La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/03

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

La contea appartenente alla famiglia Von Bournemouth era la provincia del regno più vicina ad Ashengard, l’istmo che si era auto proclamato regno indipendente e che con quella scelta aveva scatenato una violenta guerra fra due grandi regni. Da una parte vi erano gli alleati del regno Salisbourgh che si trovava ad ovest di Ashengard, i quali proteggevano quella nuova nazione con i loro soldati; tuttavia il regno dell’Est, che aveva lo stesso nome della capitale, Ontaria, desiderava riprenderne il possesso perduto.

Edward era nato nel regno di Ontaria, in una città capoluogo di provincia, terzo di cinque fratelli. Gli era toccato il cavalierato ed era partito per Ashengard, lì dove il mare incontrava la terra.

E aveva conosciuto il fuoco. E aveva conosciuto il sangue. E aveva conosciuto la morte.

Probabilmente era il primo della sua gente a varcare il confine e trovarsi ad occidente, mentre i suoi commilitoni lo credevano morto, sepolto sotto chissà quanti cadaveri, o chissà quali altri turpi finali avevano pensato per lui.

Tuttavia aveva disertato, e stava vedendo coi suoi occhi che la contea dove si trovava era un paesaggio piuttosto povero, e arido, probabilmente dovuto a un’assenza di piogge che si protraeva da lunghi periodi. Sullo sfondo, un fiume rachitico divideva il bosco che stavano lasciando con delle mura. Davanti a quelle mura erano appostati due soldati che avevano l’aria di essere sentinelle.

“Altolà!” fu comandato da un soldato, che sbarrò la strada incrociando la lancia con quell’altra dell’altro suo compagno.

“Buondì” si presentò Gerald. Sapeva di essere un malvivente ricercato, ma tentò comunque di presentarsi, sperando che la città che si presentava loro davanti potesse aprire loro le porte, dato che non erano ancora conosciuti in quelle lande. Inoltre, vivevano perlopiù nei boschi. “Siamo… tre viandanti e abbiamo trovato questo bambino. Come potete vedere, è vestito solo di un pigiama. Non sappiamo di chi sia figlio e lo riteniamo sperduto. Chiediamo asilo non tanto per noi, quanto per costui, in attesa di fargli trovare la sua famiglia”

Edward doveva ammettere che Gerald era molto bravo a recitare. Da parte sua, cerco di nascondere il più possibile la sua spada, che recava il simbolo del regno di Ontaria.

“Non è proprio possibile farvi accedere” rispose uno dei soldati. “La città è stata messa in quarantena”

“Non è possibile!” esclamò Thomas, sempre irruento. “Ancora?”

“Una febbre dopo l’altra, ha colpito ogni quartiere. Il Conte sta facendo il possibile per trovare una cura o debellare l’origine di questo male, dunque ha proibito l’accesso a tutti i visitatori”

“Un momento!” interloquì Mond. Tutti lo guardarono. “Io ho bisogno del medico, non ho la… febbre, come la chiamate voi! Guardate questo mio braccio, e il pigiama! Si sono scuriti, qualcuno faccia qualcosa!”

“Non saremo noi a seguire le paturnie di un bambino” disse il soldato. “Adesso vi chiediamo di allontanarvi. La città è sorvegliata da esperti arcieri e fintantoché sia lo stato di guerra che lo stato di quarantena non cessano, abbiamo l’ordine di scoccare”

“Conviene andarcene” disse Edward, così oltrepassarono la città, in visita alle campagne, dove Mond era sicuro ci sarebbe stato almeno un fattore che li avrebbe accolti. Tuttavia i tre cavalli oltrepassarono anche le campagne, sostarono le il pranzo in una radura e solo a tardo pomeriggio arrivarono in un’altra città, dove nessuno aveva ancora detto nulla.

Il ragazzino cominciò a preoccuparsi. Nessuno dei suoi accompagnatori stava facendo niente di concreto per riportarlo sulla Luna, inoltre viaggiava su un mezzo scomodo come il cavallo, il clima stava diventando più fresco e umido senza alcuna apparente ragione e l’atmosfera fra quegli uomini era sempre tesa, come se non si fidassero a vicenda. In particolare, l’uomo con la spada ben forgiata si teneva assolutamente a distanza rispetto agli altri due, e l’uomo grosso che lo portava con sé era l’unico con cui parlare. Solo che non parlava.

Mentre il sole tramontava, comparvero alcune macchie rossastre in cielo, là dove fino a quel momento era sempre stato terso.

“Secondo me sta per piovere, o comunque stanotte pioverà” disse Thomas. “Non credo che qui ci siano grotte, è tutta pianura per miglia e miglia. Dovremo ripararci sotto le coperte”

Edward, non trovando nulla da ribattere e sperando che la previsione si rivelasse errata, portò il proprio cavallo accanto a quello di Gerald. “Il ragazzino non brilla, e ormai è sera. Qui qualcuno paga la penitenza, eh?”

“Ah, sì! Le pinte!” ridacchiò Thomas. Gerald arrossì e guardò Mond.

“Tu… mi hai tradito” sussurrò, ma il ragazzo stava pensando a tutt’altro.

“Avevate detto qualcosa sul piovere… che cosa volete dire?”

I tre si guardarono allibiti, e fu Thomas a parlare per primo. Persino il cavallo aveva sbuffato. “Che cosa intendi dire, ragazzino? Forse dalle tue parti non ha mai piovuto neanche per un giorno? Impossibile, non ci credo neanche se lo vedo”

“Vi ho detto che sono il figlio della Luna, maledizione!” esclamò Mond, ribattendo a tono. Edward notò quanto fosse cambiato rispetto alla sola sera precedente. “Basta! Accettatelo! Sulla Luna avete mai visto quella che voi chiamate nuvola? Le condizioni atmosferiche vostre non esistono!”

Gerald si tranquillizzò e si esibì in un ghigno. “Ebbene? Chi è che deve pagare una pinta, adesso?”

Edward e Thomas si allontanarono da lui, offesi e agitati al tempo stesso. Non c’era nessun posto dove fermarsi, erano in balia del tempo e dello spazio. E tuttavia ne erano costretti, visto che non sapevano esattamente dove sorgeva il prossimo villaggio, sperando che non fosse chiuso anche quello.

“Che cosa facciamo? Pare che… Mond sia davvero il principe del regno lunare. Non ha mai visto piovere in vita sua, e comunque dobbiamo ammettere che ieri la sua pelle brillava. Perché, allora, non si sta illuminando anche adesso?” chiese il cavaliere reietto.

“E io che ne so?” rispose Thomas, scendendo da cavallo e sgranchendosi. “Piuttosto, io sono preoccupato per le febbri. La guerra è una merda, e porta altra merda”

Edward lo sapeva meglio di chiunque altro.

“Se Mond è davvero il figlio della Luna, non ha come tornare” proseguì. “Io non ho la minima idea di come si arrivi fin lassù, non ci vanno neanche le aquile. A meno che non chiediamo un consulto magico”

Edward rise a crepapelle, e fu notato anche da Gerald e Mond, che ancora festeggiavano.

“Tu… credi nella magia? Be’, in effetti non ho niente da ridere, anche perché essendo tu un brigante sei dunque un villico ignorante! Non mi stupisce! La magia… bah”

Gerald sentì quell’invettiva e si dispiacque. Anche lui credeva nella magia e se davvero era quest’ultima la soluzione per riportare Mond a casa, dovevano attuarla. Anche solo per dovere, per sentimenti. Erano malviventi, non animali.

“Ah, casa! Dolci mura, luogo di riposo e di serenità… ti manca, non è vero?” chiese l’uomo a Mond. Preferì dare a lui la sua carne essiccata. Gli sembrava davvero suo figlio. O comunque, avrebbe avuto la sua stessa età.

Se fosse stato vivo. Gerald sentì una spina nel cuore.

“Sì, certo che mi manca” rispose Mond, con la bocca piena. Edward pensò che se fosse stato davvero un principe, non avrebbe neanche pensato a farlo. “Mia madre, il mio precettore, i cortigiani, le alte torri del mio castello… in realtà non sono mai uscito, inoltre è talmente grande che non mi manca niente. Voi, però, non state facendo altro che prendere tempo, e questa carne essiccata fa schifo. Quando, esattamente, mi riporterete a casa?”

“Devi avere un po’ di pazienza” disse Gerald. “Te ne chiediamo tanta perché non abbiamo nessun modo di farti tornare. Inoltre, vorremmo darti un vestito e delle cibarie, in modo che tu possa confonderti col resto dei bambini. Sai, non possiamo tenerti per sempre e credo che sarà qualcun altro ad esaudire il tuo desiderio”

“Come sarebbe? Mi avete trovato voi! Io sono un principe e vi impongo di farmi tornare a casa, ecco!”

Detto quello, si coricò dando le spalle. Gerald si sentì vagamente in colpa, inoltre gli venne in mente che nessuno avrebbe creduto loro, se l’avessero raccontato. Il problema era come fare. Come si arriva sulla Luna?

Soprattutto, come fare senza fargli contrarre la febbre.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...