattro galline ignoranti che avevano l’ardire di giudicarlo non avevano idea di ciò che aveva compiuto.

L’acqua era molto fredda, ma lui, attraverso le bracciate, conquistava un pezzo di verità alla volta. Dopo una ventina di minuti, sapeva anche quello che doveva fare.

Si rimise a bordo, ordinò la rotta per Ticat e decise che ci fosse una sola soluzione da adottare.

Chiedere scusa.

Il perdono non era molto usuale fra i pirati, ma lui era convinto che con Thomas e Josephine ci fosse un intenso e profondo legame di amicizia. Tanti anni con lui a ridere, scherzare, uccidere, condividere donne, e poi era arrivata il terzo componente del gruppo, ed anche lei aveva dato il suo contributo.

E poi quella notte, la notte in cui avevano condiviso in tre lo stesso letto… certe cose non potevano non essere prese in considerazione e Steven era sicuro che anche loro ci stessero pensando.

Ecco perché prostrarsi davanti a loro e tentare di ricucire lo strappo, finché entrambi erano vivi, fosse una cosa urgente da fare, ancora prima di uccidere il Cacciatore, facendogli mangiare le budella.

La Black Sheep riprese dunque il suo cammino, ancora più forte e spedita di prima, in direzione Ticat.

Olaf andò verso di lui e gli chiese “Speri di trovare coloro che cerchi da Ursus?”

“Sì” rispose Steven. “Inoltre, mi piacerebbe capire in che modo Thomas abbia intenzione di vendicarsi”

Ricordava molto bene le sue ultime parole: noi due all’alba prenderemo una scialuppa e ce ne andremo da questa merda che chiami nave, e sappi che il mio nome non lo dimenticherai tanto facilmente. La mia vendetta si abbatterà su di te così violenta che al confronto la mia perdita del braccio sembrerà una passeggiata di salute. Ricordalo, Blackfield.

Così aveva detto, finendo il tutto con uno sputo. Poi lui aveva reagito mettendogli le mani addosso e fu allora che Josephine ebbe preso la pistola, distruggendo, forse per errore, il suo cimelio più importante.

Il colpo doveva essere rivolto verso di lui, che avrebbe dovuto colare sangue dal cuore, che ormai distrutto non poteva più donargli la vita a cui era tanto aggrappato, e orgoglioso.

“Quanto tempo ci vuole per giungere a Ticat?” chiese improvvisamente al timoniere. Quest’ultimo chiese alcuni calcoli dagli altri naviganti.

“Da qui circa cinque giorni, col vento in poppa e se il mare si mantiene in queste condizioni”

“Va bene” disse lui. Forse Ursus aveva le risposte. Forse era lui il prossimo primo ufficiale, lasciando la cittadella in mano a un altro suo sottoposto. Forse Pauline stessa, che gli aveva ricordato il giorno del bagno?

Steven tornò vicino al bompresso, imprimendo nella sua mente l’immensità del mare. Il vento spirava alla sua destra, e approfittò di quel momento per inspirare tutta la salsedine e bearsi di quell’odore.

Fu proprio in quel momento che decise cosa fare concretamente, per tornare ad avere in mano l’intero vascello.

“Pirati di Blackfield!” urlò a piena voce, col suo solito modo autoritario di annunciare i grandi discorsi, in una maniera simile a sei mesi prima, quando aveva urlato al porto di Tukha di aver ucciso il loro Re.

“È vero, questi giorni sono stati i più bui e duri per la nostra ciurma. Una nostra compagna, vincitrice di tante battaglie, ha ucciso una sua sorella, a sangue freddo, tagliandole la gola come la peggiore della cagne. Per questo motivo, ho dovuto punirla seduta stante, mettendola a morte facendola camminare sul ‘ponte’. Purtroppo sono atti imperdonabili e che lasciano il segno, piaccia o non piaccia. Ma non per questo la nostra giustizia deve arrestarsi! Anzi, dobbiamo concentrarci ancora di più sull’obiettivo. Il Trono di Taddeus Ravenwood sta per vacillare. È il momento di radunare le forze delle Sette Sorelle per sferrare il colpo finale  a colui che ci ha tradito, infamandoci e coprendoci di bugie! E il Cacciatore resterà a osservare la nostra potenza, implorando egli stesso di essere giustiziato!”

Tutti rimasero incantati. Probabilmente non si aspettavano quella mossa così ardita, appena sei mesi dopo l’ultima battaglia.

“Chi è con me spari un colpo con la sua arma!”

Blackfield sparò per primo, e a seguito tutti gli altri. Un solo vascello stava per rovesciare l’ordine stabilito sull’oceano.

“Il mondo scoprirà che abbiamo ragione!” esclamò a piena voce, preso ormai dalla foga che rasentava il delirio. Tutti gli altri ripeterono ancora più convinti.

“Noi siamo i pirati e regaleremo la libertà agli oppressi!” concluse Steven, scendendo dalla fune su cui si era aggrappato e tornando sul ponte. Sentì la gola bruciare per lo sforzo, così andò in cabina a prendere del rum.

Una volta che avremo raggiunto la vittoria, Thomas e Josephine torneranno da me, e saremo sempre felici e contenti come fratelli pensò fra sé, nella solitudine della sua camera, scolando direttamente dalla bottiglia l’alcolico e calpestando, forse inavvertitamente, un frammento del teschio del Re Ammiraglio.

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