Il sale e il sangue/60

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È l’ultimo capitolo. Ringrazio tutti quelli che mi seguono da 60 settimane, credetemi, non è stato semplice nemmeno per me ❤ grazie mille!

Mary, Patrick, Frank, Sigfrido e Desdemona furono tutti rinchiusi nell’unica cella disponibile fra le intricate grotte di Dainals, covo principale dei pirati.

“Oggi canteremo la vittoria della libertà e della verità! Cantate, mangiate, bevete, il vostro signore Steven Blackfield ve ne dà la grazia e il permesso! Gli sconfitti periranno, e accetteranno il volere degli dei. Marciranno dentro la piccola cella fintantoché non costruiremo una nuova nave, che vareremo con la loro esecuzione! Ecco perché dovranno mangiare anche loro, e bere, per assistere al nostro trionfo! E poi, non vorremmo che le nostre forche non possano essere utilizzate a causa dei colli troppo stretti!”

Questo era quello che aveva deciso Steven Blackfield fra le risa generali, mentre alzava il suo personale calice di birra con una mano e con l’altra cingeva a sé l’amata Josephine, la quale aveva fatto la sua scelta.

Da quando aveva pensato di morire strangolato, l’idea dell’impiccagione si era fatta strada nella sua mente, così decise di assegnare anche agli uomini del Cacciatore la stessa pena che aveva scelto lui. Dopo averli imprigionati, gli venne chiesto di Nick.

“Il nostro medico si è comportato valorosamente sia con i vincitori” lasciò partire un urlo belluino e applausi “che con gli sconfitti. Pertanto sarà liberamente costretto” venne interrotto da alcune risa “a divenire il nostro medico di bordo, e avrà anche il compito di nutrire e servire i suoi stessi ex compagni, aggiornandoli sulle condizioni della nuova nave, una nave inaffondabile, la Cacciatrice!”

Steven era ormai convinto che nulla poteva più fermarlo ed era tornato a credere negli dei e nel loro progetto su di lui. Dedicò al Cacciatore, il giorno dopo la sua vittoria, un funerale molto commosso, anche se i suoi pirati non smettevano di ridere e ruttare. Si posizionarono sopra una scogliera e accesero una pira, le cui ceneri furono sparpagliate lungo il litorale, trasportate dal vento. Il tutto senza che nessuno dei suoi compagni potesse assistere.

“Eric Van Jeger” esordì il pirata con la sua voce ormai irrimediabilmente alterata, osservando il cielo nuvoloso che si confondeva col mare placido “è stato un nemico valoroso, che si è combattuto con onore. Ha ottenuto notevoli vittorie, avvicinandosi moltissimo a ciò che si era prefissato. Quel che è giusto bisogna dirlo e mi duole ammetterlo. Tuttavia, io ho attorno a me gente che mi ama, che mi è fedele, e dunque per volere degli dei il Cacciatore è stato punito per la sua arroganza e adesso che vada accolto dalla dea Nera, che gli insegnerà che cosa vuol dire portare rispetto!”

Concluse il tutto con uno sparo in aria e tutti i suoi accoliti risposero con altrettanti colpi. Finito il discorso, tornarono ciascuno con le proprie occupazioni, e Nick operò molto abilmente nella cura dei suoi nuovi compagni, non smettendo mai di riportare notizie ai prigionieri, offrendo loro pasti molto abbondanti.

“Che ne è stato di Norald e del suo timoniere?” chiese sette giorni dopo quei fatti Patrick a Frank. Non lo vedeva fra loro in prigione e temeva il peggio.

“Sono stati impiccati, così come tutti gli altri marinai dipendenti direttamente del Re” annunciò Frank. “Mary, devi mangiare”

Era già la centesima volta in una settimana che lo diceva, ma la ragazza non aveva mangiato né bevuto, lasciandosi morire in un angolo dell’umida cella. Ogni tanto, mormorava Eric, ma gradualmente pronunciava quel nome in modo sempre più debole.

“Eric è morto proprio davanti ai nostri occhi” disse Sigfrido, servendosi di un po’ di pane e immergendolo nell’olio. “Proprio quando avevamo trovato la soluzione, nei biscotti al latte”

“Infatti” concordò Desdemona, mangiando distrattamente un frutto. “Stando a quello che ha detto Nick, non gli riferiscono se hanno già cominciato a costruire la nave, ma io so che hanno già messo su delle impalcature. Credo di aver sentito, intrufolandomi con la mia magia, che ci vorranno come minimo nove mesi per costruire un galleggiante”

“Nove mesi… esattamente quanto ci vuole per far sì che il figlio di Blackfield nasca dal ventre di Josephine” disse Patrick. “Sta ricevendo troppo, quest’uomo. E la Temperanza ha detto che ha già altri figli, alcuni pronti anche a prendere il suo posto”

“Ormai, credo che non abbia più importanza ciò che è successo nel Nonmondo” considerò Frank. “Per fortuna abbiamo deciso di prendere con noi i due fratellini, che ci hanno aiutato tantissimo”

Desdemona e Sigfrido sorrisero tristi. Tutti, poi, guardarono Mary.

“Voi sapevate che Mary amasse davvero il Cacciatore?” chiese ancora Frank.

“Non ti sei mai accorto di niente?” chiese Patrick, sconvolto. “Ma come? Anche l’altra volta, in cui stavamo dicendo che i ragazzini gli somigliassero sempre di più al punto da chiamarli suoi figli, e lei si inorgogliva perché si sentiva la madre”

“Madre…”

Le parole di Patrick ebbero uno strano effetto su Mary. La ragazza si ridestò dallo stato catatonico e per la prima volta si rese conto di avere fame, di essere oltremodo denutrita e tenuta in vita per puro caso.

“Io… io devo adottare i figli di Eric. Sono la madre!” disse, con voce rauca. Prese dunque un po’ d’acqua e del pane. Col tempo, tutti gli altri aiutarono Mary a riaversi, informandola di quello che aveva detto Nick. Anche il medico, quando veniva tre volte al giorno, continuava a curarla, gioendo di quei progressi.

“Oh, benissimo” considerò Mary, quella sera che Nick riuscì a scoprire che stavano ormai completando la prua e montando le sezioni interne. Erano ormai passati quaranta giorni circa dai funesti eventi della grotta.

“Dobbiamo pensare a un modo di uccidere Blackfield, vero?” chiese Sigfrido. Tutti lo guardarono.

“Perché mi guardate in modo strano?” chiese innocentemente. “Una volta mi avete raccontato che Eric avesse ricevuto l’ordine del Re di uccidere il pirata, di condannarlo a morte. Adesso che lui non c’è più, l’eredità è passata a noi”

“No” si rifiutò Frank. “Noi dobbiamo evadere, non c’interessa l’incarico del Cacciatore. Se pensate che io abbia il suo stesso coraggio, o follia, vi sbagliate. È solo che al momento non possiamo fuggire. Ci sono ronde continuamente e i guardiani fanno turni da sei ore ciascuno, in modo che nessuno possa dormire in servizio”

“Non sono d’accordo” disse Desdemona. “Eric avrebbe voluto che fossimo noi a seguire la sua volontà. Pensateci! Vi sta bene che Blackfield minacci ancora le vostre coste?”

“Che lo faccia” rispose Patrick. “Se proprio deve cadere il regno, che cada”

“Ma Taddeus è innocente…” interloquì Mary. “Ma certo. I fratellini hanno ragione. Dobbiamo essere noi, adesso, a fermare Blackfield. Almeno lui, tutti gli altri probabilmente senza capo si getteranno nella disperazione”

Come ho fatto io, si disse.

Mary poggiò la testa sulla roccia, frustrata. “Solo che ci sono le sbarre, e le guardie, e…”

“E un biscotto”

Sigfrido estrasse dalla tasca l’ultimo biscotto sopravvissuto da quelli che un giorno gli aveva donato la signora Katherine, e che Blackfield gli aveva confiscato con la forza, tirandogli anche un brutto ceffone.

“Avrei voluto mangiarlo di nascosto senza che Desdemona lo sapesse, ma…” e lo mangiò, dividendolo a metà con sua sorella.

“Sarà ancora buono dopo un mese?” si chiese Patrick, osservando i due masticare. Mary era pensierosa.

“Alla fine, è stato proprio quel biscotto a uccidere Eric…” riflettè. “Voi forse non lo avete notato, ma aveva una luce diversa negli occhi, e ruggiva, e urlava parole non da lui. Era persino molto più violento. Il latte blu ha effetti collaterali sulle persone buone di spirito”

“Desdemona e Sigfrido, però, hanno le arti magiche dalla loro” obiettò Frank, osservandoli cambiare espressione mentre il biscotto faceva effetto. “E chissà, magari dopo un mese si irrobustisce”

“O diventa rancido” concluse Patrick. Poi si rivolse a Sigfrido, il quale si sentì agitato. “prova a dare un pugno alla cella”

“No! Sei scemo?” bisbigliò Frank, bloccando appena in tempo il ragazzino, prendendolo per il camiciotto. “Il caos che provocherebbe il metallo che si spalanca farebbe giungere tutti i guardiani qui!”

“Appunto” sogghignarono i due gemelli, parlando all’unisono. Poi fu la ragazzina ad aggiungere: “Dopo un mese, il latte blu si irrobustisce se infilato in una galletta. E a Steven Blackfield le gallette non piacciono”

“È vero… perché lui mangia essenzialmente formaggio!” esclamò Mary, mettendosi le mani in bocca. Anche lei aveva paura di quella rivelazione.

“Adesso andiamo, prima che l’effetto svanisca” disse Sigfrido. Alzò un pugno senza pensare e la gabbia tremò vistosamente mentre il cancello cadeva davanti a loro. Istantaneamente, arrivarono i pirati armati, ma i prigionieri, irrobustiti dal cibo generoso che Blackfield mandava loro e motivati da quel ribaltamento di situazione, ebbero la meglio. In quel modo, armati e soddisfatti, tutti scortarono i fratellini verso Blackfield, che stava dando l’ennesima festa, l’ennesima ostentazione di un’onnipotenza che non gli era mai appartenuta.

Una grande tavolata orizzontale era stata allestita proprio davanti il grande cubo di vetro dov’era custodito il tesoro e, fra la musica, vi era chi mangiava, chi beveva, chi ballava e Steven Blackfield stava leccando il latte blu che era stato versato proprio sopra il ventre di Josephine, ancora in attesa e tuttavia solo leggermente rigonfio.

Sigfrido e Desdemona repressero un conato. Nella loro mente ancora innocente, era una cosa schifosa da vedere. Mary, invece, ebbe un piccolo mancamento nel tornare ad essere proprio nel luogo dove…

Non volle pensarci.

“Ehi, Steven Blackfield!” esclamò ad alta voce Desdemona. Tutti si voltarono verso i due gemelli, e il pirata, ancora gattoni sulla propria amata, li osservò perplesso.

“Allora è vero che sapete usare la magia!” esclamò il pirata, ridendo. “Lo dicevo io, il Cacciatore era sopravvalutato!”

“Non pronuncerai mai più il nome del Cacciatore, nostro padre!” rispose Sigfrido.

“Non pronuncerai mai più nessun altro nome di nessuna natura!” rincarò la dose Desdemona.

Calò un silenzio gelido, ma forse era solo il vento freddo che penetrava da fuori, portato dal mare di sera in una sperduta regione del nord.

Steven Blackfield ruppe quel silenzio irreale ridendo come un ossesso, come se la sua risata provenisse dagli inferi e non si stesse davvero divertendo. Stese un indice verso di loro e ordinò a piena voce: “Uccideteli, figli del Dio!”

Senza essere particolarmente sconvolti nel vedere circa sessanta persone armate verso di loro, Desdemona stese un braccio e sollevò utti i presenti, alleati compresi.

“Adesso state calmini per un po’” disse Desdemona, in piena estasi nell’avere in mano la situazione. “Fratello, lascio a te l’onore di compiere la volontà di nostro padre, che non ha potuto solamente perché è stato sfortunato e ciò che non poteva essere fatto in uno, sarà in due”

Sigfrido si scrocchiò le dita, come aveva fatto Eric Van Jeger.

Josephine, ancora sdraiata sul tavolo e incapace di muoversi, seppe in anticipo cosa sarebbe successo. Il ragazzo dell’Est sollevò la mano destra verso l’alto e anche Steven Blackfield,  il suo amato, il suo dio personale, si librò a mezz’aria. Poi, venne capovolto e sia spada che pistola caddero inermi a terra.

“E adesso… vai incontro al tuo destino!” esclamò Sigfrido. Era la prima volta che stava per uccidere, ma in quel momento il pirata gli ricordava solo una mosca fastidiosa da spiaccicare. D’altra parte, anche la Temperanza, il Quarto santo del Nonmondo, aveva preannunciato che Steven avrebbe “battuto la testa su neri muri“.

Steven Blackfield osservò il muro acuminato di pietra lavica di cui era composta la grotta ed ebbe un leggero conato di vomito.

“No! Non farlo! Io sono un Dio, ti coprirò d’oro…”

Il cranio del pirata, per quanto irrobustito dal formaggio blu, colpì la dura parete nera una, due, tre, quattro volte. Pezzi di cervello e di cranio e fiotti di sangue caddero a intervalli regolari sulla tavola imbandita e su Josephine, la quale pianse lacrime silenziose, immobilizzata dalla magia di Desdemona.

Se quello era morire, anche lei era morta, nel modo peggiore che una persona poteva concepire.

Sigfrido covava dentro di sé un’ira che fu finalmente sfogata e il cadavere del pirata, con la testa spappolata in più punti, cadde troppo in fretta proprio sopra l’amata, che lanciò un urlo così gelido che penetrò nelle ossa di tutti.

///

Steven Blackfield, il leggendario pirata, si trovava sdraiato con il naso all’insù dentro un immenso prato verde. Solo qualche secondo dopo si rese conto di essere incatenato mani e piedi.

“Dove… sono?” chiese assonnato. Più cercava di liberarsi, più il sonno crollava su di lui. Il sole, inoltre, era allo zenit, dunque gli impediva di vedere con chiarezza il luogo placido e il cielo terso e azzurro.

Fu Eric a rispondergli.

“Non c’è punizione peggiore, per un criminale, che vedere il paradiso e non poterne usufruirne perché incatenato mani e piedi. Noi ci divertiamo, ma tu soffrirai nel vederci felici”

L’aveva detto col suo solito tono calmo e controllato, ma ciascuna parola fu come lama di ghiaccio nel suo petto. Blackfield cercò di vederlo dritto negli occhi, ma il sole era davvero troppo forte. Vide solo la ben nota sagoma coperta dal mantello, con a braccetto quella che sembrava una donzella.

“Che stai dicendo? Siamo morti? Ma io sono un Dio! Il Prescelto chiamato a ristabilire l’ordine!” esclamò, sputando bava dalla bocca.

“Prova a convincere il Dio Arcobaleno, non me.” gli fu risposto. “Adesso non rompere le scatole, ho di meglio da fare con Jane. Casomai torno a trovarti dopo… forse. Ti saluta Snejder, comunque. Lui è libero, sai?”

Non aggiunse altro, si allontanò con estremo disgusto, mentre la ragazza chiamata Jane ridacchiava.

Blackfield lo sapeva. Sapeva che nel mondo dei vivi Josephine si era suicidata, gettandosi dalla scogliera di Dainals, il giorno dopo stesso, portando con sé il suo, il loro bambino. Lo aveva visto in una visione. Aveva pianto molto, ma le manette d’acciaio pesante che aveva ai polsi e alle caviglie erano irremovibili.

E aveva visto anche che Re Taddeus, ancora in carica, aveva nominato in un caldo giorno di luglio Cavalieri del Re tutti coloro che avevano aiutato il Cacciatore, e aveva donato un castello e il titolo di Conte ai due fratellini dell’Est, Sigfrido e Desdemona. Aveva visto anche che il suo prezioso tesoro sarebbe stato impiegato per aiutare le famiglie povere del regno e per aiutare la Gilda dei Medici capeggiata ormai da Nick. Quell’immagine lo avrebbe fatto vomitare più volte, se avesse avuto la possibilità di farlo. In un’altra visione aveva visto che proprio all’estremità del molo principale avevano scolpito una statua del Cacciatore in bronzo…

Tutuk Naga era davvero stata liberata dai pirati. Mary aveva potuto riabbracciare suo padre e tutti gli altri pirati, vedendo l’incredibile fine del loro leader e maestro, si erano dati alla macchia o fatti impiccare.

Lui, Steven Blackfield, da uomo libero che era stato, poteva solo riflettere sulla sua condizione e sugli errori commessi incatenato nel luogo più bello che esisteva, il regno dei morti.

Comunque, si disse amareggiato, aveva tutta l’eternità per farlo.

FINE

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