La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/02

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

“Fingeremo di credere che tu sia davvero il figlio della Luna, ammesso e non concesso che la luminosità della tua pelle parla al posto tuo” esordì senza mezzi termini Thomas, mentre osservava il ragazzo che avevano trovato nel bosco si rifocillava con gli avanzi della cena consumata qualche ora prima, mentre indossava una coperta più pesante della tunica di cui disponeva. “Tuttavia… che ci facevi nel bosco? Da chi fuggivi?”

“Ve l’ho detto” si sentì dire. Adesso che si trovava in una situazione di tranquillità, il ragazzo sembrò molto più tranquillo e rincuorato. Faceva la sua parte anche avere accanto a sé un uomo alto e robusto come Gerald. “Non capisco come sia finito in questo mondo. Ho sempre abitato nel palazzo di mia madre, la Regina della Luna. Ero andato a dormire come tutte le altre notti e… il resto lo sapete” concluse, pensando a cosa potesse essere successo ma non gli veniva in mente nessuna opzione.

“Capisco” disse Thomas, anche se mentiva. Che razza di madre era una che perdeva il suo stesso figlio, peraltro erede di un regno?

“C’è da dire anche che se tua madre è una sconsiderata, che ne è di tuo padre? Non dirmi che il vostro è un regno che prevede solo regine, perché…”

“Mio padre ci ha preceduto nel regno dei morti” disse semplicemente Mond, dicendolo come se non fosse una cosa importante. “Mia madre sta reggendo il governo fintantoché io non acquisisca la maggiore età”

Gerald, tuttavia, accarezzò la schiena dello sconosciuto e lo consolò, anche se Mond non sembrava così dispiaciuto.

“Povero… un momento, come ti chiami?”

Thomas si pizzicò l’apice del naso. Lo sapeva, sapeva che sarebbe andata a finire così: dopotutto anche lui era stato abbandonato.

“Non ho un nome” rispose il ragazzo, scuotendo la testa. “Noi abitanti della Luna non li usiamo.”

“Non è molto comodo quando ti rivolgi al prossimo, non è vero?” chiese Gerald retorico. “Te ne daremo uno noi, magari quando tornerai a casa potrai indire un bando sull’assegnazione di un nome per ciascuno. Vediamo…”

Thomas e Edward guardarono quel gigante riflettere. Stava davvero dando un nome a un potenziale pericolo?

“Che ne dici di Mond? È bello, musicale e breve, facile da ricordare” considerò. “Ti piace?”

“Mond…” disse l’interessato. “Dovrò chiamarmi Mond per il resto della vita?”

“Fintantoché sarai ospite da noi, sì, se ti piace. Potrai disfartene una volta tornato” osservò Gerald.

“No, mi piace! È bello. Mi chiamo Mond. Il mio nome è Mond”

Cominciò a ripeterlo in continuazione e in diverse tonalità. Edward e Thomas continuarono a non fidarsi del ragazzino. Era vero che stava indossando un vestito totalmente unico nel suo genere e probabilmente di fattura sovrannaturale, ma la sua storia era davvero talmente pazzesca che si faticava a crederci davvero. Tuttavia, Gerald lo aveva preso in simpatia e avrebbe fatto di tutto per riportarlo a casa.

Presero a dormire, in attesa del nuovo giorno. Sir Edward non dormì molto, pensando a tanti problemi. Solo qualche notte precedente non aveva nessun pensiero, a parte quello di sopravvivere. Poi, accadde l’imponderabile.

Era quel peso che non lo faceva dormire più. Sentiva le mani sporche di sangue e il cuore continuava ad accelerare. Si chiese se anche i suoi nuovi compagni fossero prenda dell’angoscia e del senso di colpa… dopotutto, erano briganti e non sarebbe stato un atto di pietà verso un ragazzino a lavare le loro colpe, quali che fossero. Lui, tuttavia, non poteva giudicarli. Non doveva. Non voleva.

Il ragazzino. Mond, lo aveva chiamato Gerald. Non aveva idea di come riportare sulla Luna un individuo, inoltre era convinto che fosse una balla colossale, e nel frattempo ad Ashengard si stava compiendo la storia, da una parte e dall’altra.

Giunse l’aurora, presto, forse troppo presto. Fu il primo ad alzarsi, dolorante e con un forte capogiro. Non aveva idea di cosa fare quel giorno, così aspettò che si alzassero anche gli altri. Prima fu Thomas, che borbottò qualcosa su una colazione, poi Gerald che andò a vedere se ci fosse della selvaggina nei dintorni. Solo lui rimaneva fermo a guardare quella nuova figura respirare con calma. Sembrava un bambino normalissimo, adesso che il sole era spuntato. Ma sì, si disse, era stato solo un sogno e Mond non era altro che un vagabondo con una triste storia alle spalle, che lo aveva portato a cadere nei boschi e ad essere recuperato da due briganti e un disertore.

Peraltro, anche la tunica aveva smesso di brillare, così come la pelle, che rimaneva tuttavia molto pallida. Si stava alzando. Mond aprì gli occhi e la prima cosa che guardò fu le mani, cosicché cominciò a urlare impazzito, spaventando Edward e un sacco di animali.

“Che succede?” chiese Gerald spaventatissimo, accorrendo troppo velocemente. Non era andato a prendere della selvaggina?

“La… la mia pelle…” tremò Mond.

Gerald rimase perplesso e guardò una delle due braccia, massaggiandogliela “Cos’ha la tua pelle? Sei un po’ pallido, ma è norm…”

“No che non è normale!” urlò a tutta voce quel ragazzino. Sembrava davvero un isterico principino viziato, e Edward poteva elencarne almeno tre identici a lui. Altro che figlio della Luna. “La mia pelle ha sempre brillato, da che mondo è mondo! Ogni abitante della Luna lo sa, che la sua pelle brilla! È ciò che fa innamorare i poeti, fa cantare le migliori gesta e ha donato alla Storia grandi Re! Chiamate subito il Regio Medico di corte!”

“Non… c’è un regio medico qui nei dintorni” disse Gerald, cercando di usare un tono conciliante. “Stammi bene a sentire. Tu sei assolutamente convinto che la tua pelle brilli dalla nascita?”

“Sì, maledizione! Credevo che almeno tu a dispetto degli altri due buzzurri mi credessi!” rispose Mond. Era del tutto cambiato rispetto alla notte precedente, in cui piangeva e tremava attaccato a quell’albero.

“Buzzurri a chi? Sarai anche un bambino ma vacci piano!” sbraitò Thomas perdendo le staffe. Edward, che osservava in silenzio, pensò che non sarebbe durato un minuto ad Ashengard.

Ma forse doveva smetterla di misurare gli uomini rispetto ad Ashengard.

“Voglio trovare un medico adesso” sentenziò Mond in tondo definitivo, come se davvero stesse emanando un editto. “Qual è il più vicino?”

“Il Conte Von Bournemouth ne avrà uno, immagino” disse Thomas. “Andiamo a farlo visitare, anche se Mond sta benissimo e la pelle delle persone non brilla affatto. Anzi, secondo me ti prescriverà una pozione, per curare il pallore”

“Ebbene, quella sarà la nostra direzione” disse Edward, andando al cavallo. Gli era anche passato l’appetito. Chissà a quante scenate avrebbe dovuto assistere. Gerald, tuttavia, era sereno.

“Che hai da essere tanto felice?” decise di chiedergli.

“Mond è davvero il figlio della Luna” disse lui. “La sua storia è coerente, finora. Ieri non ha bevuto nessuno di noi e nessuno poteva negare come la sua pelle brillasse, e adesso, con la luce del giorno, del nostro giorno, non brilla più”

Edward pensò che avesse ragione solo il primo secondo, poi cercò di essere razionale. “Secondo me è figlio di qualche vassallo qui vicino che ha voluto giocare a fare l’avventuriero. Se la prossima notte non brillerà, come presumo, avrai torto marcio e dovrai pagare almeno due pinte di birra ciascuno, a me e a Thomas”

“Questo è ragionare!” si sentì esclamare da un punto imprecisato dietro di lui.

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