Il sale e il sangue/50

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“Ho un messaggio da parte di Azugra!”

Si diceva che ambasciatore non portasse pena. Steven Blackfield, invece, aveva una voglia di strangolarlo che non sapeva spiegarsi bene. Perché aveva la repulsione quando si trattava di aiutare gli amici? Con Thomas era accaduto due volte, prima quando aveva perso il braccio e poi quando era morto.

“Dicci, hai il permesso di parlare” incalzò in tono neutro, mentre la pioggia continuava a scendere fitta.

“Lady Amelia ha rivelato il suo cognome da nubile!”

“Oh” rispose Blackfield, guardandosi attorno. “E la cosa mi interesserebbe perché…”

“perché il suo cognome è Ravenwood, signore” disse il messaggero “e ha dichiarato il suo pieno appoggio al regno di Tutuk Naga, autoproclamandosi indipendente dalla lega delle Sette Sorelle e inviando degli ambasciatori per un’alleanza”

Il pirata boccheggiò, atterrito.

“Non è finita… posso parlare?” il messaggero esitò troppi secondi, così venne incalzato dall’altro funzionario vice di Ursus.

“Parla, smidollato! Se hai altre cattive notizie dalle tutte!”

“Hanno rivelato la vera natura del nostro… governo e le altre sei Sorelle hanno intenzione di firmare un accordo per espellere Ticat dalla Lega, e muoverci guerra!”

“Dobbiamo combattere” disse Blackfield, senza pensarci due volte. “Combatteremo via mare. Quanto tempo dispongono i nostri eventuali avversari per bloccare le rotte di quest’isola?”

“Circa due settimane, signore”

Prima di allora saremo già lontani, pensò il criminale. Aveva intenzione di lasciare Ticat al suo destino, adesso che non gli era più utile senza più un esercito corposo come quello che poteva offrire se fosse rimasta al comando di tutte e sette le isole. Inoltre, il fatto stesso che il dominio di Azugra aveva rivelato la sua vera appartenenza, voleva semplicemente dire che il Cacciatore si trovava in quel paese e aveva convinto tutti con la sua parlantina.

Attese dunque due settimane, mentre con Ursus avrebbe stabilito una piccola truppa in modo da rimpinguare la sua ciurma sulla nave.

“Il piano riguarda me e i miei uomini” spiegò il giorno dopo Blackfield, dopo averci riflettuto intensamente. Ursus, dal canto suo, notò che il suo capitano aveva gli occhi profondamente rossi e un vistoso paio di occhiaie. Il che significava solo una cosa, aveva pianto e aveva trascorso la notte all’addiaccio, lontano dal vascello presidiato da Josephine e sua sorella.

“Visto che hai perso il controllo delle Sette Sorelle, il mio progetto che prevedeva l’assalto di Tutuk Naga con la milizia di questo arcipelago è fallito miseramente. Pertanto, dovrò pensare a un’altra strategia per mantenere l’avamposto, anche se in sei contro uno non credo che avremo molte speranze. Non importa, tuttavia. Il mio nemico si trova ad Azugra, e sta cercando di intrappolarmi con le sue manovre aiutato dalla parente a sorpresa di Taddeus, colui che voglio morto più di tutti. Ebbene, Ursus, preparerò la Black Sheep e cinque navi da guerra che mi scorteranno, diretti a Dainals. Sarà lì che avverrà lo scontro finale col Cacciatore”

Ci aveva pensato tutta la notte ed era convinto che il vantaggio della nebbia attorno l’isola fosse un beneficio troppo importante per sprecarlo, anche se il viaggio costava circa un mese di fatica fra mare e cielo. Persino combattere nel golfo di Bocca del Drago sembrava una sciocchezza, vista la presenza certa di Taddeus sul trono. Il suo regno era nel caos, ma non era in condizioni disperate e il Re poteva anche dare una mano al suo alleato in qualche modo, o perlomeno era quello che si aspettava. Ormai erano rimasti alle strette, e non gli veniva più niente in mente per fermare Eric Van Jeger e la sua combriccola.

Steven gettò uno sguardo alla Black Sheep. A bordo c’erano Olaf, Joseph, Pauline e la sua compagna. A capo, era rimasta Josephine. Sembrava che tutti la stessero difendendo dal proprio capitano, il quale era rimasto a guardare da lontano il funerale del suo migliore amico. Nessuno sembrava capire il suo senso di colpa, che era superiore a quello di tutti gli altri messi assieme.

Nel Nonmondo, a causa della sua avidità, Thomas Snejder aveva perso il braccio in seguito a un attacco di un Lupo Mannaro, creature esistenti solo lì. Dopo il fallimento della prova proposta dalla Temperanza, Chang e i suoi fratelli erano rimasti in quella dimensione. Era plausibile, tuttavia, avevano cercato quel luogo per tutta la vita.

Il giorno precedente, infine, Ursus aveva ucciso Thomas, che a sua volta lo stava minacciando con una pistola alla nuca, per far spaventare il suo stesso capitano. Gli voleva far capire che Ticat era caduta in mano alla sua azione ribelle e che la Black Sheep non era più quel luogo sereno.

Steven pensava a tutto questo, e probabilmente ormai gli uomini della ciurma avevano informato Josephine della dinamica che aveva portato alla morte di Lucy Savage e Alexa. Quel tipo di resoconto serviva anche a lui, ma più ci pensava, più si avviliva. Steven Blackfield, il temuto pirata che aveva vinto la Battaglia dell’Aurora, sei mesi dopo passava le sue giornate sul tetto dell’edificio governativo di un’isola fuori da Tutuk Naga, ad ascoltare la pioggia e a bagnarsi, nonostante lo odiasse.

Per di più, quel giorno era il suo compleanno. Un anno prima, lo aveva festeggiato a Dainals, assieme a tutti i suoi amici, e gli avevano anche regalato un’enorme torta a base di formaggio, quello blu tipico del luogo.

Non c’era mai stata una torta più buona di quella.

Steven non era più sicuro che sulle sue guance ci fossero solo gocce di pioggia.

I giorni successivi passarono esattamente identici, peraltro non sembrava neanche il principio d’estate. Aveva continuato a piovere quasi tutti i giorni, oppure il cielo rimaneva grigio.

Né Josephine né altri lo avevano cercato, e Steven si sentì più solo che mai. Le sue giornate si scandivano fra riunioni strategiche con Ursus, il quale stava bene attento a non rivelargli le sue confidenze con la Black Sheep ma che lui aveva capito ugualmente, e ore intere passate in locanda.

Fu lì che incontrò una donna bellissima, e andarono al piano di sopra, e chiusero la porta alle loro spalle, e anche dopo tre, quattro volte dopo aver fatto sussultare quel giaciglio improvvisato Steven cominciò a parlarle, a confidarle la sua paura più grande.

“Sai?” disse il quarto giorno. Non aveva ancora compreso come si chiamasse. Lei, invece, sapeva benissimo chi fosse. “Fare il dio da solo non è poi tanto bello”

Lei lo mangiava con gli occhi, e stava passando le unghie curatissime sui peli del suo petto.

“Più che sentirti un dio per quello che hai fatto, vuoi sentirti importante per qualcuno, non è vero?” chiese lei, con voce dolce.

“Sì… la mia ciurma era tutto. Gente abbandonata, reietta, proprio come me. Sono fuggito dalla fattoria dei miei genitori perché mi avevano abbandonato, o meglio, volevano che io diventassi come loro. Il mare, però, mi ha accolto, ed io ho accolto tutti i ragazzi che hanno cercato riscatto dalla vita. Poi, la rivelazione degli Dei: sono il Prescelto, ma non tutti mi hanno adorato”

“Per me sei un dio” disse lei. “Non ti faccio neanche pagare, per quello che facciamo”

Steven, frequentando colei che si chiamava Adelaide, riprese fiducia in se stesso e, finalmente, i giorni passarono.

Dal canto suo, Josephine non era più scesa dal vascello e aveva dato ordine di sorvegliare il porto, per controllare se Steven avesse avuto la faccia tosta di ripresentarsi al loro cospetto dopo quello che aveva fatto a Thomas.Tuttavia, dopo aver dormito diversi sonni tranquilli, si accorse che attorno a lei erano state armate alcune navi da guerra.

Fu costretta a scendere, anche perché Ursus non si era fatto vedere.

Rubò un cavallo e si diresse al galoppo verso la sua residenza ma non fece molta strada, perché altri cavalli stavano arrivando in direzione del porto.

Alla testa, vi era Ursus che portava i vessilli di Ticat, e a chiudere la fila Steven Blackfield in persona, che indossava il suo vestito migliore: una camicia bianca aperta al petto, molti bracciali e pantaloni di pelle nera che terminavano con alti stivali, il tutto retto da una fascia rossa.

“Siamo pronti per combattere” annunciò il pirata. “Ursus è il mio nuovo vice capitano. Usciremo dalle Sette Sorelle per attirare le navi di Azugra lontano da questa roccaforte, siccome abbiamo ricevuto informazione nefaste su di loro”

Josephine era atterrita. Era convinta che Steven si fosse suicidato!

“Credevo che penzolassi all’ombra di un salice” osservò sibilando.

“Il Prescelto degli Dei non può morire, piuttosto sono gli altri che si sacrificano!” rispose secco Steven, pensando a Thomas. La ragazza ebbe un conato di vomito, ma essendo in svantaggio numerico si impose il silenzio.

Nonostante tutto, era proprio quella sicurezza arrogante che le piaceva di lui.

“Così, le navi da guerra di Azugra stanno arrivando col Cacciatore?” chiese.

“Per una curiosa coincidenza, anche loro hanno atteso due settimane per avere tutto pronto” disse Ursus. “Le nostre spie ce lo confermano, e ne abbiamo anche infiltrato qualcuna sulle loro navi”

“Allora non perdiamo altro tempo e… partiamo” disse Josephine. Appena prima di voltarsi, tuttavia, intravide un’altra donna, che non era a cavallo, ma indossava un cappuccio.

Chi era? E lei, cos’era che sentiva allo stomaco? Non era forse gelosia per un verme?

Mentre tornava alla Black Sheep, non fece altro che pensare a quella specie di signora che salutava Steven Blackfield alzando la mano. Lo aveva sentito anche dalla Temperanza, che lui aveva praticamente una donna in ogni porto e diversi figli. Tuttavia, vederlo coi propri occhi era tutt’altro discorso.

Quel giorno il cielo era nuvoloso e il vento spirava da est. Era momento di alta marea, il che avrebbe garantito una partenza un po’ più veloce. Quello di cui avevano bisogno.

Josephine dovette arrendersi all’evidenza. Steven aveva ragione: il sacrificio di Thomas era necessario perché Blackfield diventasse un Dio, o quantomeno uno dei prescelti, come soleva ripetere. Invece, nelle ultime settimane era stata convinta che fosse soltanto un imbroglione che usava gli altri come pedine.

“Steven?” chiese dunque lei, mentre Blackfield dava ordini a tutti i marinai.

“Cosa c’è?” chiese l’altro, senza guardarla.

“Scusa” disse lei. “Scusa, semplicemente. Ero convinta che tu fossi un verme senza cuore, ma persino gli dei ti aiutano e chiunque ti… conosce lo sa bene”

Josephine, non appena pronunciò il verbo conoscere, ebbe un attimo di smarrimento nel ripercorrere tutte le notti in cui aveva giaciuto con lui e assieme a lui.

“Lo spero bene. Non voglio più tradimenti, altrimenti la passerella toccherà anche a te”

Detto quello, la ragazza decise di salire in vedetta, come aveva sempre fatto, come se la solitudine sull’albero maestro la avvicinasse agli dei, come se in quel modo fosse simile a Steven Blackfield.

L’uomo che amava.

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