Il sale e il sangue/55

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“Stanno tornando indietro, puntando di nuovo il nord, mentre noi siamo diretti a sud” annunciò Desdemona, ma ormai era chiaro a tutti.

Eric capì dunque che la nuova nave di Steven Blackfield era un brigantino, che era più snello e veloce di un ingombrante vascello. Adesso, lo scontro era tutto basato sulla velocità. Eric capì anche che se non fosse stato per l’aiuto degli dei che avevano di nuovo fatto alzare il vento, il suo avversario sarebbe stato catturato. Tuttavia, quel momento non era poi così lontano, visto che lo scontro risolutivo si sarebbe svolto proprio a Dainals, dove tutto aveva avuto inizio e dove quel maledetto era convinto di avere un vantaggio, vista l’alta presenza di nebbia dovuta ai misteriosi geyser tipici del posto.

Nel frattempo, la guerra a Blackfield aveva avuto anche risvolti positivi, perché tutti gli inquilini della White Justice si erano nutriti della frutta fresca dell’isola di Asoly. In particolare, a Eric piacque un succo bianco che si trovava all’interno di un frutto che sembrava durissimo, ma che gli cadde davanti e si spaccò su uno scoglio, mentre prendevano le provviste in quella settimana di tensione a causa dell’irreperibilità dei pirati.

Anche se nessuno aveva saputo dare un nome a quel frutto, l’aveva trovato molto buono. Gli sarebbe mancato, per fortuna nella loro ultima ricognizione avevano fatto una buona scorta. Non sapevano quanto tempo avrebbero impiegato, ma di sicuro dovevano stare col fiato sul collo sul brigantino e impedire loro di cambiare rotta com’era successo.

La cosa migliore da fare per la White Justice era raggiungere la nave dei pirati e costringerli a  fare indietro tutta, azione già decisa da Blackfield, il quale, sfruttando il vantaggio che aveva su di loro, descrisse una rotta a U molto ampia, in modo da costringere anche gli avversari ad adottarla. Dopo che entrambi l’ebbero compiuta, si trovarono il Saint Jimmy davanti e la White Justice dietro, come il gatto col topo. Frank aveva suggerito di tagliare loro la strada e combattere in quella zona, ma Eric preferì andare a vedere il posto dove le nuvole incontravano il mare, in modo da recuperare il famoso tesoro di Steven.

“Capisci? Non possiamo perdere questa occasione. Anche io sono un mercenario, e mettere le mani sull’oro mi consente non solo di vivere, ma anche di permettermi molti lussi” spiegò al suo vice, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Frank, invece, voleva tornare a casa. Non era mai stato così a lungo su una nave e cominciava a mancargli ciò che aveva lasciato a terra, la sua vita, la sua pesca e la sensazione di pace e sicurezza che provava sapendo che alle spalle c’era sempre un golfo che lo attendeva, a prescindere dai problemi familiari che aveva avuto.

Aveva sentito anche lui dell’oro di Blackfield mentre erano nel Nonmondo, ma non ci aveva creduto neanche per un attimo. Non sarebbe stato neanche un inedito, i pirati erano abituati a mentire. Inoltre, non era neanche interessato all’oro, stava aiutando il Cacciatore per puro amore della giustizia.

Passarono i giorni, i giorni divennero settimane, e le settimane giunsero a un mese.

Un mese di navigazione, a razioni ridotte, aveva portato tutti i naviganti, che fossero di una o dell’altra nave, all’isteria.

Solo mare e cielo, e aveva piovuto anche per cinque giorni. L’uno osservava l’altro e i suoi movimenti, e Desdemona di tanto in tanto invitava a correggere la rotta grazie al suo indispensabile potere. Sigfrido, invece, aveva deciso di aiutare Patrick nella sua disperata indagine.

In uno di quei giorni di pioggia, Patrick gli aveva chiesto, una volta scoperto che anche lui aveva un potere telepatico simile alla sorella, se poteva decifrare cosa stava dicendo sfruttando un vetro e il riflesso della lampada a olio.

“Vedi? Posso fare un riflesso breve e uno lungo, poi posso anche fare le ombre con la mano” spiegò Patrick, muovendo una mano per formare un omino che camminava “ma non mi viene in mente niente per formare un messaggio.”

“No, infatti” disse Sigfrido “perché Steven Blackfield ha inventato da solo un codice utilizzando gli abbagli del vetro sulla luce. Possiamo fare anche noi un linguaggio, sai?”

Sigfrido cominciò a concentrarsi e a fare le ombre con la mano.

“Non serve per comunicare da una nave all’altra” sospirò Patrick.

“Forse no, ma proviamo ad abbagliare il brigantino che stiamo seguendo mandando un segnale luminoso e vediamo che succede!”

Sigfrido aveva ragione. Patrick ne dedusse che mandando anche solo un abbaglio tutti i pirati sarebbero andati nel panico, perché convinti che stessero usando quello stesso linguaggio, che in realtà non era stato scoperto.

Stupefatti da quella conquista, comunicarono a Eric la loro idea ed effettivamente la approvò. Spuntò di nuovo il sole, e a mezzogiorno Patrick, col cuore in gola, mandò un fascio di luce rivolto a coloro che stavano davanti.

Nel frattempo, Jasmine e Pauline, che stavano teneramente abbracciandosi sulla poppa della nave, ignare delle manovre che tutti gli altri stavano provando per non lasciare tracce,vennero colte da quello stesso abbaglio.

“Cosa…?” Jasmine fece cenno alla compagna ed entrambi videro quei tentativi maldestri di comunicare. Tutti i pirati conoscevano il codice inventato da Blackfield e sapevano interpretarlo a memoria.

“Il Capitano deve aver fatto vedere il suo codice ai suoi avversari, e stanno tentando di imitarlo” considerò Pauline.

“E se lo avessero scoperto davvero?” chiese Jasmine, più impaurita dell’altra.

“Ma no!” esclamò lei divertita. “Non vedi cosa stanno dicendo, anche se fosse? Quella è una B… F… H… insomma, non ha senso”

“Hai ragione” rispose lei, sollevata. “Idea! Possiamo provare a rispondergli utilizzando anche noi parole a casaccio!”

Pauline scoppiò a ridere. “No… ho un’idea migliore”

Prese dalla tasca il vetro che avevano tutti i pirati per comunicare e cominciò a muovere i polsi in maniera più sapiente e professionale di Patrick, in modo da stabilire un messaggio. Loro non lo avrebbero colto minimamente, ma lei si sarebbe fatta quattro risate nel vedere Jasmine interpretarlo.

“V… A… F… un’altra F… A… N… C… U… L… O. Vaffanculo!” Jasmine si piegò in due dal ridere, e contagiò anche Pauline.

“Che cosa c’è da ridere?” chiese curioso il capitano, sorseggiando del latte estratto dal frutto che lui sapeva chiamarsi cocco, poiché gliel’avevano detto i cannibali di Asoly.

“Oh, Capitano” disse Jasmine. “La goletta sta cercando di comunicare con noi e sta entrando nel panico!”

Blackfield vide che effettivamente provenivano bagliori di luce dall’orizzonte. Cercò di leggere, estremamente scettico.

“I… G… B… il numero sei” disse Steven. “E tu cos’hai risposto?” chiese a Pauline.

Vaffanculo” spiegò lei. “Vedi come adesso sono nel panico perché convinti di stare comunicando davvero?”

Blackfield sogghignò. Erano ancora diversi passi avanti a loro.

Nel frattempo, inconsapevole che sul Saint Jimmy stavano facendosi beffe di lui, Patrick si emozionò nel vedere che effettivamente stavano rispondendo ai suoi messaggi.

“Probabilmente hanno detto abbiamo paura” dedusse Patrick e andò a dirlo al Cacciatore, che nel frattempo aiutava il timoniere con la ruota.

“Sono riuscito a decodificare il metodo di comunicazione con la luce di Blackfield!” esclamò tutto contento. Eric e il timoniere lo guardarono.

“Sai dunque scrivere una frase?” chiese Eric.

“No…” rispose Patrick, desolato. “Ma so attirare l’attenzione altrui!”

“Oh, di questo ne siamo sicuri tutti!” esclamò il timoniere, ridendo di lui.

Nel frattempo, al di là di quei momenti divertenti, Steven Blackfield non riusciva a capacitarsi di come avesse fatto il Cacciatore a trovarlo e a indovinare anche la nave su cui si trovava. Lo aveva chiesto a Olaf, a Ursus, a Josephine e persino a Joseph, il quale aveva ancora in mente la tragica fine di Alexa. Nessuno aveva saputo dargli una risposta valida.

“Ha dei superpoteri” disse infine a se stesso, una sera, poggiando le braccia sul parapetto vicino la poppa, osservando l’ingombrante ombra della goletta all’orizzonte. “Anche lui è aiutato da un certo tipo di dei. Non c’è altra spiegazione. È fuori da ogni logica che…”

Venne colto da un’improvvisa illuminazione, così, visto da molti componenti della ciurma che lo presero per pazzo, si mise a correre direttamente verso Josephine, la quale stava controllando le armi, pulendole e mantenendole pronte.

“Josephine!”

La ragazza lo vide arrivare col fiatone la stava osservando come se volesse interrogarla nel fondo della sua anima.

“Sì, dimmi”

Steven rammentò che si era innamorato di lei proprio perché odorava di polvere da sparo, e ricordò quel preciso momento in cui la tenne fra le braccia per la prima volta. Poi chiese “Ti ricordi quei due bambini?”

“Chi?” chiese lei, fissandolo coi suoi occhi da cerbiatta.

“I due fratellini che erano stati rapiti, o custoditi, dalla Giustizia! Nel Nonmondo!”

Josephine ricordò. “Certo, è chiaro. Sono saliti a bordo assieme a Mary, ma il Cacciatore non li ha tenuti molto in considerazione”

“Ebbene, sono loro ad aiutarlo” disse lui, ammettendolo con gran dolore. “Loro, in qualche modo, hanno dei superpoteri e…”

“Sono solo dei bambini” lo rassicurò la ragazza, cercando di sfiorargli il braccio con la punta delle dita. “I bambini non hanno poteri, così come nessuno li ha al di fuori della gente nel Nonmondo.”

“Però” disse Blackfield “non può essere solo l’abilità del Cacciatore ad avermi trovato. Il mio piano era perfetto e solo un’abilità fuori dal normale può avergli consentito di avermi trovato, evitandogli di girovagare a vuoto attorno all’isola del cocco”

Josephine lo fissò dritto negli occhi. Vederlo preoccupato in quel modo, sentiva che gli avrebbe potuto dare tutto. E pensare che quando era morto Snejder lo odiava!

“Vorrà dire che prenderai la testa di Eric Van Jeger una volta giunto a Dainals. Casa nostra.”

Steven ascoltò le ferme parole della ragazza e capì che aveva ragione. L’abbracciò e le sussurrò le ultime due parole che aveva detto. “Casa nostra…”

Si gettarono a terra e si scambiarono dolci sussurri, dello stesso odore della polvere da sparo.

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