La leggenda dei tre compagni e del figlio della Luna/01

 

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

Scese la sera.

Il paesaggio non era cambiato di molto, rispetto alla mattina. Si era solo inscurito: Edward, il cavaliere rinnegato e i suoi due compagni avventurieri Gerald e Thomas stavano cavalcando da ore su un’immensa steppa, una terra di nessuno aspra, brulla e quasi senza vita.

“Quanto manca al bosco che hai raccomandato?” chiese infine Edward, sentendo i crampi allo stomaco. Doveva molto ai suoi due nuovi compagni, soprattutto a Gerald, che gli aveva assicurato un posto dove rifugiarsi.

“Laggiù” rispose quest’ultimo, indicando una radura aiutato dagli ultimi raggi del sole, che stavano illuminando proprio quella zona.

“Per fortuna” commentò Edward. “Non resta, adesso, che cacciare un po’ di selvaggina e accamparci per la notte. Che bella prospettiva”

Thomas ridacchiò. “È dura la vita di noi reietti. Tu non ci sei abituato, dico bene?”

Edward si chiese quando avrebbero smesso di prenderlo in giro. Aveva lasciato l’esercito per un motivo e non si era divertito nel farlo. Tuttavia, adesso aveva un peso sulla coscienza in quanto aveva disertato e non aveva idea di cosa gli avrebbe riservato il futuro, sempre che ce ne fosse stato uno.

Facendo bene attenzione a scegliere i sentieri più agevoli per i cavalli, i tre fuorilegge scesero verso la radura, che sembrava l’unico punto vivo della zona. C’era da dire che proprio quel posto faceva parte di un feudo molto conteso, e Edward si chiese per qual motivo.

Era la regione di Arkenfeld, la più orientale di tutta la nazione. Poteva capitare qualsiasi cosa, in quanto ultima provincia prima di entrare nell’istmo di Ashengard, dove ancora imperversava una guerra senza esclusione di colpi ma al tempo stesso in una logorante fase di stallo.

Fu con quei pensieri che sir Edward mangiò ciò che gli altri due briganti gli offrirono e si preparò per la notte. Era un bosco con ampie radure spaziose e gli animali non erano più pericolosi di loro. Tutto attorno si mescolava l’odore dell’erba e quello di alcuni frutti. Edward continuò ad osservare il fuoco acceso da Gerald. Si rese conto che non sapeva niente di loro. Si era imbattuto nella loro strada solamente qualche giorno prima, proprio nell’ora più buia della sua vita.

“Come siete giunti a essere briganti?” chiese infine. Era sicuro che né Gerald né Thomas volessero rispondere, infatti si cambiarono un’occhiata. Probabilmente lo avevano accettato fra loro solo per derubarlo. In fondo, la spada che portava era di ottima fattura e, se venduta, avrebbe potuto portare un sacco di soldi. E, si disse, i due ne avevano davvero bisogno.

“La nostra è una storia triste” rispose Gerald. “Perché vuoi conoscerla? Vuoi redimerci, per caso?”

Anche Thomas era dello stesso avviso. “Il fatto che siamo vicini al fuoco non vuol dire per forza che dobbiamo raccontarci delle storie. Non credi?”

Edward notò che continuavano a guardare la spada. Aveva intenzione di estrarla e provocarli dicendo loro di prenderla se volessero, ma un rumore alla sua destra lo fece voltare, e così fecero anche i suoi nuovi compagni.

“Non viene mai nessuno qui!” esclamò sorpreso Gerald. “Ne sono… sicuro.”

“Forse in tempi non sospetti… non in questi mesi, caro mio” commentò Thomas. Si erse in tutta la sua altezza mentre preparava le torce per tutti, anche se non era alto come il suo compagno, ma era ben piantato. Non tutti erano armati di spade, Gerald ad esempio era totalmente disarmato, confidando sulla notevole forza fisica che traspariva dal suo corpo. Edward precedette gli altri e andò a vedere la fonte del rumore, che fu seguito da altri fruscii e alcuni lamenti.

“Si direbbe qualcuno in difficoltà… non è qualcuno che vuole minacciarci” disse Edward, ma i due briganti tennero comunque alta la guardia, facendosi luce con il fuoco.

Superarono un cespuglio di rovi incastrato fra due alberi solo per giungere in un piccolo sentiero che, in quel momento, era occupato da un ragazzino.

Aveva la faccia tonda e glabra, la pelle bianchissima e grandi occhi neri, parzialmente nascosti da un ciuffo di capelli dello stesso colore. Vestiva solamente di una tunica che sembrava brillare, variando colore dal bianco al grigio.

Nessuno dei tre aveva mai visto niente del genere, né seppero cosa dire mentre il ragazzino continuava a mugolare e massaggiarsi le braccia e il torace. Infine, dopo parecchi minuti, sembrò accorgersi di essere osservato. Li osservò uno alla volta e, d’altro canto, i tre cominciarono ad avere paura. Non solo per quegli occhi che sembravano costantemente stupefatti, ma per la pelle del ragazzino che sembrava rilucere.

“Dove sono?” chiese flebile. “Chi… siete?”

Furono quelle le prime parole e le pronunciò intimorito. Cominciò a tremare.

“Chi sei tu! Che ci fai fuori casa a quest’ora della notte? Stai scappando da qualcuno?” chiese Edward, puntando la propria torcia su di lui. Il bambino cominciò a indietreggiare, cingendosi con le braccia e poggiandosi a un albero lì vicino.

Prese a piangere e a tremare. Singhiozzò di voler tornare a casa.

“Dove abiti?” chiese Gerald con dolcezza, chinandosi verso di lui, non notando lo sguardo di disapprovazione del cavaliere.

“I-io?” chiese il bambino. I suoi occhi incrociarono quelli castano scuro del brigante e quest’ultimo si sentì in un certo qual modo nudo, non ne capiva il motivo.

“Io sono il figlio della Luna” si presentò, non nascondendo alcune note piagnucolanti ma cercando di ostentare una fierezza che non riusciva a trovare. “è da lì che provengo. Voi chi siete?”

I tre si guardarono allibiti.

“Sciocchezze” disse Thomas. “Nessuno può provenire dalla Luna, in quanto disabitata”

Il ragazzino, strisciando lungo l’albero, acquisì sicurezza, anche se continuava a sentire freddo sia nel corpo che nei piedi, che erano scalzi. Sentì di dove rispondere a quel bruto,  e quell’impellenza scavalcò la paura di morire. “T-ti sbagli, essere umano! È evidente che questo sia il mondo degli esseri umani. Nessun altro avrebbe risposto così, soprattutto  dopo che la civiltà lunare ha toccato il milione di rappresentanti!”

“Un milione di gente come te la cui pelle brilla?” chiese Gerald stupito, che aveva preso in simpatia il bambino.

“La mia pelle brilla poiché tutti noi facciamo sfoggio delle nostre piene potenzialità. Io e la mia gente abbiamo sempre questa tonalità” spiegò il ragazzino. “Adesso, però, è ora di tornare a casa. Non ho mai compiuto un viaggio verso il vostro mondo. Voi sapete come fare per tornare?”

I tre uomini non seppero spiegarsi quella bizzarra vicenda. Se avessero deciso di prenderlo con loro la loro vita avrebbe preso una strana piega, mentre lo sconosciuto li scrutava coi suoi occhi bui come la notte che ancora li circondava. A Thomas venne automatico guardare la luna piena, che sembrava immota e indifferente sopra di loro.

“Non ne abbiamo idea” ammise. “Come abbiamo detto, siamo stati cresciuti con la convinzione che sulla Luna non ci fosse nessuno. Tuttavia, sappiamo come accogliere i bambini. Vieni, ti daremo da mangiare e una coperta”

Sir Edward ripose la spada nel fodero. Davvero quel bambino abitava lassù? E perché ne era sceso improvvisamente?

Osservò Gerald, e vide prenderlo in braccio in modo da non ferirsi ulteriormente i piedi. Che situazione bizzarra, pensò. Non aveva lasciato l’esercito per accudire bambini.

Sospirò.

Era anche vero che non era entrato nell’esercito per ucciderli

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