Il sale e il sangue/52

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Re Taddeus poggiò la testa sullo schienale del suo trono, sospirando esausto.

Finalmente, la guerra civile era finita. Erano stati venti lunghi giorni di lotta, sangue, torture e intenso odore di bruciato e polvere da sparo. Alla fine, tuttavia, i capi dei rivoltosi, i quali avevano rifiutato le offerte diplomatiche iniziali, erano tutti inginocchiati e incatenati mani e piedi al suo cospetto, attorniati da due file di soldati armati di tutto punto che li separavano dalla folla curiosa.

Tutto il popolo era stato convocato per quella che, secondo Taddeus, doveva essere una punizione esemplare. E aveva tutta l’aria di esserlo, dato che con lui si era seduta la principessa sua figlia, il primo ministro e il generale del suo esercito.

La sala del trono, che non era stata utilizzata per sei mesi consecutivi, adesso era illuminata dai raffinatissimi candelabri appesi al soffitto e dalle lampade affisse ai muri, in modo da far vedere le statue, le colonne di marmo e gli arazzi.

Anche Taddeus era vestito come nelle cerimonie importanti e aveva indossato la corona. Probabilmente, la gente aveva approfittato del momento di debolezza portato avanti dall’appellativo ‘pauroso’ per poter fare il bello e il cattivo tempo, e quindi, anche se ciò che stava per fare era molto simile a ciò che faceva suo fratello Sebastian, decise di farlo comunque.

Era ora di prendere in mano il trono, tanto più che erano riusciti a conseguire una vittoria, dopo la sconfitta alla Battaglia dell’Aurora.

“Caro regno di Tutuk Naga” esordì, con voce ferma. Si cominciava sempre in quel modo, poiché il regno non erano tanto i domini e le regioni, quanto il popolo stesso. “Abbiamo qui davanti i capi della rivoluzione, coloro che sono rimasti in vita. Come sapete, abbiamo vissuto tre settimane sotto il loro fuoco, ma ahimé, hanno avuto ragione. Devo scusarmi con tutti voi, perché ho lasciato che le regioni più lontane dalla mia capitale vivessero una vita allo stremo delle forze, a causa delle casse dello Stato dissestate dalla precedente gestione. Mio fratello, il Re Ammiraglio, ha investito esageratamente nell’Accademia della Marina Militare, subito chiusa da me, nel mio primo atto di governo. E non ha più senso nemmeno tenervelo nascosto, dunque non biasimo i facinorosi che hanno messo a ferro e fuoco la nostra amata nazione. Ma perché lo hanno fatto? Perché da sei mesi, da quando Steven Blackfield ha rivelato quella che secondo lui è la verità sulla mia famiglia, è riuscito a risvegliare tutte queste coscienze?”

Taddeus si rese conto di essersi alzato e si interruppe qualche secondo.

“Perché mio fratello ha impoverito la gente. Mio fratello, Sebastian Ravenwood, con le sue manie di grandezza ha ignorato volutamente le grida di appello dei suoi stessi sudditi, per la sua pura gloria personale. Oserei dire che è stato punito per questo, ma non mi permetterei mai di infangare la memoria di un Re, del mio stesso sangue. Il punto è, signori miei, che coloro che ho davanti stasera sono la genesi di problemi più grandi e gravi, problemi che ci hanno soffocato in quest’anno così particolare per la nostra storia…”

“Allora Blackfield aveva ragione? Siete discendenti di un codardo disertore?” latrò uno dei capi della rivolta, a cui mancava un occhio.

“Non risponderò in questa sede” replicò freddamente Taddeus. “In realtà, non risponderò mai a questa domanda. Non capite? Sono secoli, ormai, che Alexander il Conquistatore ha fondato questa nazione! Ha senso, dunque, preoccuparci di ciò che è stato? È giusto che io o Sebastian pagassimo per colpe che noi non abbiamo commesso? Commettereste atti violenti in presenza di mia figlia Lucrezia, che ha solo otto anni?”

Indicò con la mano guantata sua figlia, bellissima nel suo lungo vestito azzurro. La bambina s’imporporì il viso, poiché tutti presero a osservarla.

“Ebbene, mio amato popolo di Tutuk Naga, che da secoli abitate e abitiamo nel golfo di Bocca del Drago, rispondetevi da soli, alla domanda su cosa sia giusto fare, su cosa sia la vera giustizia e da che parte stia la verità”

Tornò a sedersi. Si era agitato tanto, ma era stato talmente preso dalle sue parole che colse quasi inaspettatamente alcuni rivoli di sudore sulla fronte.

“Io, Taddeus Alexander Ravenwood, Sovrano di Tutuk Naga, so bene qual è la mia parte di verità, e siccome ho vinto questa battaglia, la storia mi ha detto che avevo ragione. Il mio trono non vacillerà e per questo dichiaro voi, capi della rivolta, colpevoli di alto tradimento verso la corona.”

Si levarono applausi, fischi, versi come ululati e grida. Qualcuno sputò e altri tornarono a spingere i soldati in modo da invadere la sala.

Taddeus alzò la voce nel proseguire la sentenza. “Verrete reclusi nelle prigioni di stato venti giorni, l’esatto tempo della battaglia, in cui mediterete sulle vostre malefatte e raccomanderete la vostra anima al Dio Azzurro, santo protettore di questi luoghi. Al termine dei quali sarete impiccati sulla pubblica piazza, dove la Dea Nera vi condurrà nell’oltretomba, là dove dimora il dubbio e l’ignoto”

Detto quello si alzò e abbandonò la sala, convinto di non aver dimenticato nulla, a parte una grossa fetta di umanità. Aveva concesso la libertà di parola e di pensiero. In quei sei mesi erano nate anche alcune stampe in cui si leggeva sempre del malcontento del reame e stava ancora pensando a promulgare la legge che permettesse a Lucrezia di regnare. Tuttavia, non aveva ancora abolito la pena di morte, e se ne sentì colpevole.

Nella solitudine del corridoio che portava alle sue stanze, fissò la luna e le stelle. Forse c’era ancora qualche crimine punibile solo con la morte?

Pensò al Cacciatore, che chissà dove stava dando la caccia a Steven Blackfield, con la licenza di ucciderlo in suo nome. Nel nome del Re. Non era neanche sicuro che fosse ancora vivo, ma il pirata stava ancora tartassando l’oceano con i suoi arrembaggi.

“La morte di Steven Blackfield sarà l’ultima del mio regno” sentenziò ad alta voce, al punto che le guardie personali pensarono che parlasse da solo.

Furono giorni estremamente concitati. Per timore di ritorsioni, Taddeus ordinò che l’esercito pattugliasse le strade della capitale e inviò molti suoi battaglioni nei paesi più lontani, proprio dove il focolare della rivolta ebbe avuto luogo. Nel frattempo, con l’aiuto dei suoi ministri decise molte riforme volte ad aiutare chi aveva ancora seri dubbi su di lui. Quanto alle carceri, rafforzò le difese in modo da scongiurare eventuali evasioni.

Il discorso del Re, tuttavia, fece molto effetto sulle persone nel breve termine e tantissimi che avevano sempre avuto una simpatia per Blackfield alla fine decisero di abbandonarlo per tornare ad essere fedeli al Re. Nei fiordi del Sud, dove il nome del pirata aveva fatto meno presa, arrivarono molti volontari pronti a catturare ed arrestare gli ultimi covi rimasti.

Alla fine di quelle turbolente settimane, avvenne puntuale l’esecuzione di quei poveri capi, che avevano ceduto alle parole del pirata e approfittando della crisi economica avevano deciso di imbracciare le armi, mettendosi contro un esercito molto più preparato e potente.

Taddeus, vedendo che ormai era tutto pronto, si alzò dal suo trono in legno e pronunciò un altro monologo dall’alto della sua tribuna costruita per l’occasione, davanti alla folla curiosa, totalmente diversa nell’animo rispetto a pochi giorni prima.

“Caro regno di Tutuk Naga, il momento è giunto. Stiamo per perdere cinque valorosi guerrieri, fra i quali una donna. La guerra è anche questo, e mi dolgo di quello che sta per accadere. Tuttavia, è giusto che io confessi e che anche loro ascoltino la storia esatta della mia famiglia, rendendosi conto che le colpe dei padri non ricadono mai sui figli. Non possono e non devono.”

Fece un sospiro e tornò a parlare. Le nuvole cominciarono a oscurare il sole.

“Alexander Ravenwood era un Cavaliere, che aveva giurato davanti al potente Re al di là delle montagne, il leggendario regno di Saxamoth fondato sull’oro e creatore della nostra religione. Tuttavia, era un Re maledetto, malvagio, egocentrico e dunque individualista, che aveva allontanato da sé il suo popolo, il suo vero regno. Alexander, in quel torno di tempo, prese moglie e stavano per passare la loro prima notte di nozze insieme, quando quel Re pretese di passarla lui al posto suo. Fu allora che il mio antenato, accecato dall’ira, si ribellò. Raccolse un numero di seguaci e oltrepassò queste stesse montagne, fondando il nostro regno. Adesso ditemi! È da considerarsi un vero traditore?”

Si levò un no chiaro e tondo. In alcuni settori della folla si levò anche un applauso.

“Steven Blackfield probabilmente ha ascoltato la versione che vuole Alexander rapitore della moglie del Re, oppure l’altro racconto secondo il quale la moglie stessa di Alexander abbia giaciuto col Re il giorno stesso delle nozze, prima della cerimonia” proseguì, sincero. “Tuttavia queste versioni sono  mendaci e in ogni caso né io, né mio fratello, né mia figlia Lucrezia abbiamo alcuna parte in quelle vicende! Noi siamo i Ravenwood, e guideremo il nostro popolo, la nostra gente, finché avremo vita!”

Fu in quel momento che il popolo si levò in un unico corpo per applaudire convinto, urlare e anche sparare colpi di pistola.

“Avete un’ultima frase da dire?” chiese il Re, adesso rivolto ai condannati. Nessuno rispose. Quel monologo li aveva toccati, e se avevano avuto qualche speranza di evadere in quei giorni, la loro vita era ormai terminata. Erano stati raggirati, ma nessuno di loro era sicuro che sarebbe stato sufficiente per Taddeus per concedere la grazia.

“Benissimo” disse dunque, dopo aver concesso qualche minuto di silenzio. “Sia eseguita la condanna!”

Furono secondi che tennero tutti col fiato sospeso, e Taddeus ebbe cura di non far guardare a Lucrezia quel patetico spettacolo.

Uno dopo l’altro, i condannati morirono, e il Re fissò bene in mente quelle gambe che colpivano l’aria, quegli occhi disperati, quei volti che diventavano blu.

Ricordò ciascuno di loro in modo che più nessuno avrebbe pagato in quel modo.

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