Il sale e il sangue/59

34479099_365438340634083_7136465900382715904_n

Sigfrido e Desdemona non si vedevano da nessuna parte e lei, Mary, era impegnata nella lotta contro Josephine. Da quando era stato aperto l’arsenale, una sala attigua a quella del tesoro, tutti i pirati avevano preso un’arma, dunque anche l’amante di Blackfield aveva preso una spada e adesso la stava inseguendo per infilzarla.

Mary, invece, non era riuscita a prendere niente e non voleva accettare che tutti i suoi compagni stessero morendo. Inoltre, non si vedeva neanche Patrick. Improvvisamente, accanto a lei, nascosto dietro una roccia per non farsi vedere, vi era proprio Patrick.

“Che ci fai qui?” sussurrò lei. Il ragazzo le fece segno di zittirsi.

“Sto combattendo contro Olaf, il nerboruto pirata che ha preso il posto di Ursus come vice capitano. Infatti, vedi come tutti prendono ordini da lui?”

Mary sporse un occhio e vide che ormai la battaglia volgeva al termine. Degli uomini donati dal Re per accompagnare il Cacciatore, non rimaneva che forse una mezza dozzina, a parte le persone scelte da Eric in persona. I pirati erano sempre stati in superiorità numerica, dunque non rimaneva che sbarazzarsi dei rimasugli. Al centro della sala e esattamente davanti all’enorme cubo del tesoro, lottavano senza posa Eric e Steven, a mani nude, scambiandosi pugni e calci e aggiungendo lividi e ferite ad altre contusioni.

Josephine era poco distante, che urlava i peggiori insulti a lei, Mary, che fra le altre cose aveva anche perso la goletta di suo padre.

Fuori dall’isola il maltempo cominciava a diradarsi. Forse era il momento di attuare una buona strategia, per salvare la pelle di tutti.

“L’idea è quella di spingere i pirati fuori dalla grotta e fare resistenza qui dentro, uccidendo tutto uno alla volta l” annunciò Mary a Patrick. “Che ne dici?”

“Non ne abbiamo la forza né l’abilità. Io credo che ormai tutto si sia ridotto allo scontro fra i due capi. Come vedi, neanche Frank Copperfield riesce a interporsi fra loro, e c’è da dire che ha anche recuperato un cannone”

Mary si riscosse dalla sua fantasticheria e lo vide: Frank Copperfield, il braccio destro del Cacciatore, stava spostando aiutato da un ferito Francis Norald un cannone, mentre il timoniere trasportava una palla di cannone dall’aria molto pesante. Non era minimamente disturbato.

“Ho capito!” esclamò Mary. “Frank non ha affatto intenzione di frapporsi in uno scontro fra gentiluomini! Lui vuole distruggere il cubo del tesoro!”

Patrick sgranò gli occhi. Effettivamente non l’aveva capito neanche lui. “Ma il vetro sarà infrangibile?”

“Non esiste un vetro di tal fatta” rispose Mary. D’un tratto, si sentì osservata.

“Eccoti” sussurrò Josephine. Sorrideva, e i denti non erano molto curati. Odorava di zolfo e salsedine, come la grotta, aggiunto da un vago sentore di polvere da sparo.

“E c’è anche l’amicone del medico” sibilò Josephine. Dagli occhi, Mary considerò che fosse completamente matta. “Che dici, non sarebbe ora di morire?”

Alzò una pistola, probabilmente presa dall’arsenale. Era l’unica armata contro due ragazzi tremolanti ed impauriti, e nonostante la roccia che era frapposta fra loro non doveva affatto essere difficile per lei sparare prima sulla fronte di lei e poi sul cranio di lui.

“Mary! Mary! Non morire prima di aver assaggiato questi!”

Sigfrido e Desdemona correvano a perdifiato. Il ragazzo lanciò un paio di biscotti verso l’amica e lei li afferrò al volo, sotto lo sguardo sbigottito di Josephine.

“Biscotti? Ma che… sono blu! Ma allora…?”

La ragazza guardò Steven, che anche lui aveva sentito nominare quel colore.

Parò d’istinto un gancio del Cacciatore e gli fece segno di stare zitto. Mary e Patrick gustarono quei biscotti e infine si sentirono rinvigoriti. In due, con un pugno ciascuno, distrussero la roccia dove si erano nascosti, lasciando detriti ovunque e soprattutto sconvolgendo l’amante di Steven, che dunque venne sepolta dai massi più grossi dalla vita in giù.

Mary e Patrick avanzarono verso Steven, ghignando convinti della propria forza. Anche tutto il resto dei combattenti anche in vigore si fermarono.

“Sigfrido, perché non dai uno di quei biscotti magici anche a Eric?” suggerì Mary, e il ragazzo non se lo fece ripetere due volte.

Davanti a Steven Blackfield, il suo rivale stava mangiando i suoi biscotti. A lui non piacevano, ma il formaggio blu tipico del luogo era la sua arma segreta, ciò che lo poneva al di sopra dei comuni mortali e aveva reso la sua banda di pirati superiore a tutte le altre.

“Questa è opera di Katherine, sicuro. Quella vecchia! Si è fatta ingannare da due paia di occhi semplici e ingenui, ed ecco che il nostro più grande tesoro è sotto i denti dei nostri nemici! È pazzesco!”

Ricordava benissimo quando era stata la prima volta che lui e i suoi erano sbarcati a Dainals. Tutto era blu, per via di un particolare ecosistema contenuto nelle rocce. Dai prati agli alberi, persino le mucche erano blu.

Era abitato da sporadici fattori, che coi loro latifondi davano da mangiare per sé e per i loro familiari, e non pensavano nemmeno a pestarsi i piedi a vicenda. Steven, Thomas e gli altri pirati dell’epoca furono tutti accolti benissimo e mangiarono quel formaggio così particolare fino a saziarsi, e di lì a poco divenne l’alimento principale di tutta la ciurma, che col tempo divenne invincibile.

Tuttavia, era anche facile a diventare rancido e non poteva essere né prodotto né trasportato, dunque sulla Black Sheep Steven diede ordine di cercare di riprodurre quanto più fedelmente quel formaggio, ma fino a quel momento non c’era mai stato paragone. Lui vi era cresciuto coi latticini, eppure come lo producevano a Dainals, non succedeva da nessun’altra parte.

Adesso, anche Eric era entrato a parte di quel segreto. Il Cacciatore sogghignò non appena deglutì l’ultimo boccone.

“Non mi avevi detto che il latte produceva questi effetti…”

Steven si mise in guardia, ma l’altro fu più veloce. Si abbassò e diede un forte pugno allo stomaco che, se il pugno di una ragazza e di un uomo poco allenato era stato capace di distruggere una roccia, il pugno del Cacciatore fu capace di far sputare un grosso fiotto di sangue all’avversario, che cadde in ginocchio e tossì, sputando altro liquido vermiglio mescolato a succhi gastrici. Lacrimò e si tenne la pancia. Per un paio di minuti gli mancò anche l’aria e il pirata fu sicuro di aver perso due o tre organi. Aveva bisogno delle cure di Nick.

“Picchiarti così non mi trova soddisfazione” sussurrò Eric, ascoltando gli applausi di Mary e Patrick. Detto quello, lo spinse a terra e si mise a cavalcioni sopra di lui. Tutti avrebbero detto che lo sguardo che aveva era quello di un pazzo con la sua vittima che fungeva da cavia umana. Sigfrido pensò, visto che anche dentro di lui vi era agitazione, che uno degli effetti collaterali di quelle gallette fosse un’ira incontrollata.

“Voglio vederti morire fra le mie mani! Voglio vedere i tuoi occhi spegnersi per sempre! Voglio vederti implorare pietà!”

Eric ruggì a piena voce e cinse le sue mani irrobustite dal biscotto sul collo del pirata, che cercò inutilmente di divincolarsi.

“È giunto il momento di morire, Steven Blackfield! Andrai tu stesso da Snejder a chiedergli le scuse!” ruggì ancora Eric.

Steven cominciò a diventare molto rosso. Già danneggiato lo stomaco, doveva perlomeno respirare, ma non fece altro che muoversi come impazzito. Sia i pirati che i sopravvissuti della compagnia del Cacciatore rimasero immobili col fiato sospeso, assimilando gli ultimi istanti di quella guerra.

“Credevi davvero che nel Nonmondo ti avrei permesso di ricevere l’immortalità? Tu sei un uomo, Blackfield, e anche un bastardo! Un pazzo assassino che ha rovinato la vita di molti uomini, e donne, e bambini! La vita di Taddeus Ravenwood! Non meriti tutto quello che hai ricevuto! Non meriti la donna che…”

Uno, due, tre, quattro spari. Il mondo si fermò.

Ereic Van Jeger, concentrato nel vedere l’evoluzione del volto di Steven, ormai prossimo a immobilizzarsi per sempre, non si accorse minimamente di Josephine.

Josephine, che era sempre stata fedele a Steven. Josephine, che era stata ferita, umiliata, e infine lo aveva perdonato. Josephine, che non sapeva neanche lei in che mondo si fosse ficcata e nonostante questo l’aveva accettato, nella gioia e nel dolore.

Soprattutto nel dolore. Il dolore di avere un bambino da lui, l’ennesimo, il dimenticato, il non previsto. Il dolore di non poter fare nulla mentre il suo amato agonizzava sotto le mani del Cacciatore. Il dolore nell’estrarre la pistola e utilizzare tutte le pallottole perché no, non doveva essere quello il destino del Prescelto degli Dei.

Eric Van Jeger crollò dunque sconvolto dalle pallottole, che lo colpirono sulla spalla, sulla parte sinistra della nuca, sulla tempia.

Crollò come una marionetta, cadendo inerme verso destra, sotto gli occhi di Mary che, urlante, venne bloccata da Patrick.

Mary, che aveva molto amato. Mary, che aveva regalato la goletta a colui che era il famoso Cacciatore, e poi un mentore, e poi un amico. Infine, l’amante proibito, frutto di tante notti a osservarlo e ad arrossire.

Ne parleremo alla fine della guerra. Così si erano promessi, e adesso il cuore le stava scappando dalla cassa toracica. Non ci sarebbe più stato un dopo, non per loro.

Mary riuscì a svincolarsi da Patrick e ad accorrere verso il suo amato, incurante delle risate di Josephine, incurante di star passando davanti a Steven Blackfield, che dolorante era comunque cosciente.

Per lei esisteva solo il Cacciatore, ormai solo un corpo e tuttavia ancora caldo, gli occhi sbarrati, le labbra leggermente dischiuse come se la Morte non dovesse realmente arrivare per lui, come se la giustizia fosse stata sempre dalla sua parte e dunque aveva la vittoria in tasca.

Mary, sofferente e sprezzante del pericolo, continuava a urlare e a fondere le sue labbra con quelle di Eric, del suo Eric, del suo infinito, incomprensibile, terribilmente affascinante Eric.

Urlava e lo baciava, e tutti gli altri facevano festa o piangevano, col mare là fuori che indifferente andava avanti o indietro, col suo rumore sempre uguale, con un’anima in più da trasportare.

Alla fine, anche lei scoppiò in lacrime, una tempesta ancora peggiore di quella che aveva vissuto, tenendo fra le braccia il suo amato, colui che non poteva più esserlo.

E altre braccia la presero da dietro e la separarono da lui, dalla morte, dalla gelida e indifferente e triste mietitrice che stava ormai salutando il Cacciatore da pari a pari. Venne trascinata via di malagrazia, come rispondendo a un preciso ordine urlato da chissà chi.

E nel frattempo, Eric Van Jeger, il leggendario Cacciatore amato da lei e da centinaia di persone grate giacque, solo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...